Senza la riforma dell’unanimità non ci sarà mai il salto federale per l’Ue

Da mesi, se non anni, la diagnosi sullo stato di salute dell’Occidente converge su un punto: il sistema costruito nel secondo dopoguerra fatica a reggere la pressione del presente. Le democrazie sono politicamente fragili, l’ordine liberale incapace di produrre stabilità e il rapporto tra alleati teso e corroso da ideologia, rivendicazioni e interessi divergenti.
A Leuven, Mario Draghi è tornato a indicare la strada che l’Europa dovrebbe intraprendere per sopravvivere da protagonista, ribadendo i limiti dell’assetto confederale e la necessità di un salto nell’integrazione politica e decisionale. Il suo «federalismo pragmatico» è una fredda, urgente necessità geopolitica. Nessuno Stato europeo dispone oggi della scala necessaria per competere con Stati Uniti e Cina. L’Europa è riconosciuta come un attore solo nei settori in cui ha accettato di integrare realmente sovranità e strumenti decisionali; negli altri, dalla difesa alla politica industriale, fino alla politica estera, continua a presentarsi come una somma di Stati di medie dimensioni, incapace di convertire il proprio peso economico in influenza strategica.
I leader riuniti la scorsa settimana al castello di Alden Biesen, nel tentativo di affrontare il «lento declino» denunciato dallo stesso Draghi, nel suo rapporto sulla competitività hanno finito per rimetterlo in scena. Incapaci di trovare linee comuni hanno preferito contenere le divergenze, partorendo un documento che riconosce le priorità senza individuare gli strumenti necessari per perseguirle. Ancora una volta, l’Europa ha parlato di competitività mostrandosi politicamente inerme.
È qui che emerge la frattura che Draghi si limita a sfiorare. Esiste un fronte sovranista, dall’Ungheria alla Slovacchia, che concepisce l’Unione come un vincolo da contenere più che come uno spazio da rafforzare. Ma le resistenze attraversano anche i Paesi formalmente più integrazionisti: su dossier strategici, Germania, Francia e Italia esitano a cedere prerogative nazionali, come dimostrano le tensioni commerciali (Mercosur) o le divisioni sulla difesa.
Il problema non è solo politico ma strutturale. Le regole europee non impongono costi significativi a chi rallenta o ostacola l’integrazione. Al contrario, in un contesto in cui le forze euroscettiche hanno un peso crescente nelle dinamiche interne, la difesa della sovranità nazionale può persino produrre rendimenti politici. Ogni avanzamento richiede il consenso di attori che, per costruzione, non hanno incentivi a cedere sovranità.
Inoltre, in assenza di una cornice politica condivisa, l’aumento delle capacità non rafforza automaticamente la sicurezza collettiva. L’accelerazione del riarmo tedesco promette di portare con sé un caso di scuola di «dilemma della sicurezza»: è indispensabile per la sicurezza europea ma genera interrogativi, soprattutto in alcuni Paesi, sulla distribuzione del potere militare, sul controllo delle filiere industriali e sulla capacità di influenzare le scelte comuni. L’Europa deve armarsi, ma se lo fa senza integrarsi rischia di frammentarsi ulteriormente.
Più in generale, se l’architettura istituzionale non introduce un costo politico reale per chi blocca le decisioni strategiche, il federalismo pragmatico rischia di restare una formula elegante. Elevare l’Europa all’altezza delle sfide strategiche alla sua sicurezza richiede meccanismi che premino l’integrazione e rendano politicamente onerosa l’inerzia. In altre parole, il federalismo pragmatico evocato da Draghi difficilmente potrà realizzarsi pienamente nell’Unione così com’è oggi. E in assenza di una riforma radicale, politicamente irrealistica nel breve periodo, la soluzione potrebbe passare inevitabilmente da un formato diverso.
In questo senso, sta succedendo qualcosa di nuovo. Quando va a sbattere, l’Europa non si accontenta più della paralisi e comincia a dare vita a formati ristretti, iniziative parallele e coalizioni di volenterosi.
Sull’Ucraina, i formati ristretti si sono consolidati come contenitori operativi per discutere garanzie di sicurezza e assetto del dopoguerra. Sulla difesa, strumenti come il Programma per l’industria europea della difesa (Edip) da 1,5 miliardi di euro sotto forma di sovvenzioni e lo Strumento di azione per la sicurezza dell’Europa (Safe) da 150 miliardi di euro cercano di trasformare lo shock in politica industriale. Ma lo fanno introducendo preferenze e clausole («Buy European») che accentuano l’asimmetria tra chi vuole accelerare e chi teme di perdere controllo. Sull’unione dei mercati dei capitali (oggi rilanciata come Savings and Investment Union), la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha indicato la cooperazione rafforzata: se non si riesce a 27, si può procedere almeno in nove.
Anche i riferimenti di Andrius Kubilius, commissario europeo per la difesa e lo spazio, all’urgenza di rafforzare la prontezza operativa europea, e l’idea di un «Consiglio di sicurezza europeo» per decisioni più rapide, promettono di tracciare una linea ancora più visibile fra i membri ostruzionisti e quelli disposti a cedere la sovranità necessaria per fare dell’Europa un attore politico.
È così che il federalismo pragmatico descritto da Draghi può lentamente prendere forma: attraverso un nucleo di Paesi disposti a condividere sovranità reale nei settori strategici, dotato di meccanismi decisionali a maggioranza qualificata e di strumenti comuni vincolanti, anche al di fuori dei Trattati esistenti. È una strada già percorsa, seppure senza dichiararlo apertamente: l’euro, Schengen, il Next Generation EU sono nati da eccezioni, opt-in e accelerazioni politiche di un modello che oggi dovrebbe diventare più esplicito e più stabile.
Infine, un’Europa più ristretta, ma più coerente e unita da valori condivisi, sarebbe un partner di valore anche per gli Stati Uniti: più prevedibile, più capace di assumersi oneri, più efficace nel trasformare risorse economiche in capacità. In altre parole, non indebolirebbe il legame transatlantico ma lo renderebbe più equilibrato. Per Washington, significherebbe avere accanto non un alleato che chiede protezione e tempo, ma un attore in grado di condividere davvero responsabilità e priorità e riequilibrare l’equazione transatlantica.
Da inizio febbraio, Beniamino Irdi è non-resident senior fellow del German Marshall Fund, testimonianza del nuovo focus del think tank statunitense verso l’Italia e il Mediterraneo nel contesto delle relazioni transatlantiche
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