Dati, algoritmi e sovranità: “Così l’AI sta riscrivendo la democrazia”

Le guerre non si combattono più soltanto con carri armati e missili. Si combattono con i dati, con gli algoritmi, con le parole. È da qui che è partita la riflessione di Michele Mezza, ospite a Materia per un incontro dal titolo “Le guerre ai tempi dell’intelligenza artificiale ridisegnano la democrazia”, moderato dal direttore di VareseNews Marco Giovannelli.
Giornalista, tra i fondatori di RaiNews24 e studioso da oltre vent’anni del rapporto tra media, tecnologia e politica, Mezza ha presentato il suo ultimo libro, Guerre in codice. Come le intelligenze artificiali resettano la democrazia, mettendo al centro una tesi netta: la sovranità si sta spostando dagli Stati ai centri di calcolo.
«La pace non esiste più come pausa tra due guerre – ha affermato -. Se tutta la nostra vita è organizzata in file e ogni file è hackerabile, siamo dentro una guerra ibrida permanente». Una guerra che non è solo militare ma cognitiva, finanziaria, informativa: una condizione strutturale in cui ciascun cittadino è insieme “calcolante e calcolato”.
Il potere degli algoritmi e la privatizzazione dello Stato
Nel dialogo con Giovannelli, Mezza ha richiamato più volte la figura di Peter Thiel, cofondatore di PayPal e tra le figure più influenti della Silicon Valley, per spiegare il passaggio cruciale: «Quando qualcuno scrive ai propri azionisti “noi vendiamo ontologia”, significa che non vende solo servizi, ma categorie, vocabolari, visioni del mondo».
È qui che, secondo Mezza, si consuma lo slittamento: «Se parli come pensa la Silicon Valley, la partita non si gioca nemmeno». Il rischio è quello di una privatizzazione progressiva della sovranità: non più lo Stato come garante ultimo, ma piattaforme che, attraverso la gestione dei dati, influenzano sicurezza, guerra, informazione, perfino la sanità.
La profilazione diventa così «una forma di violenza preventiva», perché costruisce identità, attribuisce etichette, anticipa comportamenti. «La partita oggi è intorno al nostro cervello» ha detto Mezza, indicando nella dimensione semantica – le parole, i linguaggi – il vero terreno di scontro.
Dalla guerra militare alla guerra cognitiva
Per spiegare la natura della nuova guerra, Mezza ha evocato episodi recenti dei conflitti contemporanei, mostrando come il salto tecnologico abbia cambiato la scala delle decisioni. «Il punto non è che il drone manda l’immagine e qualcuno decide. Il punto è quando la macchina decide in automatismo», ha osservato, riferendosi ai sistemi di riconoscimento e targeting basati su intelligenza artificiale.
Ma la stessa logica si trasferisce nelle campagne elettorali e nella comunicazione politica. «Se io posso identificare l’elettore contendibile e mandargli un messaggio su misura, non ho più bisogno della propaganda di massa». È la granularità dei dati a rendere possibile un intervento personalizzato, invisibile e difficilmente tracciabile.
Sovranità digitale e ruolo dell’Europa
Uno dei nodi centrali affrontati è stato quello della sovranità digitale europea. «Dove vanno i miei dati?» ha chiesto provocatoriamente Mezza. «I dati sono beni comuni. Nessuno ha titolo di privatizzarli». L’Europa, a suo giudizio, non può limitarsi a rincorrere la Silicon Valley: «Non dobbiamo fare una nuova Silicon Valley. Quella partita è persa. Dobbiamo costruire un modello diverso, più distribuito, più orizzontale».
Il tema non è solo tecnologico ma politico: chi è il soggetto in grado di negoziare con i giganti del calcolo? Per Mezza, oltre agli Stati, possono giocare un ruolo le città e i sistemi territoriali, a partire dalla gestione trasparente dei dati e dall’obbligo di tracciabilità.
Il giornalismo nell’era dell’AI
Il confronto si è chiuso con una riflessione sul giornalismo. «Oggi il ruolo del giornalista non è più il distributore di informazioni – ha sostenuto Mezza -. Le notizie ci inseguono, non dobbiamo andarle a cercare. Il giornalista deve diventare certificatore dei linguaggi delle protesi digitali».
In un’epoca in cui modelli generativi, sintesi automatiche e personalizzazione estrema cambiano il modo di leggere e scrivere, la sfida non è rifiutare le macchine ma governarle. «Il problema non è più come le macchine interferiscono su di noi, ma come noi interferiamo sulle macchine».
Eppure, nel quadro di una trasformazione così radicale, Mezza ha voluto lasciare uno spiraglio. «Io penso che stiamo vivendo i dieci anni più felici dell’umanità» ha detto. «Per la prima volta miliardi di persone possono accedere allo spazio pubblico e informare dal basso verso l’alto».
La questione, allora, non è arrestare l’innovazione ma civilizzarla. Trovare, tra intraprendenza e disobbedienza, quella linea sottile su cui – come ricordava Alan Turing – si gioca il futuro.
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