In arrivo le "pagelle" create con l'IA per la valutazione dei dipendenti pubblici?

Gen 21, 2026 - 19:30
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In arrivo le "pagelle" create con l'IA per la valutazione dei dipendenti pubblici?

lentepubblica.it

Per la prima volta, il pubblico impiego si prepara a fissare regole chiare sull’uso degli algoritmi nella gestione del personale: al centro del dibattito, però, ci sono le cosiddette “pagelle” che con l’aiuto dell’IA potrebbero rivoluzionare la valutazione dei dipendenti pubblici. Ecco alcune anticipazioni sulla PA che verrà.


Il pubblico impiego italiano si avvia verso un passaggio storico. Per la prima volta, il contratto collettivo nazionale degli statali includerà norme dedicate all’utilizzo dell’Intelligenza artificiale nei processi organizzativi e gestionali della Pubblica amministrazione. Una novità assoluta, destinata a incidere su oltre tre milioni di lavoratrici e lavoratori, che segna un cambio di passo nel modo in cui lo Stato guarda alle tecnologie digitali e al loro ruolo nella macchina amministrativa.

La questione è ormai sul tavolo delle trattative per il rinnovo contrattuale 2025-2027. L’Aran, l’Agenzia che rappresenta il governo nei negoziati con i sindacati, ha messo tra i temi centrali del confronto proprio la regolamentazione dell’uso degli algoritmi e dei sistemi di Intelligenza artificiale. In particolare, l’attenzione si concentra sull’eventuale impiego di queste tecnologie nella valutazione delle performance del personale, un ambito delicato che tocca diritti, carriere e responsabilità.

Non una sfida tecnologica, ma una questione di governance

Il dibattito che si apre non può essere ridotto a una contrapposizione tra innovatori e conservatori, né a un semplice “sì” o “no” all’Intelligenza artificiale. Il nodo centrale è un altro: chi prende le decisioni finali? Gli algoritmi, per quanto sofisticati, restano strumenti. Possono elaborare dati, individuare schemi, suggerire scenari. Ma non possono – almeno secondo l’impostazione che emerge dalle prime anticipazioni – sostituirsi alla responsabilità umana.

L’orientamento che trapela è chiaro: l’IA potrà affiancare dirigenti e amministrazioni nei processi decisionali, ma l’ultima parola dovrà restare nelle mani delle persone. Un principio che risponde a una logica tanto organizzativa quanto etica. Un’amministrazione pubblica non si governa automatizzando le scelte, bensì investendo sulla formazione di chi è chiamato a utilizzare strumenti sempre più potenti, sapendone comprendere limiti e potenzialità.

Le prime indiscrezioni sul testo contrattuale

Al momento, mancano ancora norme di dettaglio e decreti attuativi che chiariscano in modo puntuale come l’Intelligenza artificiale potrà essere impiegata nelle valutazioni del personale. Tuttavia, una prima bozza del contratto – che sarà oggetto di discussione tra Aran e sindacati – offre alcune indicazioni significative.

Secondo quanto anticipato dal quotidiano Il Messaggero, il documento conterrebbe articoli specificamente dedicati all’uso degli algoritmi da parte delle amministrazioni pubbliche. Un segnale politico e culturale rilevante: l’IA non viene lasciata a iniziative isolate o sperimentazioni informali, ma entra nel perimetro delle regole condivise.

Uno in particolare stabilisce un principio di trasparenza. Le amministrazioni che intendono introdurre o utilizzare sistemi di Intelligenza artificiale o processi automatizzati a supporto di funzioni organizzative, gestionali o decisionali che incidono sul rapporto di lavoro dovranno informare preventivamente le organizzazioni sindacali. Un passaggio che rafforza il ruolo della contrattazione e punta a evitare scelte unilaterali su temi sensibili.

Ancora più significativo appare un successivo articolo, dedicato alle garanzie per i lavoratori. È qui che si concentrano le maggiori aspettative – e anche le preoccupazioni – rispetto all’impatto concreto dell’Intelligenza artificiale nella Pubblica amministrazione. La previsione di tutele contrattuali mira proprio a evitare che decisioni che incidono sulla vita professionale dei dipendenti siano affidate a meccanismi opachi o incontestabili.

Infine un altro punto riguarda la formazione dei dipendenti, anch’essa incanalata attraverso il supporto dell’IA.

Gi interrogativi sollevati: dove e come potrà essere applicata l’IA

L’uso di algoritmi nella valutazione delle performance solleva interrogativi complessi: come vengono selezionati i dati? Quali criteri vengono adottati? Esiste il rischio di bias, errori o semplificazioni eccessive?

In questo quadro, la centralità della responsabilità dirigenziale diventa un elemento chiave. L’algoritmo può supportare, ma non decidere in autonomia. Ogni valutazione dovrà essere comprensibile, motivata e, soprattutto, attribuibile a un soggetto umano, chiamato a risponderne.

Resta aperta la domanda su quali ambiti specifici verranno coinvolti. Oltre alle valutazioni delle performance, l’Intelligenza artificiale potrebbe trovare spazio nella gestione dei carichi di lavoro, nella programmazione delle attività, nell’analisi dei fabbisogni di personale o nella semplificazione dei procedimenti amministrativi.

Il rischio, tuttavia, è che l’entusiasmo per l’efficienza porti a una lettura riduttiva del lavoro pubblico, trasformato in una sequenza di indicatori numerici. Il valore di molte funzioni svolte nella Pubblica amministrazione – dal rapporto con i cittadini alla gestione di situazioni complesse – difficilmente può essere misurato solo attraverso parametri standardizzati.

Opportunità e criticità: una riflessione necessaria

L’ingresso dell’Intelligenza artificiale nei contratti degli statali rappresenta un’opportunità importante. Se governata con intelligenza e prudenza, può contribuire a migliorare l’organizzazione, ridurre inefficienze, rendere più omogenee le valutazioni e supportare decisioni basate su dati oggettivi. Può inoltre liberare tempo e risorse, consentendo ai dipendenti di concentrarsi su attività a maggiore valore aggiunto.

Allo stesso tempo, i rischi non vanno sottovalutati. Un uso improprio degli algoritmi può accentuare disuguaglianze, cristallizzare errori, rendere più difficile contestare decisioni percepite come “automatiche” e quindi incontestabili. C’è poi il tema della competenza: senza un’adeguata formazione, l’IA rischia di diventare una scatola nera, utilizzata senza una reale comprensione del suo funzionamento.

La vera sfida, dunque, non è stabilire quanta Intelligenza artificiale introdurre nella Pubblica amministrazione, ma definire quanto siamo pronti a governarla. Regole chiare, trasparenza, responsabilità e partecipazione saranno gli elementi decisivi per evitare che la tecnologia diventi un fine anziché un mezzo.

In questo senso, la scelta di affrontare il tema all’interno del contratto collettivo appare significativa. Porta il confronto su un terreno condiviso, dove innovazione e diritti possono trovare un equilibrio. Il futuro del lavoro pubblico passerà anche da qui: dalla capacità di integrare strumenti avanzati senza perdere di vista la dimensione umana che resta, e deve restare, al centro dell’amministrazione dello Stato.

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