A Palazzo Chigi, tutto sommato, meglio Conte di un Pd grillizzato

Ci pensavo da tempo ma ancora non avevo avuto il coraggio di dirlo a nessuno. Ora però non mi sembra siano rimaste molte altre strade praticabili, dunque tanto vale tentare anche questa, che definirei la carta della disperazione.
Il fatto è che da un lato abbiamo un centrodestra guidato da Giorgia Meloni e pienamente allineato, al di là dei piccoli tatticismi, a Donald Trump e Viktor Orbán, cioè al peggio dell’estrema destra illiberale e nazionalpopulista. Mentre dall’altro lato abbiamo un centrosinistra di fatto senza centro, e non nel senso di un’area moderata, ma nel senso del centro di comando, del baricentro, del ruolo che naturalmente spetterebbe al Pd, ma che il Pd non può svolgere dal momento in cui Elly Schlein lo ha portato sulle posizioni di Nicola Fratoianni e Maurizio Landini (indimenticabile la scelta dell’autodafé referendario sull’articolo 18, con un intero gruppo dirigente costretto a fare pubblica abiura, oltretutto per una battaglia persa in partenza).
Mi pare evidente che un simile centrosinistra, nella remota ipotesi in cui riuscisse a vincere le elezioni e andare a Palazzo Chigi, sarebbe ostaggio ogni giorno di Giuseppe Conte, come lo è stato dal primo giorno dell’accordo di governo giallorosso in poi.
Se questa dunque è la terribile alternativa che abbiamo davanti – un governo della destra nazionalpopulista o un governo di sinistra ostaggio dei populisti – non vedo altre vie d’uscita, per i riformisti, salvo la pazza idea anticipata nel titolo di questo articolo. Se guardiamo al merito delle scelte politiche e delle questioni di principio in gioco, ci sarebbe almeno un sicuro vantaggio: pur di tornare al governo, non credo che il leader del Movimento 5 stelle avrebbe difficoltà a correggere sensibilmente la sua linea di politica internazionale né la sua linea di politica economica, e se necessario anche in materia di giustizia, immigrazione o sicurezza. Ai suoi dirigenti e sostenitori, o almeno a quelli che non potesse coinvolgere direttamente nell’impegno di governo o sottogoverno, potrebbe spiegare con buone ragioni la necessità e persino il dovere, come leader della coalizione, di mediare con le posizioni degli alleati.
Si tratta di un azzardo con scarsissime probabilità di successo, ma comunque superiori rispetto alle alternative in campo. Tanto più se la deriva populista della campagna referendaria sulla giustizia avrà come penso l’effetto di favorire il No, portando dunque a una sconfitta pesantissima per il governo Meloni, ma finendo anche per schiacciare ancora di più il centrosinistra su posizioni giustizialiste, cioè naturalmente grilline. Senza contare un aspetto che il Pd ha sempre sottovalutato (o forse, per quanto riguarda alcuni suoi dirigenti, consapevolmente sottaciuto): una volta che la linea politica della coalizione sia progressivamente scivolata sulle posizioni di un populismo più o meno temperato, come è accaduto in questi anni, è evidente che il candidato più forte per guidarla, con la minima speranza di battere il populismo di Meloni, è proprio Giuseppe Conte, che oltretutto può già vantare una lunga esperienza a Palazzo Chigi. Esperienza su cui il Pd non ha mai voluto aprire la minima discussione autocritica, indulgendo anzi più volte nell’apologia, fino al ridicolo dei manifesti sull’unico e solo candidato a Palazzo Chigi, ricordate? Forse è venuto il momento di ritirarli fuori dagli sgabuzzini.
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