Cuore, studio rivela quali sono i soggetti più a rischio del secondo infarto
I ricercatori del Monzino e dell’Università di Milano hanno individuato un marcatore predittivo del secondo infarto: la percentuale di piastrine TF-positive nel sangue rappresenta un predittore di mortalità cardiovascolare a cinque anni nei pazienti già colpiti da infarto. La scoperta apre la strada a una medicina sempre più personalizzata
Ogni anno molte persone sopravvivono a un primo infarto, ma per una parte di loro il pericolo non è finito. Anche con le terapie più moderne, tra il 20% e il 30% dei pazienti può andare incontro a un secondo evento cardiovascolare. Oggi una nuova ricerca italiana offre uno strumento in più per individuare chi è davvero a rischio.
Uno studio condotto dal Centro Cardiologico Monzino IRCCS insieme all’Università degli Studi di Milano ha identificato un biomarcatore in grado di prevedere la mortalità cardiovascolare nei cinque anni successivi a un infarto. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Thrombosis and Haemostasis.
Il protagonista: il Fattore Tissutale
Al centro della scoperta c’è il Fattore Tissutale (TF, Tissue Factor), una proteina fondamentale nei processi di coagulazione del sangue.
In condizioni particolari, il TF può comparire sulla superficie delle piastrine — le cellule coinvolte nella formazione dei coaguli. Quando questo accade (si parla di piastrine “TF-positive”), può attivarsi più facilmente il processo di trombosi, cioè la formazione di un coagulo che può ostruire un’arteria e causare un infarto.
I ricercatori hanno dimostrato che la percentuale di piastrine TF-positive nel sangue rappresenta un predittore indipendente di mortalità cardiovascolare a cinque anni nei pazienti con malattia coronarica già colpiti da infarto.
Perché è una scoperta utile per prevenire il secondo infarto
Finora la valutazione del rischio nei pazienti coronaropatici si basava su fattori come:
- età
- familiarità
- presenza di diabete, ipertensione o altri fattori di rischio
- marcatori di infiammazione o danno cardiaco
Questi strumenti sono utili, ma fotografano soprattutto ciò che è già accaduto, come il danno al cuore o lo stato infiammatorio generale.
Secondo la professoressa Marina Camera, responsabile dell’Unità di Ricerca di Biologia Cellulare e Molecolare Cardiovascolare al Monzino e docente di Farmacologia, mancava un indicatore biologico capace di identificare in modo diretto e indipendente i pazienti più esposti al rischio trombotico.
Le piastrine, essendo protagoniste nella formazione del trombo, rappresentano un bersaglio ideale per questo tipo di ricerca.
I numeri dello studio
Lo studio ha coinvolto 527 pazienti coronaropatici, seguiti presso il Monzino dopo un primo infarto e già in terapia antitrombotica.
L’analisi ha mostrato che i pazienti con oltre il 4% di piastrine TF-positive presentano un rischio di morte cardiovascolare da 3 a 7 volte superiore nei cinque anni successivi rispetto a chi ha valori inferiori.
Un dato significativo, perché il rischio resta elevato indipendentemente dagli altri fattori clinici e dalla terapia antipiastrinica in corso.
Verso una prevenzione più personalizzata
La possibilità di identificare con precisione i pazienti più vulnerabili apre la strada a una medicina sempre più personalizzata.
La misurazione del TF piastrinico è relativamente semplice: per il paziente è sufficiente un normale prelievo di sangue e in laboratorio serve un citofluorimetro, uno strumento già ampiamente utilizzato, ad esempio nella diagnosi delle leucemie.
Il prossimo passo sarà la realizzazione di studi multicentrici su larga scala, necessari per confermare i risultati e valutare l’introduzione del test nella pratica clinica.
Se confermata, questa scoperta potrebbe diventare un nuovo alleato nella lotta contro le recidive dell’infarto, aiutando medici e pazienti a intervenire prima che sia troppo tardi.
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