Studenti palestinesi bloccati a Gaza: borse di studio italiane sospese nel limbo della guerra
lentepubblica.it
C’è un elenco di nomi che in Italia dovrebbe già essere seduto tra i banchi universitari. Invece, quei nomi oggi si trovano ancora a Gaza, sotto le bombe, in attesa di una risposta che non arriva.
Sono studentesse e studenti palestinesi vincitori di una borsa di studio del programma IUPALS – Italian Universities for Palestinian Students, un’iniziativa promossa dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, il Ministero dell’Università e della Ricerca e il Consolato Generale d’Italia a Gerusalemme.
Il progetto prevede 97 borse di studio del valore di circa 12.000 euro l’anno ciascuna, messe a disposizione da 35 atenei italiani per consentire a giovani residenti nei Territori Palestinesi di intraprendere un intero percorso universitario in Italia: laurea triennale, magistrale o a ciclo unico. Un investimento importante, sia sul piano economico sia su quello simbolico, che avrebbe dovuto offrire un’opportunità concreta di crescita personale e professionale.
Ma la realtà ha preso una piega diversa.
Vincitori senza partenza: il blocco dei corridoi umanitari
Quasi duecento studenti palestinesi – su oltre 15mila candidati – sono risultati assegnatari di una borsa presso università italiane. Molti di loro sarebbero dovuti arrivare nel nostro Paese già durante l’estate. Tuttavia, l’escalation del conflitto e la chiusura dei corridoi hanno reso impossibile qualsiasi spostamento.
Non esiste, al momento, un canale umanitario attivo che consenta a questi ragazzi di lasciare Gaza, raggiungere la Giordania e proseguire verso l’Italia. Senza un’intesa tra Israele, i Paesi di transito e le autorità italiane, ogni viaggio resta sulla carta. È una questione diplomatica complessa, che richiede coordinamento internazionale e decisioni rapide. Decisioni che, finora, non si sono tradotte in risultati concreti.
Nel frattempo, molti di questi giovani hanno affidato ai social network il loro appello: chiedono pressioni politiche, sollecitano l’apertura immediata di un corridoio sicuro, domandano che le promesse fatte vengano mantenute. Le loro parole raccontano sogni sospesi e paure quotidiane.
Aspiranti medici e ingegneri sotto le bombe
Dietro i numeri ci sono storie precise. C’è chi sogna di diventare medico, chi vuole progettare infrastrutture, chi immagina una carriera nel giornalismo o nella ricerca scientifica. Profili brillanti, selezionati in modo rigoroso, che avrebbero già dovuto iniziare lezioni, esami, tirocini.
Il professor Stefano Simonetta, prorettore ai Servizi agli studenti e al diritto allo studio dell’Università degli Studi di Milano, mantiene contatti quotidiani con i 25 ragazzi che hanno ottenuto una borsa per la Statale. Dalle sue conversazioni emergono racconti di precarietà estrema: connessioni internet intermittenti, difficoltà a reperire beni essenziali, timore costante per la propria incolumità.
Alla Statale di Milano sono attesi otto studenti; sette dovrebbero raggiungere l’Università di Bologna; cinque hanno come destinazione l’Università della Calabria. Altri posti sono stati assegnati a Camerino, Trieste, Insubria e ad ulteriori atenei sparsi lungo la Penisola, per un totale di 18 università coinvolte. Un sistema accademico che si è mobilitato, ma che ora si trova impotente davanti a un ostacolo di natura geopolitica.
La doppia delusione: guerra e silenzio istituzionale
Per questi studenti, l’attesa ha assunto i contorni di una sospensione esistenziale. Prima la guerra ha stravolto ogni prospettiva; poi, la mancanza di risposte ha trasformato l’entusiasmo in frustrazione. La sensazione, raccontano, è quella di essere rimasti intrappolati tra due mondi: troppo lontani dall’Italia per iniziare una nuova vita, troppo vicini al conflitto per sentirsi al sicuro.
Le autorità italiane hanno chiarito che eventuali richieste di ricongiungimento familiare potranno essere presentate solo dopo l’ingresso regolare nel territorio nazionale e l’ottenimento del permesso di soggiorno, attraverso le Prefetture competenti. Ma questo passaggio, al momento, appare teorico: senza uscita da Gaza, nessuna pratica può essere avviata.
Resta inoltre un nodo irrisolto: chi potrà effettivamente beneficiare di un eventuale corridoio umanitario? Solo i vincitori del bando IUPALS o anche altri borsisti che avevano già ottenuto un’ammissione prima del lancio dell’iniziativa nel maggio 2025? L’assenza di indicazioni ufficiali alimenta ulteriore incertezza.
Diplomazia, responsabilità e tempi della politica
La Farnesina ha più volte sottolineato che l’attivazione di corridoi dedicati dipende da accordi con Israele e con i Paesi di transito. È una procedura che richiede negoziati delicati e coordinamento multilaterale. Tuttavia, il trascorrere dei mesi rende sempre più difficile giustificare l’immobilismo.
Le università italiane hanno fatto la loro parte: hanno stanziato fondi, predisposto accoglienza, programmato l’inserimento accademico. Il mondo accademico, tradizionalmente luogo di scambio e apertura, ha dimostrato disponibilità concreta. Ora la partita si gioca su un altro tavolo, quello politico-diplomatico.
In questo scenario, la questione non è soltanto amministrativa. È etica e strategica. Se l’Italia sceglie di promuovere programmi di cooperazione educativa in contesti di crisi, deve essere pronta a garantire che quei progetti non restino annunci privi di attuazione. Ogni borsa di studio rappresenta un impegno pubblico, non una dichiarazione simbolica.
Un banco di prova per la credibilità italiana
La vicenda degli studenti palestinesi bloccati a Gaza non è un dettaglio marginale nell’agenda internazionale. È un test di coerenza. L’istruzione viene spesso indicata come strumento di pace, ponte tra culture, leva di sviluppo. Ma queste parole rischiano di perdere peso se, nei momenti decisivi, non si traducono in azioni tempestive.
La responsabilità della Farnesina non può essere diluita nell’alibi della complessità diplomatica. Governare significa anche assumersi il compito di sciogliere nodi intricati, soprattutto quando in gioco ci sono vite giovani e opportunità irripetibili. Ogni settimana di ritardo non è soltanto un problema burocratico: è un anno accademico che sfuma, un percorso formativo che si interrompe, una fiducia che si incrina.
Se l’Italia intende davvero sostenere il diritto allo studio e presentarsi come Paese promotore di dialogo, deve dimostrarlo con atti concreti. In caso contrario, il rischio è che IUPALS diventi l’ennesimo progetto generoso nelle intenzioni ma inefficace nella pratica. E per quei ragazzi che attendono di partire, la promessa di un futuro migliore si trasformerebbe nell’ennesima occasione mancata, consumata tra macerie e silenzi istituzionali.
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