Omicidio di Abderrahim Mansouri, così i giornali di destra criminalizzano la vittima
Una volta Rogoredo era un quartiere operaio milanese, la cui vita gravitava attorno alla Montedison e alle organizzazioni della classe operaia. Enzo Jannacci lo aveva immortalato in una memorabile canzone. In seguito alle ristrutturazioni capitalistiche avvenute dagli anni Ottanta in poi, il tessuto socioculturale precedente si è liquefatto. E il quartiere è diventato una terra di nessuno, dove, tra riqualificazioni fallite e marginalità, possono avvenire morti assurde come quella dell’omicidio del giovane Abderrahim Mansouri, ucciso il 26 gennaio da un colpo sparato da un agente di polizia.
Pare che il giovane non si sia fermato all’alt delle forze dell’ordine, e che la pistola che portava addosso, di cui poi si è scoperto che era caricata a salve, abbia suscitato il panico tra le forze dell’ordine, spingendo uno di loro a sparare il colpo mortale. Un’ennesima assurda vicenda dell’Italia meloniana che produce scudi penali in nome dell’intoccabilità delle forze di polizia assurta a dogma. Tre aspetti di questa tragedia vanno messi in risalto. La prima è la coltre ipocrita di etichettamento della vittima. La macchina della paura mediatica sottolinea che si trattava di uno spacciatore, privo dello status legale, che aveva precedenti penali, che apparteneva a un presunto clan di spacciatori. In altre parole, è scattato il processo di alterizzazione, per cui alla vittima di un abuso viene disconosciuto lo status di persona, quasi si volesse ammiccare a una giustificazione dell’operato delle forze di polizia. La cumulazione di stigmi, ovvero migrante, irregolare, spacciatore, armato, appartenente a un contesto criminogeno, renderebbero legittima la morte di Abderrahim. Suggellata dai commenti di solidarietà e plauso all’azione delle forze dell’ordine da parte di un ministro, uno che ha giurato fedeltà a una Costituzione basata sullo Stato di diritto, e non sulla legge della giungla.
Il secondo aspetto riguarda quella della manipolazione della dinamica all’interno della quale è avvenuto l’omicidio. Abderrahim Mansouri era armato. Ma la pistola di cui era in possesso era a salve. Tra i media filogovernativi, però, si diffondono alcune prime ricostruzioni secondo le quali la vittima aveva minacciato gli agenti con la pistola. Contraddittorio, perché, se uno non si ferma all’alt e scappa, come fa, nello stesso tempo, a minacciare con una pistola? In ogni caso, le regole di ingaggio della polizia, non prevedono di sparare, se non in situazioni estreme. La pistola serve a neutralizzare l’intento di usare l’arma da parte del fermato. Si tratta di un aspetto molto chiaro, ed è strano che non venga compreso da chi occupa responsabilità pubbliche.
In terzo luogo, sembra di assistere ad un effetto-imitazione. Sulla scia di quanto l’Ice sta compiendo a Minneapolis in questi giorni, tra l’opinione pubblica e le forze politiche più inclini al securitarismo, sembra essersi diffuso un sentimento di auto-legittimazione dell’utilizzo delle cosiddette maniere forti. Puntualmente recepito e messo in pratica dalle forze dell’ordine, che si preparano a godere dei frutti dello scudo penale. Incuranti del deteriorarsi della convivenza civile. Magari apprestandosi ad aggiungere nel loro carniere dei casi Good e Pretti italiani.
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