Tassa di 2 euro sui pacchi extra-UE: il piano fallisce e le merci scappano dall'Italia

Febbraio 18, 2026 - 06:30
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Tassa di 2 euro sui pacchi extra-UE: il piano fallisce e le merci scappano dall'Italia

La nuova tassa di 2 euro sui piccoli pacchi in arrivo da Paesi extra-UE sta creando più problemi del previsto alla logistica italiana. Nata come semplice contributo per coprire le spese amministrative doganali, la misura si sta trasformando in un caso che coinvolge numeri, imprese, ambiente e perfino il diritto europeo.

Nel giro di poche settimane, il settore ha iniziato a registrare effetti molto concreti, con un crollo dei flussi diretti verso l'Italia e una riorganizzazione dei percorsi delle merci che non sembra legata a un calo reale dei consumi, ma a un cambio di strategia da parte degli operatori.

La misura arriva con la Legge di Bilancio 2026 e introduce un prelievo fisso di 2 euro su ogni spedizione di valore inferiore a 150 euro proveniente da Paesi extra-UE. Il contributo si applica quindi ai cosiddetti pacchi di modico valore, cioè a quella fascia di acquisti online che riguarda soprattutto gli ordini più piccoli.

Secondo le stime ufficiali, il provvedimento interessa un bacino potenziale di circa 110 milioni di pacchi all'anno, una quantità che rende evidente l'impatto economico e operativo per l'intera filiera. Non si parla solo di grandi piattaforme di e-commerce, ma anche di corrieri, operatori postali e sistemi informatici doganali.

Nelle intenzioni, la tassa dovrebbe coprire i costi amministrativi legati alla gestione doganale di ogni singola spedizione, evitando che lo Stato debba sostenere queste spese senza un ritorno diretto. I dati iniziali mostrano però un effetto molto diverso da quello immaginato sulla logistica italiana.

I numeri arrivano dall'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM) e compaiono in una recente circolare di Assonime, l'associazione che rappresenta le società italiane di capitali. Nel periodo tra il 1° e il 20 gennaio, il numero di pacchi di modico valore arrivati direttamente in Italia è diminuito del 36% rispetto allo stesso intervallo dell'anno precedente.

Un calo di questa entità, concentrato in pochi giorni, non coincide con un improvviso crollo dei consumi online, ma con un cambiamento nei flussi delle spedizioni. Le merci non spariscono, semplicemente non arrivano più in Italia seguendo i canali doganali tradizionali, quelli su cui si applica il nuovo contributo fisso.

Il risultato concreto è una riduzione marcata degli arrivi doganali diretti nel nostro Paese, con effetti a catena su chi gestisce magazzini, controlli, sdoganamenti e trasporti collegati agli hub italiani.

Secondo le analisi riportate, gli operatori stanno spostando l'ingresso delle merci verso altri Stati membri dell'Unione Europea dove la tassa nazionale da 2 euro non esiste. In pratica, si incentiva lo sdoganamento in paesi dell'UE che non applicano questo contributo, sfruttando poi la libera circolazione delle merci all'interno del mercato unico.

Una volta completate le procedure doganali in un altro Stato membro, i pacchi entrano in Italia come normali trasporti intra-UE, senza ulteriori dazi o contributi nazionali aggiuntivi. In questo modo si evita l'esborso dei 2 euro per spedizione, ma si riduce anche il ruolo degli hub doganali italiani nella gestione dei flussi extra-UE.

Questa scelta ridisegna la mappa dei flussi logistici: il punto di ingresso nell'Unione si sposta, e con lui si spostano anche attività, lavoro e investimenti legati alla gestione delle spedizioni internazionali. L'Italia, di fatto, vede scivolare altrove una parte significativa di questo traffico.

Lo spostamento dei flussi ha anche una conseguenza ambientale non trascurabile. Il maggiore utilizzo del trasporto su gomma per collegare i vari Paesi europei dopo lo sdoganamento genera un incremento delle emissioni di anidride carbonica.

Invece di entrare direttamente in Italia dai punti di arrivo extra-UE più vicini, molte spedizioni seguono percorsi più lunghi all'interno dell'Unione Europea, sfruttando collegamenti stradali tra diversi Stati membri. Questo allunga le tratte e aumenta il numero di camion coinvolti.

Il risultato è un vero e proprio effetto boomerang rispetto agli obiettivi di sostenibilità fissati a livello comunitario: una misura pensata per ragioni fiscali e amministrative finisce per scontrarsi con le politiche europee sulle emissioni e sul trasporto più efficiente delle merci.

Oltre ai costi diretti legati ai 2 euro per spedizione, le imprese devono affrontare un aggravio significativo sul fronte degli adempimenti amministrativi. Nel regime transitorio previsto per i primi due mesi del 2026, la norma introduce meccanismi di dichiarazione riepilogativa che complicano il lavoro quotidiano di chi gestisce grandi volumi di spedizioni.

Gli operatori sono costretti a intensificare le attività di controllo e riconciliazione dei dati, con processi interni più articolati e una maggiore pressione sui sistemi informatici. La gestione dei flussi documentali diventa più pesante, proprio mentre il numero di pacchi che transitano direttamente dall'Italia si riduce.

Questo mix di oneri burocratici e riduzione dei volumi rischia di mettere in difficoltà soprattutto gli attori che investono nei centri di smistamento e nelle infrastrutture doganali italiane, costretti a riorganizzare strumenti e risorse in un contesto meno favorevole.

Sul piano giuridico restano forti dubbi sulla compatibilità della tassa con il diritto dell'Unione Europea. Il carattere forfettario del contributo da 2 euro per ogni spedizione può essere interpretato dalla Corte di Giustizia come una misura di effetto equivalente a un dazio doganale, categoria che i trattati europei vietano espressamente tra Stati membri e nei confronti delle merci che entrano nel mercato unico.

Questa incertezza normativa pesa sulle scelte operative delle imprese e sul lavoro delle istituzioni che devono applicare la misura. Nel frattempo, emergono indiscrezioni su un possibile rinvio dell'entrata in vigore piena della disposizione al 1° luglio, data in cui dovrebbe scattare il nuovo dazio fisso europeo di 3 euro.

L'idea sarebbe quella di armonizzare il prelievo nazionale con la più ampia riforma doganale dell'Unione Europea, per evitare sovrapposizioni e conflitti con il quadro normativo comune. Perché è evidente che questa "proattività italiana" non stia portando gli effetti sperati.

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