L’infantilizzazione del consumo è la vera eredità culturale del modello Disney

Il mondo della Disney ha ottenuto successo prima di tutto grazie alla sua capacità di rivolgersi agli adulti e di consentire loro di sentirsi nuovamente bambini. Parla, infatti, prevalentemente ai bambini, ma questi operano in gran parte come alibi per gli adulti che vogliono provare il piacere di trascorrere il loro tempo in un mondo di fantasia che è rassicurante, in quanto più piacevole e controllabile di quello nel quale abitualmente vivono.
Nei parchi, ciò è stato ottenuto dalla Disney attraverso una parziale eliminazione delle attrazioni “adulte” presenti nei luna park dei precedenti decenni (montagne russe, ruote panoramiche, padiglioni erotici ecc.), ma anche facendo ricorso a un’alterazione della scala dimensionale degli edifici. La possibilità di manipolare le dimensioni aveva sempre attratto Walt Disney, che era un collezionista di oggetti in miniatura e amava la natura ridotta caratteristica di molti oggetti dell’infanzia. Ma qui il suo obiettivo era soprattutto quello di gratificare gli istinti regressivi dei visitatori.
L’effetto d’infantilizzazione è stato spesso ottenuto nei parchi Disney con la soluzione tecnica della “prospettiva forzata scalare”: i primi piani delle case misurano circa il 90 per cento del modello reale, i secondi piani l’80 per cento, i terzi il 70 per cento e così via. Inoltre, molti mondi presenti nei parchi sono stati miniaturizzati, perché a essere stati ridotti sono non soltanto gli edifici, ma anche le montagne, i fiumi, le ferrovie ecc. In questo modo, un ambiente resta comunque adulto, perché in apparenza abitabile, ma a livello del suo contenuto effettivo viene a essere sostanzialmente trasformato in una specie di giocattolo.
Questa mescolanza di adulto e infantile, di reale e fantastico viene confermata dal particolare piacere che gli adulti provano quando scoprono all’interno dei diversi “micromondi” che compongono ogni parco Disney degli elementi che rimangono in scala reale (i cavalli, le persone, i mezzi di trasporto ecc.). Un piacere che i bambini non sono in grado di apprezzare pienamente, dato che a loro tutto appare dotato di enormi dimensioni.
Questa strategia d’infantilizzazione del mondo adulto comporta evidentemente una riduzione dei confini esistenti tra la condizione adulta e quella dei bambini, a loro volta sempre più considerati dei “piccoli adulti” o meglio dei “piccoli consumatori”. Si tratta di quel fenomeno che anni fa è stato chiamato «scomparsa dell’infanzia» dal sociologo statunitense Neil Postman nel libro dal titolo omonimo, il quale aveva lo scopo d’indicare che non esiste più una trasmissione di sapere tra le diverse generazioni, le quali apprendono dunque le stesse identiche nozioni, con il risultato che i bambini vengono precocemente socializzati al mondo delle esperienze adulte.
(Walt Disney) ha mostrato di avere anche la capacità di stimolare la nascita di un ricco immaginario popolato prevalentemente di animali e ancora oggi in grado di affascinare bambini e adulti di tutto il mondo. Si pensi, ad esempio, al vasto successo ottenuto in anni recenti da un personaggio come il Re Leone. Quali sono le ragioni sociali che hanno favorito lo sviluppo e il successo dell’immaginario disneyano popolato di animali?
Innanzitutto, la drammatica crisi economica del 1929, che ha stimolato negli Stati Uniti la crescita di una elevata voglia d’evasione, la quale ha trovato delle risposte adeguate nel corso degli anni Trenta e Quaranta nel cinema hollywoodiano classico, ma anche nei fumetti. Questi ultimi si sono principalmente sviluppati attraverso due filoni, che perdurano ancora oggi: quello dei “supereroi” (per lo più consumati da un pubblico adolescenziale) e quello degli animali antropomorfi (diffuso soprattutto tra i bambini). È stato questo secondo filone a essere seguito da Walt Disney, che ha ripreso così una lunga tradizione risalente alle favole scritte da Esopo e La Fontaine.
Oltre che per la loro capacità di soddisfare quel bisogno d’evasione che era particolarmente presente negli Stati Uniti degli anni Trenta, gli animali sono stati massicciamente impiegati nei fumetti perché attraverso le trasformazioni del corpo hanno la capacità di esprimere più efficacemente delle reazioni di tipo emotivo. Possono essere impiegati come nelle fiabe tradizionali, dove rappresentano dei valori morali, ma si prestano anche a essere oggetto di un processo d’identificazione da parte degli spettatori in quanto riflettono dei caratteri tipicamente umani, di natura sia individuale e psicologica che relazionale e sociale.
Pertanto, nei personaggi di Walt Disney, come ha rilevato Sergio Brancato nel volume Fumetti, è possibile trovare «un carattere peculiare che li rende indipendenti dalla tradizione e li configura come tipologie di senso totalmente nuove. In Paperino non vediamo la deriva simbolica di un indifeso animale da cortile quanto una palese esplicitazione nevrotica dell’uomo-massa, una parodia grottesca del disoccupato industriale classico».
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