Legge di Bilancio 2026: le novità per la scuola, tra luci e ombre
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La Legge di Bilancio promette stabilità, ma per scuola, università e ricerca il futuro resta un miraggio. L’analisi critica della FLC CGIL mette in luce una strategia che comprime il presente e rinvia gli investimenti.
La Legge di Bilancio 2026 si inserisce senza scosse nel solco tracciato negli ultimi anni: il sistema pubblico della conoscenza continua a essere trattato come una voce da contenere più che come un investimento strategico. Nonostante gli annunci ufficiali parlino di incrementi di spesa, l’analisi dei numeri racconta una realtà diversa. Gli aumenti nominali, infatti, risultano inferiori al tasso di inflazione previsto, traducendosi in una perdita effettiva di risorse.
Secondo la lettura proposta dalla FLC CGIL, il messaggio politico che emerge è chiaro: si riduce oggi ciò che dovrebbe essere rafforzato, rimandando a un domani indefinito interventi strutturali su istruzione, università e ricerca.
Scuola: meno autonomia, più precarietà
Uno degli snodi più delicati riguarda l’organizzazione del personale scolastico. La cancellazione della programmazione triennale degli organici segna un passo indietro significativo. Tornare a una gestione annuale, vincolata esclusivamente alle compatibilità finanziarie, espone le scuole a una continua instabilità e rende impossibile una progettazione educativa di medio periodo.
A questo si aggiunge l’obbligo, nelle scuole secondarie, di coprire le assenze brevi dei docenti utilizzando il personale già in servizio. Una misura presentata come razionalizzazione, ma che di fatto trasforma l’organico di potenziamento in una riserva permanente di supplenze, impoverendo l’offerta formativa e limitando la libertà progettuale degli istituti.
Libri scolastici e paritarie: interventi diseguali
Sul fronte del diritto allo studio, viene istituito un fondo per sostenere l’acquisto dei libri di testo per le famiglie con redditi medio-bassi. Un segnale positivo, ma dalle dimensioni ridotte: le risorse stanziate risultano insufficienti a contrastare l’aumento dei costi che negli ultimi anni ha colpito duramente le famiglie.
Di segno opposto, invece, il contributo destinato agli studenti delle scuole paritarie. In un contesto di risorse limitate per la scuola statale, questa scelta viene interpretata come una precisa opzione politica che sposta fondi pubblici verso un settore già sostenuto, sollevando dubbi di coerenza con i principi costituzionali.
Stipendi pubblici: il potere d’acquisto continua a scendere
Il capitolo retributivo rappresenta uno dei punti più critici della manovra. Mentre nel settore privato vengono previste importanti agevolazioni fiscali sugli aumenti contrattuali, il pubblico impiego resta ai margini. Per il personale della scuola e della ricerca, la detassazione del salario accessorio produce benefici minimi, nell’ordine di pochi euro al mese.
La mancanza di risorse per il rinnovo dei contratti collettivi conferma una scelta che pesa direttamente sulle condizioni di vita di lavoratrici e lavoratori, già colpiti da una forte erosione salariale negli anni recenti.
Pensioni e fine servizio: un equilibrio sempre più fragile
Sul versante previdenziale, l’adeguamento dei requisiti alla speranza di vita comporta un ulteriore allungamento della carriera lavorativa. In parallelo, la riduzione dei tempi di liquidazione delle indennità di fine servizio viene presentata come un miglioramento, ma nasconde effetti penalizzanti: l’anticipo dei pagamenti comporta infatti una tassazione più elevata, con una perdita economica concreta per chi va in pensione.
In un contesto già segnato da incertezza, queste misure rischiano di aggravare il senso di sfiducia verso il sistema.
Università e ricerca: stabilizzazioni insufficienti
Anche per università ed enti di ricerca il quadro resta problematico. Il piano straordinario di assunzioni annunciato dal Governo copre solo una piccola parte del vasto bacino di personale precario, soprattutto quello legato ai progetti finanziati dal PNRR. Le stabilizzazioni previste risultano numericamente limitate e condizionate dalla capacità finanziaria degli atenei e degli enti, molti dei quali già in difficoltà.
Nel frattempo, gli investimenti in edilizia universitaria, laboratori e infrastrutture scientifiche vengono rinviati a dopo il 2028, oltre l’orizzonte della legislatura. Una scelta che lascia università e centri di ricerca a operare in condizioni spesso inadeguate, con ricadute sulla qualità della didattica e sull’attrattività internazionale del sistema.
Una visione che manca
Dalla scuola dell’infanzia all’alta formazione, passando per l’istruzione degli adulti — completamente assente dalla manovra — emerge una mancanza di visione complessiva. Si allunga la vita lavorativa senza rafforzare il diritto all’apprendimento permanente, si moltiplicano interventi frammentati mentre si rinviano le riforme strutturali.
Conoscenza: costo o investimento?
La Legge di Bilancio 2026, secondo la FLC CGIL, restituisce in conclusione, l’immagine di un Paese che fatica a riconoscere il valore strategico della conoscenza. I tagli sono immediati, gli investimenti promessi lontani nel tempo. Per la FLC CGIL, la posta in gioco non è solo contabile: difendere scuola, università e ricerca significa tutelare un diritto fondamentale e il futuro stesso della collettività.
Legge di Bilancio 2026: la scheda della FLC CGIL con le novità per la scuola
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