La guerra in Ucraina e la necessità di una svolta strategica europea

Gen 12, 2026 - 13:00
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La guerra in Ucraina e la necessità di una svolta strategica europea

La guerra d’Europa e il divario transatlantico rendono fatalmente urgenti le ragioni di una politica strategica europeista. La guerra d’Europa – provocata dall’invasione dell’Ucraina da parte dello Stato più grande del mondo – è la prova del fuoco per questa politica; il divario transatlantico, sancito dall’egemone americano, la rende ancor più grave. È un fuoco che brucia sul fronte est e balugina sul versante occidentale, perché oggi esiste una seria divergenza d’interessi tra gli Stati europei e il loro protettore americano.

Il fatto che il governo statunitense vorrebbe sacrificare l’Ucraina sull’altare delle grandi potenze è un dramma esistenziale per l’Europa unita, specie quella che si crede fuori dalla politica di potenza. Il problema europeo non è l’abolizione della potenza, ma la sua sistemazione. È quello di creare le condizioni per il suo dispiegamento e la sua proiezione al servizio di scopi comuni europei, com’è la difesa collettiva. A ben vedere, la politica europea per l’Ucraina è, nei fatti, una sorta di prima applicazione rudimentale dell’articolo 42 del Trattato sull’Unione Europea: «Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso». I mezzi sono importanti e i mezzi fondamentali per la difesa da un’aggressione armata sono le armi, quelle necessarie alla difesa dell’Europa in Ucraina. Su questo punto s’innesca una parte cruciale del divario transatlantico in atto.

Oggi, per gli Stati Uniti, il sacrificio del più grande Stato europeo è considerato utile per la gestione delle relazioni reciproche con la Russia. Essa, a sua volta, intende imporre il proprio predominio in Europa orientale, come se fosse per natura la potenza dominante in Europa, contro cui l’Europa stessa non può costituire alcun contrappeso senza aiuti esterni. Questa idea, molto recente e molto imprecisa, non è un assioma incontestato nella politica europea. Gli europei sanno che è contro ogni evidenza storica immaginare che le società possano sopravvivere senza destinare una parte sostanziale della loro ricchezza alla propria sicurezza.

Per questo, all’alba del 19 dicembre scorso, dopo un anno di confronto e 17 ore di riunione, il Consiglio europeo ha deciso il ricorso al debito comune europeo, garantito dai contributi di 24 Stati membri, per sostenere la resistenza ucraina e la difesa europea nel prossimo biennio. Per l’Italia sono 12 miliardi su 90 totali, ma questa cooperazione rafforzata dovrà proseguire almeno finché la Russia non cesserà il fuoco. Se invece la guerra di conquista in Europa orientale continuerà, allora non basteranno 90 miliardi a fronteggiarla.

Nel frattempo, l’invasione è giunta al quarto anno di guerra e il divario transatlantico si è persino formalizzato. Prima in sede politica, col discorso di James D. Vance del 14 febbraio 2025 al Bayerischer Hof; poi in sede diplomatica, con la prima risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite presa il 24 febbraio 2025, dopo tre anni d’invasione: gli Stati Uniti l’hanno condivisa con Russia e Cina, non con gli alleati europei; infine in sede dottrinale, il 4 dicembre 2025, con la Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America. Sono tre momenti distinti che confluiscono nella «disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti dell’Unione Europea», di cui ha parlato il presidente Sergio Mattarella il 15 dicembre scorso, di fronte alle ambasciatrici e agli ambasciatori d’Italia.

Si sa che le grandi potenze sono la giunta suprema delle relazioni internazionali. Questa caratteristica, però, s’aggrava nell’odierna prospettiva europea, quando l’egemone americano appare, ancora una volta, come la desolante parodia di una potenza democratica responsabile. Poiché non sarà l’ultima volta, si pone il problema di scelte politiche difficili, quelle decisioni ostiche che gli europei devono assumere per una politica strategica europeista.

La prima riguarda l’ineluttabile vulnerabilità dell’Europa come soggetto politico, finché resta priva d’indipendenza strategica, ossia, anzitutto, di forza armata convenzionale e nucleare condivisa e coordinata. Per questo il Trattato di Kensington del 17 luglio 2025, tra Germania e Regno Unito, primo nel suo genere, stabilisce anche «scambi approfonditi sugli aspetti strategici della politica di sicurezza, comprese la deterrenza e la difesa, nonché le questioni nucleari».

La seconda decisione concerne invece il modo di colmare il divario transatlantico, prendendo atto che non esistono alleanze inevitabili e gli alleati possono essere rivali. L’alleanza atlantica è un interesse vitale; tuttavia, persino gli interessi vitali possono essere erosi dal tempo, perché gli interessi stessi, come ogni altra cosa, sono soggetti al passare del tempo. Si tratta di un fulcro di verità espresso in parte nel monito del primo ministro danese Mette Frederiksen: «Se gli Stati Uniti decidessero di attaccare militarmente un altro Paese della NATO, verrebbe meno ogni cosa, inclusa la NATO stessa e, con essa, la sicurezza costruita dalla fine della Seconda guerra mondiale».

Di certo l’Europa unita è sorta dalla guerra: prima quella mondiale, poi quella «fredda». La prossima Europa, se ci sarà, non farà eccezione: sorgerà dalla guerra d’Europa. L’urgenza europea è pertanto quella di fortificare una politica strategica europeista, nei margini di libertà che il divario transatlantico e l’espansione russa concedono oggi.

È fronteggiare insieme i vincoli all’azione politica indipendente europea, stabilendo perimetri nuovi di responsabilità tra soggetti politici diversi, ossia chi pretende di comandare e chi, al comando, può disobbedire se è capace di rispondere. Le grandi potenze, diceva Martin Wight, possono essere grandi irresponsabili. Oggi sembra questo il caso e va affrontato con una politica strategica europeista.

Michele Chiaruzzi è autore con Sofia Ventura del volume “Perché l’Ucraina combatte” (Linkiesta Books), un’analisi sulla comunicazione di guerra, la libertà politica e il futuro dell’Europa democratica.

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