Chi è la donna che ha vinto le Olimpiadi con il cibo italiano

Riflessiva, concreta, rapida nelle risposte e determinata nelle aspettative: la professionista che sta sfamando gli atleti olimpici e i visitatori dei Giochi è una cremonese che ha sempre sognato di essere qui, ora, e ha preso questo impegno con il necessario senso di responsabilità ma anche un pizzico di ironia. Elisabetta Salvadori, Head of Food & Beverage di Fondazione Milano Cortina 2026, una manager specializzata in organizzazione e logistica nel settore food&beverage, ha quel giusto mix di cazzimma e competenza che rendono gli italiani unici e inimitabili. A pochi giorni dalla chiusura della prima parte del suo impegno, possiamo dire a buon diritto che la gestione dei pasti alle Olimpiadi Milano Cortina è stata un clamoroso successo internazionale, che conta una quantità impressionante di recensioni online, e il plauso di tutti i partner e i media, compreso quello del New York Times, che non lesina complimenti a questa signora della logistica cresciuta a pasta e scienze politiche. «Mia mamma ancora si chiede perché io abbia studiato scienze politiche per poi gestire le cucine dei villaggi olimpici», ma si sa che le mamme non hanno sempre chiarissimi i sogni dei figli.
I numeri raccontano la scala dell’operazione: fino a 4.500 pasti al giorno a Milano, quasi 4.000 a Cortina, circa 2.300 a Predazzo. In totale oltre tre milioni di pasti, con diecimila uova usate ogni giorno. Se ogni vassoio diventasse un mattone, si costruirebbe una torre alta sessanta chilometri. Così lo racconta il New York Times: «Con orde di atleti che si riversavano nel Nord Italia, gli organizzatori olimpici hanno adottato un approccio “cibo come carburante” per quanto riguarda i servizi di ristorazione. Questo ha significato anche accettare il fatto che molti atleti di punta preferiscano la pasta in bianco con un pizzico di sugo a parte – una vera e propria bestemmia, come un cappuccino pomeridiano, in una nazione di epicurei convinti. “È sorprendente, dal punto di vista italiano”, ha detto la signora Salvadori, cercando di apparire diplomatica». Salvadori ha dovuto mediare, come spiega il giornale americano: «Ha dovuto dare la notizia ai ristoratori locali dei villaggi degli atleti, che si aspettavano di poter mettere in mostra le loro abilità culinarie. “A dire il vero, erano un po’ turbati”, ha detto».
Sugo di pomodoro a parte, a Milano Cortina 2026 il racconto dell’Italia sta comunque passando anche dai piatti: la proposta enogastronomica è pensata per valorizzare le eccellenze delle regioni ospitanti, dalla bresaola in Valtellina ai canederli in Alto Adige, dalla polenta al risotto alla milanese, mentre per gli atleti il principio guida è chiaro: “Food for fuel”, nutrizione calibrata secondo le linee guida del Cio, con opzioni capaci di rispettare esigenze culturali, religiose e alimentari diverse.
Non si può certo dire che gli atleti non abbiano apprezzato, e anzi proprio il cibo è parte della grande narrazione digitale che riempie social e giornali internazionali. Pasta, pizza e tiramisù sono ovunque, e negli ultimi giorni sta emergendo una passione sfrenata per quello che è stato ribattezzato “lava cake”: «Quando ho visto le recensioni del tortino al cioccolato dal cuore morbido che è diventato “lava cake” mi sono molto divertita. A dire il vero non pensavo che molti di loro fossero anche influencer così seguiti», dice Elisabetta.
Le delegazioni alloggiano nei tre Villaggi Olimpici di Milano, Cortina e Predazzo e in undici hotel tra Bormio, Livigno e Anterselva, e i menu sono allineati, la ristorazione è attiva 24 ore su 24, con finestre dedicate ai tre pasti principali. Accanto a proteine, opzioni vegetariane, salumi, formaggi, frutta, dessert e cucina internazionale, pasta e pizza presiedono la stazione dei carboidrati, e sono in assoluto i piatti più apprezzati dagli atleti, tanto da meritarsi innumerevoli reel e da essere diventati un tormentone, ma anche un meme, che in effetti – vista la quantità di medaglie vinte dalla compagine italiana – pare funzionare.
Salvadori dice che nonostante le giornate siano molto lunghe e impegnative, quando torna a casa, la sera tardi, trova sempre il tempo per guardare su Instagram e Tiktok le recensioni degli atleti e leggere gli articoli che parlano del cibo olimpico: «Anche perché non posso essere dovunque e a volte attraverso la comunicazione social e dei giornali scopro cos’è successo nei posti dove non ero. Mi fa sorridere questo entusiasmo, e anche pensare che magari quel giorno ho incrociato gli atleti che poi hanno fatto quei video, anche se loro non sanno chi sono».
