Asili nido, più posti ma non basta: ecco dove l’Italia resta indietro

Febbraio 17, 2026 - 20:30
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Asili nido, più posti ma non basta: ecco dove l’Italia resta indietro

lentepubblica.it

Il sistema degli asili nido e dei servizi integrativi per la prima infanzia continua a crescere, ma la fotografia scattata dall’ISTAT  racconta un Paese ancora a due velocità.


Da un lato l’aumento dei posti autorizzati e una domanda in espansione, dall’altro divari territoriali persistenti, liste d’attesa sempre più frequenti e un nodo strutturale che rischia di rallentare ogni piano di potenziamento: la difficoltà a reperire personale educativo qualificato.

Nel complesso, nell’ultimo anno considerato risultano attivi 14.570 nidi e servizi integrativi, con quasi 378.500 posti autorizzati, in incremento (+3,4%) rispetto all’anno precedente. È un segnale positivo, ma non basta a centrare i traguardi fissati in sede europea e, soprattutto, non garantisce un accesso omogeneo sul territorio.

Più posti disponibili, ma il target resta lontano

Il rapporto medio nazionale tra posti disponibili e bambini residenti nella fascia 0-2 anni arriva a 31,6 posti ogni 100 bambini. Un indicatore che migliora anche grazie al calo delle nascite (che riduce la platea potenziale), ma che resta sotto la soglia del 33%, obiettivo fissato a livello europeo per il 2010 e richiamato oggi anche nel dibattito nazionale.

Qui entra in gioco un punto spesso sottovalutato: la disponibilità di posti non è un dettaglio tecnico, ma la condizione necessaria per aumentare la frequenza reale dei servizi educativi. E, guardando al futuro, il benchmark europeo per il 2030 – 45% – appare ancora distante, soprattutto se si considera la situazione del Mezzogiorno.

La frattura geografica: Centro e Nord avanti, Sud e Isole indietro

La media nazionale nasconde un divario netto. Sud e Isole (con la sola eccezione della Sardegna) rimangono sotto il 20% di copertura: 19,0% nel Sud e 19,5% nelle Isole. Dall’altra parte, il Centro registra la performance più elevata con 40,4%, seguito dal Nord-est (39,1%) e dal Nord-ovest (36,6%).

La geografia dei servizi per l’infanzia, insomma, continua a replicare – e in alcuni casi a rafforzare – le disuguaglianze storiche nell’accesso al welfare locale. Anche quando l’offerta cresce, non sempre cresce dove serve di più.

Capoluoghi contro “resto d’Italia”: pesa la dimensione del Comune

Non è solo una questione di regioni: conta molto anche dove si vive, a parità di area geografica. Nei capoluoghi di provincia si contano in media 39,8 posti ogni 100 bambini, mentre nei Comuni non capoluogo la media scende a 28,2. La differenza è ampia: 11,6 punti percentuali.

Il dato diventa ancora più significativo se letto per macro-area: al Nord e al Centro anche i Comuni non capoluogo superano mediamente il parametro del 33%, mentre nel Sud e nelle Isole persino molti capoluoghi restano lontani da quella soglia. In altri termini: la carenza non è periferica, ma spesso strutturale.

Frequenza reale: il 34,5% include anche gli “anticipatari”

Quando si allarga l’orizzonte non solo ai nidi e ai servizi specifici, ma anche ai bambini che entrano in anticipo nella scuola dell’infanzia (circa 4,6% dei residenti 0-2 anni) e a una quota ridotta di utenti di ludoteche/spazi gioco, la percentuale di bambini che frequenta una struttura educativa arriva al 34,5%.

È un valore che, però, risulta molto inferiore a quello di diversi Paesi europei: la distanza con sistemi dove la partecipazione supera stabilmente la metà dei bambini piccoli evidenzia quanto in Italia l’accesso resti condizionato da fattori economici, territoriali e organizzativi, oltre che culturali.

Spesa pubblica: cresce nel tempo, ma con differenze enormi

Sul fronte delle risorse, i Comuni rimangono un attore centrale: gestiscono direttamente una parte delle strutture pubbliche e, spesso, sostengono anche l’offerta privata tramite convenzioni e contributi. La spesa complessiva comunale per i servizi educativi alla prima infanzia passa da 1,037 miliardi (2003) a 1,751 miliardi (2023), con un aumento di quasi il 69% in vent’anni. La dinamica non è lineare: si interrompe durante la crisi economica e registra uno stop anche nel 2020, anno della pandemia.

La compartecipazione delle famiglie, attraverso rette e pagamenti, cresce anch’essa: nel 2023 rappresenta circa il 19% della spesa totale e aumenta rispetto all’anno precedente con un balzo rilevante.

