Il Risorgimento è stato il laboratorio politico dell’idea moderna di dittatura

Gen 16, 2026 - 08:00
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Il Risorgimento è stato il laboratorio politico dell’idea moderna di dittatura

Sul piano della prassi politica, nella generale riscoperta del classico, la romanità repubblicana, con i suoi fulgidi esempi di uomini virtuosi e di ideali libertari, ispira il cuore dell’Ottocento, non solo in Europa ma in tutto il mondo occidentale. E la vitalità del discorso sulla dittatura appare confermata appieno, con tutte le sue ambiguità e criticità, nel fermento del Risorgimento italiano. Solo pochi esempi basteranno a darne conto.

Nel 1833 Filippo Buonarroti, sotto l’eloquente pseudonimo di «Cammillo», pubblica su «La Giovine Italia» (fasc. V) un articolo dal titolo Del governo d’un popolo in rivolta per conseguire la Libertà. In esso, rivendicando la necessità di una dittatura democratica giacobina, costruita sull’esperienza del colpo di Stato militare bonapartista, discorre della necessità di «una signoria unica, rivoluzionaria e dittatoriale», composta da un’élite di «partigiani savi e animosi della riforma», il cui scopo ultimo sia «di spianare tutti gli ostacoli, di stabilire l’eguaglianza, di preparare la nazione all’esercizio della sovranità, e finalmente d’erigervi le forme costituzionali fisse». E conclude: «l’esito felice della rivolta dipende forse dall’essere il potere supremo affidato ad un solo uomo dabbene. […] pieno d’amore democratico, che abbia forza d’impulso e prepotente, e modi di usarne, e che non possa per nessun conto arrecar danno alla libertà pubblica ed alla sovranità del popolo». Inutile sottolineare come in queste parole riecheggino a un tempo la narrazione liviana della storia della res publica romana – popolata appunto da uomini esemplari – e l’intero arco tracciato dalla nozione di dittatura nel pensiero filosofico-politico successivo.

Che, d’altronde, tale postura sull’opportunità di rivolgersi allo strumento della dittatura non fosse unanime, e dialogasse anzi con posizioni più caute nella costellazione risorgimentale, viene evidenziato già nel medesimo numero de «La Giovine Italia», dove Mazzini chiosa, in forma di Nota del Direttore, che «La opinione della dittatura, dove prevalga in Italia, darà potere illimitato, facilità d’usurpazione, e forse corona al primo soldato che la fortuna destinerà a vincere una battaglia». Una previsione la cui lucidità non tarderà a mostrarsi e la cui possibilità di realizzazione ben presto lo stesso Mazzini dovrà affrontare.

Il 2 giugno 1849, infatti, Garibaldi – proveniente dalle esperienze rivoluzionarie sudamericane – si fa interprete di questa istanza dittatoriale. Protagonista della difesa di Roma repubblicana insieme alla prima legione italiana (composta da ufficiali che lo avevano seguito da Montevideo) durante la I guerra d’indipendenza (1848-49) contro francesi, spagnoli, austriaci, borbonici, mentre avanza verso il nord nella circostanza drammatica della disfatta totale, chiede a Mazzini «la dittatura come in certi casi dela mia vita avevo chiesto il timone d’una barca che la tempesta spingeva contro i frangenti». Lo ricorda nelle sue Memorie, annotando laconicamente che, però, «Mazzini ed i suoi rimasero scandalizzati!».

La richiesta viene registrata puntualmente anche nel suo Epistolario: «Mazzini. Giacché mi chiedete ciò ch’io voglio, ve lo dirò: qui io non posso esistere, per il bene della Repubblica, che in due modi: o Dittatore illimitatissimo, o milite semplice, ed invariabilmente. Scegliete. Vostro G. Garibaldi.» Ma a tale richiesta fa da contrappunto una nota di Aurelio Saffi: «Segreto de’ dissidi l’ambizione della dittatura. Ma la dittatura avrebbe gettato il caos in Roma. Né l’assemblea, né la città, né la Guardia nazionale, né l’Esercito regolare l’avrebbero tollerata. Né Mazzini e i suoi colleghi potevano rassegnare il mandato dinanzi a siffatta esigenza».

