L’Ucraina ha trasformato il drone nel carro armato del XXI secolo

Un giorno capiremo di aver perso tempo con la domanda sbagliata. Non se fosse giusto aiutare l’Ucraina; per chiunque creda nel diritto internazionale, la risposta non è mai stata in discussione. La vera questione è un’altra: la Nato e l’Unione europea possono permettersi di fare a meno di ciò che Kyjiv ha imparato in quattro anni di resistenza all’invasione russa? Mentre guardavamo il cielo stellato, cercando la morale dentro di noi per inviare nuovi finanziamenti, l’Ucraina ha trasformato il drone nell’arma capace di cambiare il volto della guerra nel ventuntesimo secolo. Una virtù nata dalla necessità di sopravvivere a bombardamenti continui e violazioni dei diritti umani con meno soldati e risorse del nemico. Gli ucraini hanno preso un velivolo leggero, a basso costo, spesso assemblato con componenti commerciali, lo stesso che in Europa usiamo per i video turistici e in Cina per portare il delivery, e lo ha integrato in modo sistematico con fanteria e artiglieria, rendendolo ciò che il carro armato fu nella prima guerra mondiale: una frattura nella storia militare che ha creato un prima e un dopo.
Nella guerra del futuro potrebbe essere l’Europa ad avere bisogno dell’Ucraina più di quanto Kyjiv dell’Europa. I generali della Nato lo hanno capito bene nell’ultima sorprendente esercitazione in Estonia. Durante l’operazione “Hedgehog” (Porcospino) che ha coinvolto oltre 16mila militari di 12 Stati dell’alleanza atlantica, un’unità ucraina ha svolto il ruolo del “nemico”. Da una parte c’era un battle group alleato: un reparto completo con carri armati, veicoli blindati, artiglieria, posti di comando mobili e mezzi logistici. Gli ucraini invece avevano solo una decina di operatori con piccoli droni.
Per alcune ore hanno sorvegliato dall’alto un’area di circa dieci chilometri quadrati, osservando ogni spostamento: colonne in marcia, mezzi fermi, centri di comando. In base ai dati raccolti, hanno simulato attacchi che avrebbero distrutto 17 veicoli corazzati e colpito una trentina di altri obiettivi in meno di mezza giornata. Il punto non è che le truppe Nato fossero impreparate, ma che i droni ucraini hanno portato la guerra su un altro livello. Per Kyjiv è stata solo ripetizione di una routine consolidata: ricognizione persistente, trasmissione immediata dei dati, selezione e prioritarizzazione dei bersagli, ingaggio rapido, aggiornamento continuo della mappa operativa
Oggi, con molti sensori a basso costo in volo, il campo di battaglia è quasi sempre visibile. Se concentri troppi mezzi nello stesso punto o ti fermi troppo a lungo, diventi un bersaglio. I droni non sostituiscono carri e artiglieria, ovviamente, ma li rendono più vulnerabili. Se il carro armato nella Prima guerra mondiale ha spezzato l’immobilismo delle trincee, il drone nel conflitto ucraino ha spezzato l’illusione dell’occultamento. La differenza la fa chi vede per primo e riesce a mantenere le comunicazioni anche sotto disturbo elettronico, dettando così il ritmo dello scontro.
È la stessa logica che ha permesso all’Ucraina la riconquista di 201 chilometri quadrati a est di Zaporizhzhia: il guadagno più rapido per Kyjiv da due anni e mezzo, ottenuto in soli cinque giorni, tra l’11 e il 15 febbraio, secondo l’analisi dei dati dell’Institute for the Study of War ripresa da AFP. Non si è trattato di uno sfondamento su larga scala, ma di una serie di contrattacchi brevi e coordinati su più punti del fronte, consolidati subito prima che le forze russe potessero riorganizzarsi. L’impiego sistematico di droni da ricognizione e d’attacco ha accompagnato ogni fase dell’avanzata, dalla localizzazione delle postazioni russe all’ingaggio di artiglieria e mezzi logistici nelle retrovie immediate. L’effetto combinato è stato la riduzione della capacità russa di mantenere linee difensive continue e di rifornire rapidamente le unità di prima linea sotto pressione.
