Frontalieri e tassa sulla salute, Furio Artoni: “Una bomba dietro una manciata di spiccioli”

La questione della tassa sulla salute per i frontalieri e la possibile sospensione dei ristorni all’Italia da parte del Canton Ticino entra nel dibattito politico locale. A intervenire è l’avvocato Furio Artoni, a nome degli Stati generali del centrodestra per Luino, con una presa di posizione articolata che collega la misura italiana alla recente mozione presentata in Gran Consiglio ticinese.
Di seguito il testo integrale della nota
Quello che sta accadendo nei rapporti tra Italia e Svizzera in materia di frontalieri non è un normale contenzioso fiscale tra burocrazie vicine. È qualcosa di più grave: è la progressiva erosione di un sistema di convivenza costruito in decenni, compromesso oggi – con sconcertante leggerezza – per una questione che si potrebbe risolvere abrogando una norma sbagliata.
La tassa sulla salute, imposta ai lavoratori frontalieri sotto forma di contributo mensile variabile da trenta a duecento euro, è stata fin dall’inizio ciò che chi scrive ha pubblicamente denunciato: un abominio giuridico. Sono stato il primo, a livello istituzionale locale, a segnalarne l’incongruenza non solo politica ma strutturalmente giuridica – un prelievo incostituzionale, incompatibile con i trattati internazionali vigenti, e destinato inevitabilmente a innescare una reazione della controparte svizzera. Quella reazione è oggi sotto gli occhi di tutti.
Il consigliere di Stato ticinese Christian Vitta aveva già ventilato l’ipotesi a fine gennaio. Ora è diventata proposta parlamentare formale: una mozione presentata al Gran Consiglio del Canton Ticino dai capigruppo di PLR, Centro, UDC e Lega dei Ticinesi – rispettivamente Alessandro Speziali, Fiorenzo Dadò, Alain Bühler e Daniele Piccaluga – chiede al governo cantonale di agire «immediatamente» per sospendere, totalmente o parzialmente, il riversamento all’Italia della quota dell’imposta alla fonte prelevata sui frontalieri, invocando la violazione dell’articolo 9 dell’accordo fiscale bilaterale da parte italiana. Ci rendiamo cosa significa questo per le nostre zone ?
Non si tratta di una dichiarazione politica. È un atto parlamentare, firmato dalle principali forze di centrodestra del cantone più esposto alla questione frontaliera, che chiede al governo di far valere l’inadempimento italiano e di intraprendere le necessarie iniziative diplomatiche e istituzionali presso la Confederazione e il governo di Roma. La risposta svizzera è arrivata: e sono i ristorni a essere messi sul tavolo.
Chi segue questa vicenda da anni sa che tutto ciò non è arrivato per caso. Il Consiglio Comunale di Luino – primo comune della provincia di Varese a muoversi su questo fronte – ha approvato mozioni che denunciavano nei dettagli i rischi dell’accordo fiscale con la Svizzera: rischi concreti, non teorici.
Di fronte al decreto attuativo della tassa sulla salute, ho presentato nuove mozioni al Consiglio Comunale di Luino, entrambe approvate. In quella sede ho definito la misura quello che è: una norma incostituzionale che viola il principio del divieto di doppia imposizione e gli accordi bilaterali con la Svizzera. Non è retorica: è analisi giuridica. E i fatti l’hanno confermata.
In primo luogo, è costituzionalmente dubbia. Introduce una discriminazione tra lavoratori frontalieri assunti in periodi diversi, creando categorie giuridicamente distinte in violazione del principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Una disparità di trattamento tra soggetti nella medesima condizione sostanziale non ha giustificazione razionale ed è vulnerabile davanti alla Corte Costituzionale.
In secondo luogo, confligge con il principio convenzionale del divieto di doppia imposizione. I frontalieri versano già imposte alla fonte in Svizzera e contribuiscono attraverso il meccanismo dei ristorni alla finanza pubblica italiana. Aggiungere un prelievo ulteriore – denominato pudicamente «contributo sanitario» ma nella sostanza una tassa – senza alcun corrispettivo di servizio aggiuntivo configura una forma di doppia imposizione incompatibile con gli accordi vigenti.