Ma il punto critico è un altro: la spesa pro capite per bambino 0-2 anni non è affatto uniforme. La media nazionale è 1.183 euro, ma oscilla dal minimo di 234 euro in Calabria fino al massimo di 3.314 euro nella Provincia autonoma di Trento. È la dimostrazione che, senza correttivi robusti, il welfare educativo rischia di dipendere – in modo eccessivo – dalla “forza fiscale” e amministrativa dei territori.

Bonus nido: aiuta le famiglie, ma non risolve la carenza di posti

Dal 2017 si affianca alle politiche locali anche il Bonus asilo nido erogato dall’INPS. Nel 2023 la spesa legata al bonus arriva a 662 milioni di euro, che si sommano alle risorse comunali (oltre 1,4 miliardi al netto della contribuzione delle famiglie) e a contributi regionali più limitati.

Sommando le varie componenti del finanziamento (Comuni, INPS e Regioni/Province), la spesa complessiva pro capite media per bambino sotto i tre anni sale a 1.773 euro. Anche qui, però, i divari restano enormi: 520 euro pro capite in Calabria contro 3.917 euro in Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste.

In altre parole: il bonus sostiene la domanda, ma non può creare posti dove mancano. E dove l’offerta è insufficiente, anche le misure economiche rischiano di diventare un sostegno “a metà”, perché non sempre si traducono in un servizio concretamente fruibile.

Liste d’attesa in aumento: la domanda corre più dell’offerta

Nonostante il calo demografico, la domanda non rallenta. Nel 2023/2024 circa metà dei gestori segnala un aumento delle richieste, e la quota di strutture con liste d’attesa sale in modo marcato: 59,5% dei nidi e delle sezioni primavera non riesce ad accogliere tutte le domande per mancanza di posti (contro 49,1% nel 2021/2022).

Le attese sono più frequenti nel pubblico (68,9%), ma coinvolgono anche il privato (54%). Inoltre, in molte realtà le domande non soddisfatte superano il 10% e, in una parte significativa dei casi, vanno oltre un quarto delle richieste: un segnale che parla di un sistema ancora sottodimensionato rispetto ai bisogni.

Graduatorie e criteri: inclusione a macchia di leopardo

Un capitolo delicato riguarda le regole d’accesso al nido pubblico (o al privato convenzionato). I criteri comunali risultano molto diversi e producono condizioni di accessibilità non uniformi. La disabilità del bambino è la tutela più diffusa: compare in circa 9 regolamenti su 10 e spesso comporta priorità assoluta.

Subito dopo, la conciliazione tra lavoro e famiglia resta la variabile più pesante: l’88,2% dei Comuni dà priorità ai figli di genitori occupati a tempo pieno. Molto meno valorizzato, invece, il contrasto alle disuguaglianze economiche: solo il 27,1% include l’ISEE tra i criteri di priorità e appena una quota minima attribuisce alle famiglie svantaggiate il punteggio massimo.

Ancora più raro è il riferimento al background migratorio: compare solo nell’1,8% dei Comuni, mentre la partecipazione dei bambini stranieri risulta stimata al 14,7%, molto sotto quella dei coetanei nel complesso (33,1%). È un punto che apre un interrogativo: se l’obiettivo è garantire pari opportunità educative fin dall’inizio, le graduatorie dovrebbero essere uno strumento di inclusione, non un ulteriore fattore di selezione indiretta.

Il problema che può bloccare l’espansione: mancano educatori

C’è poi una criticità che pesa su qualunque strategia di ampliamento, anche quando arrivano risorse straordinarie (PNRR incluso): la disponibilità di personale. Oltre l’80% dei nidi e delle sezioni primavera ha avuto necessità di assumere educatori nei due anni precedenti al 2023/2024, e la maggioranza ha incontrato difficoltà nel trovare profili adeguati; in più del 40% dei casi le difficoltà vengono descritte come gravi o gravissime.

Le motivazioni ricorrenti ruotano attorno a tre fattori: esperienza insufficiente, titoli non coerenti con i requisiti e scarsa attrattività delle condizioni contrattuali. È un “collo di bottiglia” che non si risolve soltanto con nuovi edifici o nuovi posti autorizzati: senza una politica del lavoro educativa credibile, il rischio è creare strutture che faticano a funzionare a pieno regime.

Cosa raccontano questi numeri: obiettivi chiari, strada ancora lunga

Il quadro complessivo mostra progressi reali, ma anche limiti evidenti. L’Italia aumenta i posti e spende di più, tuttavia non raggiunge ancora un livello di copertura coerente con gli standard e, soprattutto, lascia scoperte intere aree del Paese. Nel frattempo, la domanda cresce e le liste d’attesa diventano una regola più che un’eccezione.

Per i prossimi anni la sfida sarà doppia: ridurre i divari territoriali (con investimenti e gestione corrente stabile, non episodica) e rendere sostenibile il sistema sul piano del personale e delle regole di accesso. Perché la prima infanzia non è un servizio “di supporto”: è un tassello decisivo di welfare, lavoro e pari opportunità.

Il dossier dell’ISTAT

Qui il documento completo.

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