La corsa all’Artico mostra perché la forza conta più delle regole

Il Grande Nord diventa epicentro della geopolitica globale: tra Russia, Cina, Nato e interessi europei si ridefiniscono equilibri e strategie. Per decenni l’Artico è stato percepito come una periferia geografica, un laboratorio naturale frequentato solo da scienziati e comunità isolate. Oggi, con il ritiro dei ghiacci e la scoperta di vaste riserve energetiche, il Polo Nord si è trasformato in un nodo strategico globale.
Non è più solo una questione climatica: il Grande Nord è la linea d’intersezione tra sicurezza, diritto internazionale, commercio e proiezione di potenza. Le grandi potenze misurano qui la loro capacità di governare il cambiamento, mentre la volontà politica si sostituisce alla geografia come vero fattore determinante.
Per Mosca l’Artico non è un’ossessione recente ma un pilastro storico della politica estera. La Russia interpreta il Nord come spazio vitale, piattaforma energetica e corridoio di deterrenza nucleare. L’investimento in rompighiaccio nucleari, la modernizzazione delle basi lungo la Northern Sea Route e il rafforzamento della Flotta del Nord seguono una logica coerente: consolidare il controllo sull’area e proiettare potenza globale.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Artico è diventato uno dei pochi fronti dove il Cremlino può mantenere dialoghi economici e strategici con partner extraeuropei, primo fra tutti Pechino. La militarizzazione artica russa non è dunque casuale, ma espressione di una dottrina imperiale che vede il Nord come baluardo di sovranità nazionale.
L’adesione di Finlandia e Svezia all’Alleanza Atlantica ha ridefinito la sicurezza artica europea. La regione non è più un margine cuscinetto, ma parte integrante dell’architettura strategica occidentale. Gli Stati Uniti hanno aggiornato la propria strategia artica, rafforzando basi in Alaska e sistemi radar di allerta precoce.
Non si tratta di militarizzazione fine a sé stessa, ma di realismo strategico: libertà di navigazione, protezione delle rotte commerciali e sicurezza delle infrastrutture critiche sono beni comuni che richiedono deterrenza credibile e coordinamento tra alleati.
Sebbene non possieda territori artici, la Cina si comporta come uno Stato polare. Definendosi «quasi artica», investe in porti, ricerca scientifica e progetti infrastrutturali e sviluppa la Polar Silk Road, rotta che collega Asia ed Europa bypassando Suez.
È una strategia paziente e silenziosa che mescola diplomazia, commercio e scienza come leve geopolitiche. Per l’Europa, il rischio non è solo economico: la centralità delle rotte tradizionali rischia di essere erosa da un corridoio controllato da Mosca e Pechino, riducendo la capacità occidentale di influenzare regole e accesso alle risorse.
La Groenlandia, pur essendo territorio danese, è al centro di tensioni strategiche. Custodisce terre rare essenziali per la transizione energetica e ospita infrastrutture chiave per la difesa nordamericana. L’isola rappresenta il punto in cui il diritto all’autodeterminazione si confronta con la necessità di evitare vuoti di potere strategici.
Per l’Europa e la NATO, il compito è bilanciare la tutela delle istanze locali con la protezione della sicurezza collettiva, evitando che potenze ostili possano sfruttare eventuali autonomie mal governate.
Il cambiamento climatico trasforma mari un tempo ghiacciati in vie di collegamento stagionali. La Northern Sea Route, rivendicata dalla Russia, e il Passaggio a Nord-Ovest, controllato dal Canada, diventano arterie strategiche per commercio, energia e proiezione militare.
Il controllo di queste rotte consente a chi le gestisce di influenzare chi passa e a quali condizioni, rendendo l’Artico un crocevia di potere geopolitico e di diritto internazionale in evoluzione.
Bruxelles ha puntato su sostenibilità e cooperazione, valori necessari ma insufficienti di fronte all’assertività di Russia e Cina. L’Italia, pur non artica, ha interessi diretti: rotte marittime, sicurezza energetica, ricerca scientifica e ruolo Nato.
La partecipazione italiana al Consiglio Artico come osservatore e le iniziative del Maeci mostrano consapevolezza, ma la sfida resta trasformare dichiarazioni in strumenti politici e militari concreti, capaci di garantire sovranità e influenza.
Il Grande Nord non è più periferia, ma teatro dove si confrontano visioni opposte: sovranità vs multilateralismo fragile, potenza statale vs governance consensuale, deterrenza dura vs retorica ecologista. La cooperazione multilaterale è sempre più debole, mentre dinamiche di forza e interessi nazionali dominano il dibattito.
Difendere un Artico aperto, regolato e cooperativo non è ingenuità, ma interesse strategico europeo. La geopolitica del XXI secolo non si gioca solo nei teatri tradizionali, ma anche tra i ghiacci che si sciolgono.
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