Un lavoro che parte da lontano, il suo, e che richiede doti di organizzazione fuori dal comune, con una pressione notevole perché dal cibo dipendono la soddisfazione dei presenti ma anche le prestazioni degli atleti e soprattutto per l’Italia uno degli asset strategici di promozione turistica internazionale. E nonostante il successo sia davvero globale e indiscutibile, Elisabetta è cauta nella celebrazione: «Non ci possiamo lamentare, ma non è ancora finita», dice la Head of Food & Beverage di Fondazione Milano Cortina 2026, con un basso profilo invidiabile, e continua: «All’apertura può succedere di tutto, ed è una corsa contro il tempo: oggi ci sono comunque tanti imprevisti, immancabili in situazioni come queste, ma la macchina è rodata e ormai sappiamo come gestirli». Per lei, questo è un ritorno. «Sono approdata a settembre 2024, inserendomi in una squadra che stava lavorando da anni. Era un sogno che coltivavo da tempo: nel 2006 lavoravo nel food retail in Italia ed ero project manager per i Giochi di Torino, e la prima Olimpiade non si scorda mai. Quando ho visto la vittoria di Milano Cortina ho pensato che dovevo realizzare questo sogno e mi sono data da fare per arrivare qui».
Il suo percorso professionale è variegato e attraversa produzione food & beverage, grande distribuzione in Regno Unito, marketing e R&D in Autogrill, un anno a Londra con una multinazionale che ha introdotto il sushi nei supermercati, poi la libera professione: «Qui la complessità non è indifferente. Devi conciliare territori amplissimi e livelli di servizio trasversali, e fare tutto molto velocemente. Abbiamo stabilito un disciplinare con requisiti chiari, fatto due bandi di gara, incontrato operatori locali, fatto scouting anche in eventi più piccoli. Quando mi chiedono come si fa a fare un lavoro così ampio e complesso ho solo una risposta semplice, ma vera: un pezzo alla volta».
Il cuore resta l’atleta: «I più importanti sono loro, nei villaggi. Il focus è “Food for fuel”: il carboidrato è fondamentale». E per arrivare a definire i menu il gioco non è stato per nulla banale: le linee guida del Cio vengono tradotte in menu, condivise con i fornitori, validate dai nutrizionisti, discusse in working group con le federazioni nazionali. «Versione bozza, verifiche, affinamenti, assaggi. Il menu è pronto solo quando è ufficiale, ma ci sono voluti parecchi mesi per arrivare alla sua versione definitiva».
Accanto agli atleti, devono nutrirsi anche famiglia olimpica, media, volontari e spettatori. Per questi ultimi 116 spazi food, prezzi uniformi tra 13 e 25 euro, un’offerta che alterna piatti tipici – polenta, pizzoccheri, bresaola – a proposte mainstream . «Il Cio vuole che il Paese ospitante sia visibile anche nei piatti, e noi lo raccontiamo soprattutto attraverso le specialità locali che in Italia di certo non mancano».
Nonostante l’organizzazione inizi molto prima dell’apertura, è comunque sempre una corsa contro il tempo: «Siamo passati da tre a sessanta persone in squadra. In un contesto così complesso e interconnesso, ogni passo e ogni decisione hanno un impatto su un’altra funzione: ci sono giornate in cui pensi che non ce la farai mai. Oggi guardo le review e sorrido: ho letto del lava cake, del tiramisù diventato simbolo. Confesso che ogni tanto qualcuno che scrive di noi lo ringrazio anche».
L’apertura del centro media, prima ancora della cerimonia inaugurale, è stato un banco di prova e il primo vero momento della verità: «Le aspettative erano altissime, ma i giornalisti sono rimasti soddisfatti: è stato il primo bel momento di questa avventura. Ma il momento più emozionante per me è stato il doppio incontro con il Presidente della Repubblica. In una delle due occasioni mi sono guardata intorno ed eravamo tutte donne e fare una foto insieme e ribadire la forza del nostro gruppo è stata una soddisfazione. Solo che quella foto non ce l’ho, perché è stata improvvisata e forse è rimasta alle persone del cerimoniale. Ma comunque è stato indimenticabile». E sul fatto del suo essere donna in un mondo al maschile non ha un tentennamento: «Nelle mie esperienze aziendali precedenti è stato un ostacolo, a volte, qui mai, anzi. In ogni caso questa avventura è una bella soddisfazione dal punto di vista della squadra che abbiamo creato: ci siamo compattati strada facendo, con i nuovi arrivati che dovevano inserirsi in corsa, lavorando bene insieme ai miei ragazzi e ai partner, con la convinzione condivisa che nessuno di noi avrebbe potuto vincere da solo». In pieno spirito olimpico.
Quando i Giochi si chiuderanno, il suo lavoro non smetterà subito: resteranno due mesi di report, chiusure contrattuali, documentazione per i futuri comitati olimpici, che stanno comunque girando per i villaggi e monitorando le attività, prendendo spunti per il loro futuro lavoro. Le Olimpiadi non finiscono con l’ultima medaglia, ma lasciano un metodo in una sorta di ideale staffetta tra i Paesi ospitanti: di sicuro i cugini francesi avranno un benchmark molto alto con cui confrontarsi.
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