L’Eroe dei due Mondi, tuttavia, non desisterà. Sbarcato a Marsala con i Mille l’11 maggio 1860, infatti, con il Proclama di Salemi del 14 maggio assume di propria iniziativa la dittatura «in Sicilia in nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia». E il 15 ottobre dello stesso anno con un decreto dittatoriale si impegna a rassegnare il potere nelle mani del sovrano: «Io, Dittatore delle Due Sicilie, per adempiere ad un voto indispensabilmente caro alla nazione intiera, decreto che le Due Sicilie, le quali al sangue Italiano devono il loro riscatto e che mi elessero liberamente a Dittatore, faranno parte integrante dell’Italia una ed indivisibile, con suo Re costituzionale Vittorio Emanuele ed i suoi discendenti. Io deporrò nelle mani del Re, al suo arrivo, la dittatura conferitami dalla Nazione. I Prodittatori saranno incaricati dell’esecuzione del presente Decreto. Giuseppe Garibaldi.» Così avverrà: quando l’8 novembre il re giunge a Napoli, Garibaldi consegna i poteri e parte per Caprera.

Cionondimeno, il condottiero continuerà a idealizzare la dittatura. In uno scritto senza data intitolato Dittatura, infatti, appunta: «Libertà nell’elezione di un uomo per governare la Nazione. Ecco, io credo, il miglior modo di interpretare la libertà. […] Chi mi conosce ha capito ch’io voglio venire all’apologia della Dittatura […] poiché non credo che l’Italia possa vantare migliori e più gloriosi Governi di quelli di Camillo, Fabio e Cincinnato. Tra i Dittatori si trova anche un Cesare ma Cesare trovò pure il pugnale di Marco Bruto».

E ancora, in un messaggio da Caprera, datato 3 aprile 1870 e titolato Ai miei concittadini: due parole di storia, scrive: «Ma con elezione diretta eleggetevi un Dittatore. Questa è la più gloriosa istituzione che mai abbia esistito in Italia; il più splendido periodo della storia del grandissimo popolo. […] Succede della Dittatura come del Machiavellismo, considerato, massime dagli stranieri, siccome sinonimo di frode e di falsità. […] Così della Dittatura ne hanno fatto il sinonimo della tirannide, perché vi fu un Cesare. […] Nemica della Dittatura è, massime, la mediocrità; essa brama di partecipare al Governo, comunque sia, conscia com’è dell’incapacità sua, a maneggiar il timone dello Stato».

Ricordando, amareggiato, che, laddove molti fanno solo il proprio interesse e molti sono i corrotti, «vi rimane una piccola minoranza di uomini incorruttibili» cui si deve ricorrere per «pescarvi uomini adatti a governarci», non cesserà fino alla morte di propugnare quell’idea con tenacia, lasciando in eredità allo scorcio finale dell’Ottocento italiano e alle delusioni postrisorgimentali che vi metteranno radici – pronte a germogliare nelle successive disillusioni che costelleranno i primi due decenni del Novecento – quel vago, utopico ideale di un «uomo dabbene» cui delegare il compito di risollevare e volgere a nuove sorti la nazione.

Un anno dopo la morte di Garibaldi, nascerà a Predappio Benito Mussolini. E di lì a poco inizierà il Novecento, che a buon diritto potrebbe essere definito come il «secolo delle dittature». Alle soglie di esso, tuttavia, si arrestano queste pagine, ritenendo esaurito il compito di mostrare almeno succintamente per quali vie l’invenzione romana della dittatura – attraverso mutamenti semantici e nel declinarsi differente di elementi concettuali tutti, però, presenti in nuce in essa – abbia continuato a vivere di vita propria nei secoli, nelle elaborazioni teoriche e nelle prassi politiche che nel «secolo breve» conosceranno esiti ulteriori.

Il terrore paralizzante e il senso collettivo di impotenza di fronte all’emergenza, insomma la «paura della libertà» – come l’ha definita Erich Fromm – e la conseguente illusione deresponsabilizzante di poterne delegare a un «qualcuno»la gestione, che caratterizzano il fenomeno della dittatura sin dalle sue origini, soffieranno impetuose sul Novecento, sospingendolo verso una progressiva «deumanizzazione». Riconoscerne i segni, i volti, le voci, e divenire consapevoli del fatto che tutto ciò ancora ruggisce alle porte della contemporaneità è il primo passo per tornare a essere più umani e per riappropriarsi di una vera libertà.

Tratto da “Dittatura. Roma e l’invenzione di un potere assoluto”, di Barbara Biscotti, ed. Solferino, pp.127, 17,90€

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