La differenza l’ha fatta anche un fattore tecnico: l’interruzione dell’accesso russo a Starlink. L’esercito del Cremlino aveva fatto ricorso alla rete satellitare per garantire comunicazioni stabili ai droni e ai reparti avanzati, aggirando in parte il disturbo elettronico ucraino. Senza l’ombrello tecnologico di Elon Musk le comunicazioni sono diventate meno affidabili, causando ritardi nel coordinare artiglieria e rinforzi, e maggiore vulnerabilità delle unità esposte. Secondo dati forniti dalle autorità militari ucraine nelle settimane precedenti, oltre l’80 per cento dei bersagli distrutti o neutralizzati lungo il fronte viene oggi colpito attraverso sistemi senza equipaggio, inclusi droni FPV a corto raggio e piattaforme a medio raggio per attacchi di precisione.
Per l’Europa, la lezione è strategica prima ancora che tecnica. Non si tratta di “dotarsi di droni”: quasi tutti gli eserciti ne possiedono, ma di integrare sensori e fuoco, operare in ambiente contestato, assumere che il GPS possa non essere affidabile, che le comunicazioni siano degradate, che il cielo sia affollato di piattaforme economiche e letali. In Ucraina questa è diventata normalità e Kyjiv padroneggia l’intero ciclo del drone: progettazione, produzione, adattamento sotto jamming, impiego integrato con artiglieria e intelligence. E sta condividendo questo know how con gli alleati.
Il 13 febbraio il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ricevuto a Monaco di Baviera il primo drone d’attacco prodotto nell’ambito della produzione congiunta ucraino-tedesca, tra Quantum Systems e Frontline Robotics. La joint venture, Quantum Frontline Industries, punta a una capacità produttiva di 10.000 droni nel primo anno e alla creazione di fino a dieci iniziative analoghe entro la fine del 2026.
La nuova arma si chiama Linza 3.0 ed è grande più o meno come un comune drone commerciale di fascia alta: ha un telaio di circa 30 centimetri, può trasportare fino a 4 chili di carico, operare fino a 15 chilometri di distanza e restare in volo per circa un’ora. La vera novità però non è nelle dimensioni, ma in come riesce a orientarsi e a comunicare. Se perde il segnale satellitare a causa di un attacco nemico, non cade, né si disorienta facilmente. Usa telecamere e sensori interni, aiutati da un software basato su intelligenza artificiale, per capire dove si trova e continuare la missione anche senza GPS. Flotte di videoamatori non vedono l’ora che questa tecnologia arrivi anche alle persone comuni per non dover entrare più nel giardino dei vicini dopo l’ennesima caduta del proprio mini drone. Anche le comunicazioni sono più protette: il collegamento con l’operatore è criptato e cambia frequenza di continuo per rendere più difficile il disturbo. Il video trasmesso a terra è progettato per resistere ai tentativi di interferenza elettronica.
Questa rivoluzione non riguarda solo l’Europa. Anche negli Stati Uniti la guerra in Ucraina sta obbligando a ripensare il ruolo degli elicotteri militari. Al convegno annuale dell’Association of the United States Army, i vertici dell’aviazione dell’Esercito hanno spiegato che le perdite subite da russi e ucraini sotto difese antiaeree dense e sciami di droni dimostrano quanto sia diventato rischioso operare a bassa quota e vicino al fronte. Non tutte le lezioni sono automaticamente trasferibili a Washington, che combatte con dottrine, mezzi e integrazione interforze differenti. In un ambiente saturo di sensori e missili a corto raggio, l’elicottero non può più avanzare come piattaforma dominante d’assalto.
Per questo l’U.S. Army sta puntando su maggiore distanza di ingaggio, reti digitali integrate e launched effects, cioè droni lanciati dagli stessi elicotteri per esplorare o colpire prima di esporre equipaggi umani. Anche in Europa, nel programma Nato per il futuro elicottero NGRC, si studiano tiltrotor e velivoli ad alta velocità capaci di operare più lontano dalla linea del fuoco. Ormai i droni hanno cambiato la gerarchia del cielo tattico. Gli elicotteri non scompaiono, ma non guidano più l’assalto. Prima entra la macchina senza pilota; l’uomo, se serve, segue.
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