La democrazia che non sa dire di no rischia di morire

Dicembre 30, 2025 - 07:00
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La democrazia che non sa dire di no rischia di morire

C’è un paradosso che attraversa il nostro tempo come una crepa silenziosa: la democrazia non è più sotto attacco solo dall’esterno, ma rischia di implodere dall’interno. 

Non per un colpo di Stato, non per i carri armati nelle piazze, ma per l’uso distorto delle sue stesse libertà. In breve: la democrazia rischia di morire di democrazia. Durante la pandemia da Covid-19 lo abbiamo visto in modo plastico. In nome della libertà individuale, minoranze rumorose hanno contestato non opinioni politiche, ma fatti scientifici: l’esistenza del virus, l’efficacia dei vaccini, la legittimità delle misure sanitarie. 

Non era dissenso: era delegittimazione sistematica del sapere, delle istituzioni, della responsabilità collettiva. Le piattaforme digitali hanno fatto il resto, trasformando qualunque convinzione in «verità alternativa», qualunque paura in contenuto virale, qualunque leader improvvisato in esperto globale. 

Il risultato? La libertà di parola usata per sabotare il diritto alla salute, la fiducia pubblica, la coesione sociale. Quel meccanismo non si è fermato con la fine dell’emergenza sanitaria. Si è semplicemente spostato di campo.

Con la guerra in Ucraina, la stessa infrastruttura di disinformazione ha alimentato un nuovo fronte: quello dei cosiddetti pacifismi selettivi, delle narrazioni rovesciate, delle giustificazioni dell’aggressore in nome di un presunto realismo geopolitico. 

In Europa, dentro società democratiche, si è diffusa l’idea che l’invasione russa fosse una provocazione subita, che la responsabilità fosse di entrambi, che la libertà di un popolo potesse essere sacrificata sull’altare della stabilità o del gas a basso costo. Anche qui non un’opinione qualsiasi, ma una riscrittura dei fatti.

Non è un caso se questi discorsi prosperano negli stessi ambienti digitali che avevano dato voce ai no-vax. Cambia l’oggetto, resta il metodo: semplificare, polarizzare, delegittimare, insinuare. 

La democrazia diventa così un campo aperto dove tutto vale allo stesso modo: la prova e la menzogna, il dato e l’emozione, la competenza e l’ignoranza militante. Già Karl Popper aveva messo in guardia da questo rischio con il celebre paradosso della tolleranza: una società tollerante che tollera anche chi vuole distruggerla finisce per essere distrutta. 

Non è censura porre limiti a chi usa la libertà per negarla agli altri; è autodifesa democratica. Il punto non è impedire il dissenso, ma distinguere tra dissenso e sabotaggio. Tra critica e propaganda. Tra pluralismo e nichilismo informativo. 

Quando ogni idea è considerata intoccabile solo perché espressa, anche se nega diritti fondamentali, fatti storici o principi costituzionali, la democrazia smette di essere un sistema di regole condivise e diventa un’arena caotica dominata dai più aggressivi.

Le nuove tecnologie hanno accelerato tutto questo. Gli algoritmi non premiano la verità, ma l’engagement. Non la complessità, ma lo scontro. In questo ecosistema, la minoranza organizzata e radicalizzata può condizionare la maggioranza silenziosa, erodendo fiducia, istituzioni e senso del limite.

Ecco perché oggi il pericolo non è solo l’autoritarismo dichiarato di leader come Vladimir Putin, ma la fragilità interna delle democrazie liberali, incapaci di difendere se stesse senza sentirsi illiberali. 

Una democrazia che non sa dire no, che non sa distinguere, che non sa proteggere i propri presupposti, è una democrazia già indebolita. La lezione degli ultimi anni è chiara: la libertà non è assenza di regole, ma responsabilità condivisa. E la democrazia non può sopravvivere se diventa il terreno di gioco di chi, usando le sue stesse libertà, lavora per svuotarle dall’interno.

Nell’era delle piattaforme e degli algoritmi, dei professionisti del complotto, la democrazia rischia di morire di democrazia: soffocata dall’abuso delle sue stesse regole.

Va forse rivisto il principio di Voltaire e riscritto con una postilla, richiamando il monito di Sandro Pertini rispetto al fascismo: la libertà di ognuno non finisce soltanto quando inizia quella dell’altro, ma anche quando questi vuole comprimerla con l’abuso della sua.

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Redazione Redazione Eventi e News