Caso Ramy, carabiniere indagato per omicidio con ‘eccesso colposo in adempimento dovere’
Il carabiniere che la notte del 24 novembre 2024 investì e uccise il 19enne Ramy Elgaml durante un inseguimento per le strade di Milano ora è indagato per omicidio stradale e lesioni gravi ma per “eccesso colposo nell’adempimento di un dovere”. E’ la decisione della Procura di Milano che, per la terza volta in pochi mesi, ha notificato un nuovo avviso di conclusione indagini ai militari del nucleo radiomobile di Milano coinvolti nel ‘caso Ramy’. Su 7 indagati iniziali, per questioni procedurali i pm Marco Cirigliano e Giancarla Serafini hanno stralciato la posizione dei due carabinieri di 48 e 30 anni accusati di false informazioni ai pm per aver mentito tre giorni dopo i fatti, il 27 novembre, alla domanda dei magistrati se avessero fatto copia dei video girati dalle telecamere “ritraenti l’inseguimento”. Uno di loro ha risposto di no ma è stato smentito dalla consulenza informatica sui cellulari e il secondo aveva dichiarato di aver consegnato i video a un tenente colonnello dell’Arma ed è stato a sua volta smentito dalle chat con il brigadiere accusato di omicidio stradale. La posizione di quest’ultimo è stata alleggerita con la formula “eccesso colposo”, in genere applicata alla legittima difesa e in questo caso all’adempimento di un dovere, perché secondo i pm bisognerebbe prendere atto della sentenza di condanna a 2 anni e 8 mesi in primo grado per resistenza aggravata a carico di Fares Bouzidi, l’amico 22enne di Ramy che quella notte si trovava con lui a bordo dello scooter T-Max in fuga dalle tre gazzelle nell’inseguimento di 8 chilometri.
Frode processuale e falso ideologico per altri 4 militari
Nel nuovo atto, che prelude a una richiesta di processo, rimangono invariate, invece, le ipotesi a vario titolo di frode processuale e falso ideologico a carico di altri 4 carabinieri. C’è chi è accusato per aver completamente omesso di menzionare “l’urto” tra i due mezzi nel verbale di arresto in flagranza per resistenza a pubblico ufficiale di Bouzidi, in quel momento ferito e finito in coma per 5 giorni. Circostanza smentita sin dalla prima informativa della polizia locale di Milano giunta sul posto, che ha parlato di “collisione” e di un “urto” che aveva causato il ribaltamento al “suolo” dello scooterone. Conferma arrivata anche dalla ricostruzione del consulente tecnico della Procura, ingegner Domenico Romaniello, che scrive di una “perdita di controllo” a causa di un “contatto posteriore”. Così come gli uomini delle forze dell’ordine non avrebbero dato atto della presenza di dashcam (telecamere) sull’auto e bodycam personali, che avevano ripreso l’intera fuga e l’incidente. Rispondono invece di depistaggio aggravato i due uomini dell’Arma che con “minaccia” avrebbero intimato a un testimone oculare estraneo ai fatti di eliminare un video dell’incidente (“cancella immediatamente il video, sali in macchina perché ti prendi una denuncia”) e del quale hanno fotografato il documento d’identità, prima di ricancellarlo per ostacolarne l’identificazione da parte dei magistrati. Un secondo testimone sarebbe stato costretto a cancellare 9 file registrati fra le 4.02 e le 4.16 del mattino, nei minuti del sinistro.
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