Il decreto sui dealcolati apre il mercato ma riaccende il dibattito

Il 29 dicembre 2025 il Governo ha firmato il decreto interministeriale Mef-Masaf che finalmente disciplina la produzione di vini dealcolati in Italia, sbloccando un vuoto normativo che aveva finora costretto molte imprese italiane a produrre i vini senz’alcol all’estero. Le associazioni di categoria hanno salutato la norma come un’opportunità per competere sui mercati internazionali e intercettare una domanda in crescita, soprattutto nel segmento no-alcohol e low-alcohol: «Sono sempre di più – ha commentato Paolo Castelletti di UIV – le imprese italiane pronte a investire sulla categoria dei dealcolati, e questo provvedimento rappresenta una svolta per operare in condizioni di parità competitiva rispetto agli altri produttori europei. Auspichiamo il supporto dell’amministrazione nella prima fase di attuazione della norma, in particolare con riferimento all’ottenimento delle licenze e delle autorizzazioni necessarie».
I dati raccontano infatti un comparto in espansione: secondo le stime, il mercato globale NoLo vale circa 2,4 miliardi di dollari e proietta una crescita stabile fino al 2028, con tassi di aumento costanti sia in valore sia in volume nei principali paesi di consumo. È innegabile che la categoria stia guadagnando attenzione nei circuiti retail di Germania, Regno Unito e Stati Uniti, con volumi in forte incremento per i vini a zero gradi sul totale della categoria, uno dei pochissimi indicatori con segno più di questi ultimi anni.
Ma se sul piano normativo e commerciale la palla torna finalmente nelle mani dei produttori italiani, sul piano culturale e sensoriale la questione è tutt’altro che risolta. Tanti gli osservatori critici su questo tema, che più volte hanno espresso dubbi netti sul senso di etichette dealcolate. La sottrazione dell’alcol — elemento strutturale e portante della bevanda vino — rischia di produrre risultati privi di identità e di senso organolettico proprio: chi si limita a togliere l’alcol da un vino finito non risponde alla domanda di qualità o di esperienza diversa, ma introduce una semplificazione che non parla al gusto né alla cultura del bere.
La critica non nasce da un pregiudizio conservatore, piuttosto, riflette una preoccupazione più profonda sul modo in cui l’industria vinicola stia rispondendo alle pressioni di mercato: la questione non è “dealcolato sì o no”, ma come si racconta e si costruisce un prodotto che, pur privo di alcol, mantenga una connessione sensoriale e culturale con il vino e il suo territorio ma soprattutto non sia in antitesi con uno dei grandi temi di cui il mondo del vino si sta facendo carico da anni, ovvero la sostenibilità. Togliere l’alcol usando energia dopo aver usato energia per crearlo è un controsenso, secondo molti professionisti, che stanno ragionando sul sistema e stanno provando a trovare strade alternative per la dealcolazione. Sicuramente servono una spinta alla ricerca scientifica per arrivare a un nuovo tipo di tecnologia per produrre dealcolati e un pensiero fuori dagli schemi classici per trovare alternative valide e legate al mondo del vino in maniera laterale.
Il decreto di fine anno rappresenta una svolta normativa attesa, certo, ma forse non una risposta sufficiente alle tante domande che questo nuovo segmento solleva e su cui anche noi ci interroghiamo su queste pagine nel nostro dossier dedicato al segmento, Sobrieté. Nel dibattito sul futuro del bere, che sia con o senza alcol, l’Italia deve evitare di inseguire modelli semplicistici: serve piuttosto un confronto aperto su identità, qualità e valore autentico del prodotto, oltre le logiche puramente quantitative del mercato.
L'articolo Il decreto sui dealcolati apre il mercato ma riaccende il dibattito proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




