La sicurezza del Giappone non dipende più da una riforma costituzionale

Dicembre 30, 2025 - 07:00
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La sicurezza del Giappone non dipende più da una riforma costituzionale

Il Giappone vive una fase di profonda trasformazione strategica, compressa tra un contesto internazionale sempre più instabile e una tradizione costituzionale pacifista senza eguali. L’aumento costante delle spese militari globali e le prove militari della Cina intorno a Taiwan, riaprono a Tokyo un interrogativo antico: la «clausola di pace» dell’articolo 9 è ancora sostenibile? O, più realisticamente, è già stata superata nei fatti?

L’articolo 9 della Costituzione del 1947 rappresenta un unicum nel diritto costituzionale comparato. Nato sotto l’egida dell’occupazione americana, sancisce la rinuncia alla guerra come strumento di politica estera e nega allo Stato giapponese il diritto di mantenere forze armate. Ma quella norma, figlia del trauma della sconfitta e dell’atomica, è stata progressivamente adattata a un mondo che cambiava. Senza revisioni formali, il Giappone ha costruito uno dei sistemi di autodifesa più sofisticati del pianeta.

Il primo strappo risale già alla Guerra di Corea, quando Washington impose a Tokyo di dotarsi di una forza armata «di fatto», ma non «di diritto». Da lì nacquero le Forze di Autodifesa (Jieitai), formalmente difensive, sostanzialmente militari. Nei decenni successivi, trattati di sicurezza con gli Stati Uniti, leggi speciali per il peacekeeping e reinterpretazioni governative hanno ampliato il perimetro d’azione giapponese, fino alla svolta del 2014, che ha introdotto la legittima difesa collettiva.

Oggi il Giappone può intervenire militarmente non solo se attaccato, ma anche per difendere alleati, proteggere cittadini all’estero, supportare operazioni multilaterali e contribuire logisticamente a conflitti che incidano sulla propria sicurezza. Tutto questo avviene senza aver modificato una sola parola dell’articolo 9. È il paradosso giapponese: una Costituzione pacifista interpretata da uno Stato sempre più armato.

Il contesto geopolitico giustifica questa traiettoria. La Corea del Nord moltiplica i test missilistici, la Cina esercita pressione su Taiwan e sulle isole Senkaku, la Russia rafforza la propria presenza militare nel Pacifico e coordina sempre più spesso le sue mosse con Pechino. Il Giappone non può più permettersi una postura meramente passiva, soprattutto considerando che la garanzia di sicurezza americana appare meno automatica rispetto al passato.

L’elezione di Sanae Takaichi alla guida del governo ha riacceso il dibattito su una possibile revisione costituzionale. Il Partito Liberal Democratico, storicamente favorevole a modificare l’articolo 9, governa insieme a forze che spingono per una normalizzazione militare del Paese. Ma gli ostacoli restano enormi: la procedura di revisione è rigida, richiede maggioranze qualificate in Parlamento e un referendum popolare. E la società giapponese, pur più sensibile ai temi della sicurezza dopo l’invasione russa dell’Ucraina, rimane profondamente divisa.

Qui emerge un dato politico cruciale: dal punto di vista funzionale, una revisione dell’articolo 9 non è urgente. La legislazione ordinaria e i documenti strategici consentono già al Giappone di aumentare la spesa militare, sviluppare capacità di contrattacco e rafforzare alleanze regionali. Tokyo punta al 2 per cento del Pil per la difesa, investe in tecnologie avanzate – dai missili ipersonici ai railgun, dai laser difensivi all’intelligenza artificiale – e dispone ormai della terza flotta navale al mondo. Tutto questo senza rompere formalmente il tabù costituzionale.

La vera trasformazione, dunque, non è giuridica, ma strategica. Il Giappone sta tornando a essere un attore geopolitico proattivo, consapevole della propria vulnerabilità come arcipelago dipendente dalle rotte marittime. Lo fa rafforzando il Quad, firmando accordi di accesso reciproco con Australia e Filippine, collaborando con l’Europa su programmi militari avanzati e mantenendo, al contempo, un pragmatismo economico che lo porta a dialogare con la Cina e a non allinearsi ciecamente alle pressioni americane.

In questa postura ibrida – alleato degli Stati Uniti, ma non satellite; partner economico della Cina, ma non subordinato – si riflette una costante storica giapponese: la capacità di adattarsi senza perdere la propria identità. È la stessa resilienza che ha permesso al Paese di passare dall’isolazionismo feudale alla modernità Meiji, dalla sconfitta del 1945 alla rinascita economica, fino alla leadership tecnologica odierna.

La sicurezza non è solo una questione di armi o di norme costituzionali, ma di equilibrio tra deterrenza, diplomazia e consenso sociale. Il Giappone sta riarmandosi, sì, ma lo fa cercando di disinnescare il conflitto, non di provocarlo. La revisione dell’articolo 9 resta sullo sfondo come opzione di lungo periodo. Nel frattempo, Tokyo ha scelto una strada più tipicamente riformista: cambiare la realtà senza forzare simboli che restano centrali nell’identità nazionale. La pace costituzionale giapponese non è finita. È stata reinterpretata. E, nel mondo instabile che si profila, potrebbe rivelarsi non un vincolo, ma una leva politica.

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Redazione Redazione Eventi e News