In terzo luogo, la misura si pone in palese tensione con l’accordo fiscale tra Italia e Svizzera, che ha definito un equilibrio preciso: tassazione dei frontalieri prevalentemente nel Paese di lavoro e riversamento di una quota del gettito ai comuni italiani di confine. L’introduzione unilaterale di un prelievo aggiuntivo da parte italiana altera quell’equilibrio e può essere legittimamente letta dalla controparte elvetica come una violazione degli obblighi pattuiti. Gli accordi bilaterali tra Svizzera e Unione Europea sono legati tra loro dalla cosiddetta clausola ghigliottina: se uno degli accordi fondamentali viene denunciato o decade, l’intero pacchetto degli accordi bilaterali rischia di essere travolto. Nessuno la nomina perché fa paura. Ma esiste, è vincolante e va presa sul serio.
La clausola ghigliottina – tecnicamente il meccanismo di interconnessione previsto nell’ambito degli accordi bilaterali tra Svizzera e Unione Europea del 1999 – stabilisce che il venire meno di uno degli accordi fondamentali (libera circolazione delle persone, trasporti terrestri, traffico aereo, ricerca, ostacoli tecnici agli scambi, appalti pubblici, agricoltura) trascina con sé l’intera architettura pattizia. Un sistema pensato per rendere indissolubile il legame tra le parti, ma che diventa un fattore di fragilità estrema in caso di crisi tra i contraenti.
Chi sostiene che la questione dei ristorni sia solo un problema fiscale marginale non ha compreso – o finge di non comprendere – la struttura del diritto internazionale dei trattati. Non si tratta di somme. Si tratta di rispetto degli obblighi assunti. E quando un contraente percepisce che l’altro viola gli accordi, ha la facoltà di invocare l’inadempimento e, nei casi estremi, di attivare meccanismi che possono rimettere in discussione l’intero impianto delle relazioni bilaterali. Con tutto quello che ne consegue per l’interscambio commerciale – che tra Italia e Svizzera vale decine di miliardi l’anno – per le imprese italiane operanti sul mercato elvetico, per gli investimenti e per il settore bancario transfrontaliero.
Non più accordo, non più cooperazione, non più riconoscimento della specificità dei territori di confine – ma controllo fiscale, schedatura, pressione aggiuntiva. La risposta svizzera è stata coerente con la propria tradizione giuridica: i Cantoni di confine si sono rifiutati di fornire i dati salariali necessari all’applicazione della tassa, rendendo di fatto la misura inapplicabile. Chiedono però ai frontalieri il codice fiscale da quest’anno. Sospetta richiesta …
Questo ping pong tra stati non fa onore a nessuno dei due giocatori. Ogni scambio di battute alza la posta. Ogni escalation rende più difficile il passo indietro. E chi ci rimette – nel mezzo di questa partita che si gioca ai piani alti delle diplomazie – sono i lavoratori frontalieri e le comunità di frontiera che da decenni fondano il proprio equilibrio economico sulla mobilità transfrontaliera. Se le regole esistono, vanno rispettate. Da Roma come da Berna. Il problema attuale è che l’Italia ha introdotto una norma in contrasto con impegni internazionali già assunti e non sembra avere fretta di correggerla. Anzi. La Svizzera, che prende i trattati sul serio, non può e non vuole restare in silenzio.
La tassa sulla salute va abolita. Non perché i frontalieri non debbano contribuire: lo fanno già, attraverso le ritenute e il meccanismo dei ristorni. Ma perché una norma incostituzionale, inapplicabile e destabilizzante degli accordi bilaterali è semplicemente una norma sbagliata. E le norme sbagliate vanno abrogate, non difese per ragioni di orgoglio politico.
La clausola ghigliottina è lì, nella struttura degli accordi. Nessuno la nomina. Ma esiste. E questo – prima che sia troppo tardi – è il momento di farlo presente a chi di dovere. Prima che la bomba esploda. E non è il momento di scherzare.
Si parlerà anche di questo nel convegno del 28 febbraio alle ore 10,30 a Palazzo Verbania a Luino, con il sottoscritto ci sarà l’ex ministro Roberto Castelli, l’esperta sindacalista e consigliere comunale Lisa Molteni e altri illustri relatori .
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