
Come al solito, a sinistra c’è una gara a dire cosa bisogna fare ma nessuno si muove. Dicono che ci vuole un programma del campo largo. E allora scrivetelo.
Ma perché Pier Luigi Bersani non ci prova lui? Visto che ne invoca l’urgenza (e così anche Matteo Renzi e Gaetano Manfredi) potrebbe e dovrebbe muoversi subito. «Prima si fa è meglio è – ha detto l’ex segretario del Pd in un’intervista alla Stampa –, attenzione all’idea di arrivarci quando si è in fondo al percorso, è pericoloso». Certo, se ti risolvi all’ultimo poi rischi di dover fare un programma di trecento pagine come capitò all’Unione nel 2006: fu l’emblema della confusione che regnava in quella coalizione.
Bersani potrebbe dunque chiudersi in una stanza e scriverlo lui un programma sufficientemente dettagliato (non insomma una elenco di cose tipo «vogliamo la pace nel mondo») perché possiede la competenza, l’esperienza e l’indipendenza necessarie per indicare i punti qualificanti di una proposta di governo: politica estera, crescita, stato sociale, sicurezza, diritti.
Magari con qualcosa di nuovo di cui la sinistra non parla mai: la ricerca, l’intelligenza artificiale. Lui sa come si fa. Nella sua vita avrà scritto decine di programmi. Ha governato il Paese. Padroneggia il merito dei problemi. È per temperamento un mediatore. Soprattutto conosce i suoi polli, a cominciare dal suo partito. Le loro paure, le loro furbizie.
Avrebbe insomma la capacità di rompere questo clima inerziale che domina nell’opposizione, dove ogni cinque minuti c’è uno che si alza e dice che bisogna muoversi ma ciascuno aspetta che sia un altro a prendere l’iniziativa, così che sembra di essere in una commedia di Cechov dove tutti si lamentano e nessuno fa qualcosa. «Ho buttato il mio patrimonio in caramelline…», dice un personaggio cechoviano. Ugualmente il cosiddetto campo largo rischia di gettare la sue idee nel pantano dei rinvii.
Non è un caso che Renzi dia segni di impazienza perché si rende conto più degli altri che il voto non è poi così lontano, anzi, potrebbe essere già in autunno. Il capo di Italia viva, al Foglio, ha avanzato diverse idee. Per lui si può battere “Giorgialand” se ci si unisce. Non si butta via niente, tantomeno i voti della “Margherita 4.0” che poi è Casa Riformista (però, ora basta con i nomi a getto continuo). Si tratta di unirsi sulle cose concrete, soprattutto sull’economia («It’s economy, stupid»). Giusto, la gente vota su quello soprattutto.
Non vorremmo però che fosse un modo elegante per scansare i dissensi sulla politica estera: evidentemente è convinto che la guerra in Ucraina, e i suoi strascichi, finiranno prima delle elezioni e quindi è inutile scannarsi adesso. Ragionamento miope, se è così: e alla prossima crisi internazionale che si fa? Non sarebbe opportuno, da subito, fissare dei punti fermi?
È chiaro che questa impasse fa il gioco di Giuseppe Conte che non a caso rimanda il confronto sul programma alle calende greche in modo tale da sottrarsi a una leale collaborazione con gli alleati continuando a fare il Ghino di Tacco del campo largo. Elly Schlein da parte sua sembra avere paura di tutto. Paura che entrando nel merito delle questioni si possa spezzare il filo unitario tessuto testardamente e quindi accetta il traccheggiamento del capo del M5s senza capire che si sta perdendo tempo per la costruzione, come si dice, di un’alternativa credibile a Giorgia Meloni.
È paradossale che a frenare l’iniziativa siano proprio Schlein e Conte, cioè quelli che in teoria dovrebbero essere i più dinamici. Ci pensi allora un “vecchio” come Bersani, superando i vertici di partito che pensano soprattutto alle liste elettorali. La costruzione in tempi rapidi di un programma oltretutto aiuterebbe a sciogliere presto il nodo vero, quello della scelta del candidato premier.
Insomma, si tratterebbe di mettere in campo qualcosa di nuovo, un atto politico originale fuori da estenuanti liturgie. Pier Luigi Bersani potrebbe mettersi al lavoro e chiuderlo in un mese, per consentire poi la discussione nei partiti e tra i partiti e soprattutto nella società, sui giornali, tra gli intellettuali, nei circoli. Fissi lui un road map credibile. Sapendo che il tempo lavora contro il centrosinistra.
L'articolo Bersani dice che alla sinistra manca un programma, ma perché non lo scrive lui? proviene da Linkiesta.it.