Quell’asse Schlein-Meloni sul no ai soldati in Ucraina, timorose di essere impopolari

«Abbiamo già dispiegato tremila militari all’estero in più di una decina di Paesi e vogliamo essere anche in Ucraina». Parole nette, europee, adulte. Non le ha pronunciate Elly Schlein ma Pedro Sánchez, il premier socialista spagnolo, che per lei è punto di riferimento quando fa comodo e corpo estraneo quando dice cose scomode.
Già, il compagno Pedro ha detto una cosa che al Nazareno si evita accuratamente di dire. Per paura di chi? Dell’opinione pubblica, certo. Di quella “nostra gente” evocata come un feticcio identitario, buona per i comizi e pessima per le decisioni. E soprattutto per timore del terzetto del pacifismo identitario — Conte, Fratoianni, Bonelli — un pacifismo che Jacques Maritain avrebbe definito, senza troppi giri di parole, “imbelle”: quello che confonde la pace con la rinuncia, la diplomazia con la neutralità, la responsabilità con l’inerzia.
Certo, Enzo Amendola ha ragione quando dice che la questione non si pone esattamente domani mattina. Ma è altrettanto vero che a Parigi i Volenterosi l’hanno messo tutto nero su bianco: dopo la pace, quando e se arriverà, serviranno soldati europei sul suolo ucraino per garantire che non ricominci. È il realismo della politica internazionale, non avventurismo bellico.
E infatti Lorenzo Guerini, riformista dem senza tentennamenti, lo dice con chiarezza disarmante: «Se l’accordo prevederà un dispositivo europeo, l’Italia non può chiamarsi fuori». Linea Volenterosi. Linea europea. Linea adulta. Intanto però il Pd fischietta. Guarda altrove. E quel silenzio forse prepara un paradosso che rasenta l’indecenza morale: un asse Meloni–Schlein, con la mediazione dell’avvocato del populismo, sul no ai soldati italiani in Ucraina. La premier ha già detto nyet, anche faccia a faccia con Emmanuel Macron, l’unico leader europeo che abbia avuto il coraggio di dire una verità elementare: l’America di Donald Trump si sta allontanando dagli alleati e dalle regole internazionali. Altro che sovranismo protettivo.
Meloni, “trumpiana d’Italia”, sulla difesa non sembra neppure in sintonia con il suo ministro Guido Crosetto. Ma su un punto è speculare a Schlein: la paura. La paura di un’opinione pubblica istintivamente contraria ai boots on the ground. Senza capire — o fingendo di non capire — che la questione ucraina coincide esattamente con la questione europea. Lo ha spiegato ancora Sánchez: partecipare all’architettura della difesa europea non è un’opzione, è una necessità storica. E oggi quella architettura passa da Kyjiv. Ma la sinistra italiana non ci sente.
Così la frattura con Italia Viva, per non dire Azione, resta aperta, anzi si allarga. Enrico Borghi lo dice senza infingimenti: serve un’azione militare unitaria sotto l’egida dell’Unione europea, con il primato della politica sugli eserciti. Il Pd, invece, resta prigioniero di un contrappasso grottesco, la convergenza con Meloni e Salvini nel segno del classico italico «armiamoci e partite». Più Alberto Sordi che Pedro Sánchez.
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