È l’ora di dire qual è il nostro limite, se ne abbiamo uno

Siamo proprio sicuri che la battuta di Elon Musk a Davos sul Board of peace di Donald Trump fosse proprio un attacco, e soprattutto un attacco a Trump, come hanno titolato molti giornali? Parlo del tragico gioco di parole tra «peace» (pace) e «piece» (pezzo) con cui ieri Musk ha tentato di scaldare la platea del World Economic Forum: «Mi sono chiesto: “piece” nel senso di p-i-e-c-e? Hai presente: un pezzo di Venezuela, un pezzo di Groenlandia…». Siamo proprio sicuri che il presidente degli Stati Uniti, ascoltandolo, non sarà stato il primo a sghignazzarne compiaciuto?
Trattandosi di Trump, ovviamente, non posso nemmeno escludere che mentre scrivo scateni le squadracce dell’Ice contro il suo principale finanziatore e lo faccia rispedire in Sudafrica, ma ne dubito, visti anche i precedenti e in generale la sua spiccata tendenza a prendersela solo ed esclusivamente con chi non può, non sa o non vuole difendersi. Cioè noi. Noi europei e più in generale noi democratici occidentali che ancora ci ostiniamo a tentare di razionalizzare, mediare, convivere con il più esplicito e violento attacco contro tutti i nostri più sacri principi, con chi dichiara senza giri di parole di volerci sottomettere economicamente e persino militarmente.
Quando Musk dice che il Board of peace al quale Trump ci chiede di aderire è semplicemente un modo per prendersi un pezzo di Venezuela, un pezzo di Groenlandia, non è lui che sta sfottendo, ma noi. Ci sta gettando in faccia la verità, come se poi non fosse già di per sé evidentissima. È venuto il momento di chiedere a tutti gli spiegatori e minimizzatori del trumpismo, ai teorici del dialogo e della mediazione con chi ormai parla esplicitamente di annessione e conquiste territoriali, qual è il nostro limite, se ce lo abbiamo, qual è il punto oltre il quale non siamo più disposti a sorridere e annuire, rendendoci oggettivamente complici di questo progressivo scivolamento nella barbarie, che sa sempre più di anni Trenta.
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