La nuova Costituzione palestinese istituzionalizza la negazione storica di Israele

Gli Stati e le forze politiche progressiste che hanno promosso la fondazione immediata di uno Stato Palestinese, riconoscendolo, devono ora prendere atto di quanto hanno sempre rifiutato di vedere: l’immaturità politica e democratica della leadership palestinese, normalmente celebrata come «moderata». Valutazione che risalta dalla bozza della Costituzione di questo Stato di Palestina pubblicata da Abu Mazen il 12 febbraio.
Innanzitutto, questa Costituzione è improntata da un’insania storica: essa nega ogni rapporto storico del popolo ebraico con Gerusalemme e la Palestina. Non solo, fatto forse ancora più grave, questa Costituzione cita più volte il cristianesimo accanto all’islam, ma non cita mai l’ebraismo. Nega quindi il dogma coranico del rispetto pieno dovuto ai «popoli del libro» ed estirpa di fatto l’ebraismo dalle fedi abramitiche.
È la prova che con questa Costituzione Abu Mazen e la dirigenza palestinese moderata hanno fatto propria la strategia del filo-nazista Husseini, Gran Mufti di Gerusalemme, che negli anni Trenta rispose al sionismo letteralmente inventandosi l’inesistenza di ogni rapporto tra Israele ed ebraismo, a partire dalla negazione dell’esistenza del Tempio di Gerusalemme.
L’articolo III è esplicito: «Gerusalemme è la capitale dello Stato di Palestina e il suo centro politico, spirituale, culturale ed educativo, nonché simbolo nazionale. Lo Stato di Palestina si impegna a preservare il suo carattere religioso e a proteggere i suoi santuari islamici e cristiani». E «si impegna inoltre a proteggere lo status legale, politico e storico di Gerusalemme e afferma che qualsiasi misura per cambiare il suo carattere o identità storica è considerata nulla e priva di valore secondo il diritto internazionale».
Così si ribadisce e si cristallizza l’assurdità storica che l’Autorità Nazionale Palestinese, spalleggiata dai paesi arabi, ha sempre sostenuto in sede Onu, più specificamente nell’Unesco, ottenendo nel 2015 e nel 2017 la maggioranza dei voti assembleari, e cioè che il Tempio ebraico non è mai esistito a Gerusalemme; che la Tomba dei Patriarchi di Hebron, che contiene secondo la tradizione ebraica i corpi di Abramo, Isacco e Giacobbe, è un patrimonio dell’umanità esclusivamente islamico; e quindi, di nuovo, si nega qualsiasi rapporto tra l’ebraismo e la Palestina storica.
Questa negazione dei rapporti millenari del popolo ebraico con la terra di Israele, peraltro totalmente estranea alla tradizione islamica, significa che lo stesso riconoscimento, da parte palestinese, dello Stato di Israele è tattico, è subìto per ragioni di forza. Significa che di fatto è e sarà impossibile, da parte dello Stato di Palestina, concretizzare una convivenza pacifica tra arabi ed ebrei, per la drammatica e incredibile ragione che gli arabi, negando la storia, i monumenti, la palese realtà storica, negano che quello Stato sia legittimato dal rapporto ultra-millenario del popolo ebraico con Israele.
È questa una premessa, addirittura costituzionale, a continuare il jihad contro Israele, che si concretizza in pieno nell’inserimento in questa Carta Fondamentale di quell’assistenza piena ai terroristi e alle loro famiglie, secondo il principio Pay for slay – uccidi e noi paghiamo –, che pure era stata abolita a parole dall’Anp nel 2025, su esplicita richiesta del presidente Donald Trump. Gli articoli 24 e 44 sono infatti espliciti: «Lo Stato si impegna a lavorare per fornire protezione e assistenza alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri e a coloro che sono stati rilasciati dalle prigioni di occupazione e alle vittime del genocidio. (…) Lo Stato assicura la fornitura di cure complete alle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri e a coloro che sono stati rilasciati dal carcere, per preservare la loro dignità nazionale e i loro bisogni umanitari e di vita». I «martiri», sia chiaro, nel lessico arabo, non sono solo le vittime civili, ma anche e innanzitutto i terroristi suicidi che si sono fatti esplodere massacrando civili ebrei.
Ma non basta, questo progetto di Costituzione smentisce anche la radicata falsificazione, sempre ribadita, sulla laicità della leadership palestinese. Infatti, non solo l’articolo IV stabilisce che «i principi islamici della Sharia sono fonte primaria della legislazione», non solo stabilisce quindi che le donne possano essere ripudiate, ma non possano ripudiare, possano essere costrette alla poligamia maschile, possano non ottenere la custodia dei figli, non possano sposare un non musulmano e abbiano diritti dimezzati rispetto agli uomini in campo ereditario, ma stabilisce anche che le controversie su tutti questi campi siano sottoposte non alla giurisdizione civile, ma ai tribunali islamici, i cui giudici sono nominati dal Gran Mufti. Quindi la certificazione di una giurisdizione religiosa, privata, totalmente sottratta ai meccanismi di uno stato di diritto democratico. Dunque, negazione istituzionale e netta della parità di diritti della donna.
Inoltre, di nuovo, l’articolo 4 menziona lo status di protezione dei cristiani, ma non degli ebrei, che evidentemente non devono e non possono esistere nello Stato di Palestina. Non solo, questa bozza di Costituzione stabilisce che lo Stato «garantisce libertà di religione» solo alle «religioni monoteiste», con esclusione quindi di quelle politeiste (induismo, buddhismo, confucianesimo, ecc.), con un evidente e grave vulnus alla libertà di pensiero.
Nel complesso, un testo costituzionale che cristallizza un dato di fatto rilevante quanto sottovalutato sia dall’Europa sia dai partiti progressisti: la dirigenza storica dell’Autorità Nazionale Palestinese è settaria, fiancheggiatrice ambigua del jihadismo e, nel complesso, totalmente immatura sotto il profilo democratico.
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