Putin riesce a sabotare l’Europa perché corre più veloce dei suoi controlli

Gen 16, 2026 - 08:00
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Putin riesce a sabotare l’Europa perché corre più veloce dei suoi controlli

Per colpire l’Europa oggi basta un telefono, un wallet in criptovalute e una manciata di persone reclutate online. È questa la fotografia che emerge da un recente rapporto del Royal United Services Institute (Rusi), uno dei principali think tank britannici sulla sicurezza. Le operazioni di sabotaggio attribuite alla Russia come componenti delle campagne ibride lanciate contro l’Europa nel contesto dell’invasione dell’Ucraina sono triplicate nei Paesi della Nato dal 2022 al 2024. Il quadro che risulta dal rapporto è inquietante: campagne ibride condotte in forma di gig-economy, fatte di incarichi a basso costo, agenti usa-e-getta e pagamenti rapidi, difficili da tracciare.

Il tema è ormai noto. Negli ultimi anni Mosca ha progressivamente abbandonato i modelli tradizionali di intelligence, come agenti sotto copertura e reti clandestine stabili, alla luce delle misure attuate dai Paesi europei in risposta all’aggressione dell’Ucraina. E ha scelto di affidarsi a una forza lavoro molto più fluida. Persone reclutate via Telegram, forum online, community di gaming o piattaforme di messaggistica vengono ingaggiate per svolgere compiti semplici: scattare foto a un’infrastruttura, piazzare un ordigno rudimentale, appiccare un incendio, vandalizzare un sito sensibile. L’ideologia non sempre c’entra. Conta il denaro.

È esemplare il caso del cittadino russo Mikhail Mirkhrodsky (Michaił Mirgorodski), ventotto anni, matematico di formazione, a cui il 2 dicembre scorso la procura polacca ha contestato cinque capi d’accusa, tra cui la costituzione e direzione di un gruppo criminale a carattere terroristico e l’organizzazione e direzione delle attività di un servizio segreto straniero. La sua rete offriva cinque dollari per stampare e affiggere volantini a favore della Russia o contro l’Ucraina e la Nato; dai trecento ai cinquecento dollari per installare telecamere di sorveglianza nei pressi di infrastrutture critiche; fino a diecimila dollari per far deragliare un treno.

In quello di Mirkhrodsky e nella maggior parte dei casi, gli incarichi vengono pagati quasi sempre in criptovalute – Bitcoin o stablecoin come Usdt – perché permettono trasferimenti transfrontalieri rapidi e difficili da bloccare. Una volta ricevuto il compenso, l’agente converte il denaro in contanti tramite servizi informali o desk Otc non regolamentati. Il risultato è un sistema in cui l’esecutore materiale è facilmente sacrificabile, mentre la catena di comando resta invisibile.

Il punto chiave che emerge dal rapporto è quello che gli esperti chiamano speed gap: il divario di velocità tra i flussi finanziari e lo Stato. Un pagamento in crypto richiede pochi minuti. Un’indagine bancaria, una richiesta a un exchange o una cooperazione giudiziaria internazionale richiedono settimane. Nel frattempo l’operazione è già avvenuta, il wallet è stato svuotato, il sabotatore è stato pagato e spesso arrestato come piccolo criminale. Il sistema funziona perché non ha bisogno di sofisticati schemi di riciclaggio: deve solo essere più veloce delle forze di polizia.

A complicare ancor di più il contrasto c’è una questione istituzionale. In quasi tutti i Paesi europei, l’analisi dei flussi in criptovalute è competenza delle unità antiriciclaggio e delle unità di intelligence finanziaria. Le indagini su minacce ibride, sabotaggio e intelligence straniera sono invece in capo a polizia antiterrorismo e servizi di intelligence e sicurezza. E se i due mondi faticano a parlarsi, i wallet sospetti vengono trattati come frodi finanziarie, mentre gli autori materiali vengono perseguiti per vandalismo o incendio doloso. Quello che manca è la visione d’insieme: la campagna coordinata di pressione strategica.

È qui che il modello russo diventa davvero pericoloso. Il sabotaggio «a gettone» non mira al grande attacco spettacolare. Punta invece a una costellazione di micro-incidenti: piccoli incendi, guasti, interruzioni logistiche, atti di vandalismo mirato. Presi singolarmente, sembrano rumore. Aggregati nel tempo e nello spazio, diventano stress sistemico.

In settori come l’energia, i trasporti e soprattutto la sanità, questo è devastante. Ospedali e sistemi sanitari operano già al limite. Bastano pochi incidenti minori per produrre ritardi, blackout, perdite di dati, disservizi che mettono a rischio vite umane senza mai superare la soglia dell’emergenza nazionale. È una forma di pressione nella «zona grigia» tra pace e guerra («La prima linea è ovunque», per citare Blaise Metreweli, capo del Secret Intelligence Service, o MI6, il servizio d’intelligence britannico per l’estero). Non fa titoli, ma consuma resilienza.

Il documento si chiude alcune raccomandazioni. Tra queste, il fatto che l’Europa debba adattare i propri strumenti legali e istituzionali a questa minaccia. Mancano definizioni condivise di sabotaggio. Manca l’integrazione tra intelligence finanziaria e sicurezza nazionale. Mancano regole stringenti sui canali di conversione crypto-contante. Soprattutto, manca la consapevolezza che non si tratta di criminalità comune, ma di operazioni ostili condotte con strumenti da economia digitale.

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