L’Italia resta indietro sul numero dei laureati rispetto al resto d'Europa
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Tra obiettivi europei mancati, differenze territoriali e disuguaglianze sociali, il nodo dell’istruzione terziaria continua a pesare sullo sviluppo: e l’Italia è, rispetto al resto d’Europa, una delle nazioni con il numero di laureati più basso in assoluto.
In Italia il titolo di studio universitario rimane un traguardo ancora lontano per una parte consistente della popolazione, soprattutto tra i più giovani. Nonostante segnali di miglioramento registrati negli ultimi anni, il nostro Paese continua a occupare le ultime posizioni in Europa per numero di laureati, confermando una fragilità strutturale che incide sulle prospettive economiche, occupazionali e sociali. Un ritardo che appare ancora più evidente se confrontato con gli obiettivi fissati dall’Unione europea per il prossimo decennio.
Pochi laureati tra i giovani adulti
Secondo i dati più recenti, nel 2024 solo poco più di tre giovani su dieci tra i 25 e i 34 anni risultavano in possesso di un titolo di studio terziario. Una percentuale che colloca l’Italia al penultimo posto tra i Paesi membri dell’Ue, davanti soltanto alla Romania. La media europea, nello stesso anno, aveva già superato il 44%, con numerosi Stati che avevano centrato o addirittura superato il traguardo fissato per il 2030.
Il confronto è impietoso: mentre in Paesi come Irlanda, Svezia o Lussemburgo quasi un giovane su due ha completato un percorso universitario, in Italia il divario supera i tredici punti percentuali rispetto all’obiettivo europeo del 45%. Un distacco che rende evidente quanto il percorso verso una società più istruita e competitiva sia ancora lungo.
Il peso strategico dell’istruzione
Il tema assume un significato particolare anche alla luce della Giornata internazionale dell’educazione, celebrata ogni anno il 24 gennaio su iniziativa delle Nazioni Unite. L’istruzione viene riconosciuta come uno degli strumenti più potenti per favorire la mobilità sociale, ridurre le disuguaglianze e promuovere uno sviluppo sostenibile. Numerose ricerche dimostrano che livelli di formazione più elevati sono associati a migliori opportunità lavorative, maggiore stabilità professionale e retribuzioni più alte lungo l’intero arco della vita.
Tuttavia, l’accesso agli studi universitari non è uguale per tutti. Il contesto familiare, il livello di reddito e il territorio di provenienza continuano a influenzare in modo decisivo le scelte e le possibilità educative delle nuove generazioni. Garantire pari opportunità, indipendentemente dalle condizioni di partenza, resta quindi una delle sfide più rilevanti per le politiche pubbliche.
Donne più istruite degli uomini
All’interno di questo quadro già complesso emerge un ulteriore elemento: il forte divario di genere. In Italia le donne conseguono un titolo universitario con una frequenza nettamente superiore rispetto agli uomini. Tra i 25 e i 34 anni, la quota di laureate supera di oltre tredici punti percentuali quella maschile, uno dei gap più ampi registrati in Europa.
Questo dato, se da un lato evidenzia i progressi femminili nel campo dell’istruzione, dall’altro solleva interrogativi sulla partecipazione maschile ai percorsi formativi avanzati e sulle ricadute future nel mercato del lavoro e nei ruoli professionali.
Le disuguaglianze tra Nord e Sud
Analizzando la situazione all’interno dei confini nazionali, il quadro diventa ancora più articolato. I dati territoriali mostrano differenze marcate tra le regioni, soprattutto considerando la fascia d’età 25-49 anni. Nel 2022 soltanto sei regioni superavano la soglia del 30% di laureati. In testa si collocavano Lazio, Molise e Abruzzo, mentre molte regioni meridionali restavano ben al di sotto di questa percentuale.
Sicilia, Campania e Sardegna registravano i livelli più bassi, con meno di un quarto della popolazione adulta in possesso di un titolo terziario. Valori simili si osservavano anche in Puglia e Calabria. Il Mezzogiorno, dunque, continua a scontare un ritardo strutturale che riflette dinamiche economiche, sociali e infrastrutturali di lungo periodo.
Va però sottolineato che tra il 2018 e il 2022 tutte le regioni hanno mostrato segnali di crescita. Gli aumenti più significativi si sono registrati nel Nord, in particolare in Trentino-Alto Adige, Lombardia e Veneto. Un trend incoraggiante, ma ancora insufficiente per colmare il divario complessivo.
La mappa comunale: un’Italia a macchia di leopardo
Scendendo al livello dei singoli comuni, la distribuzione dei laureati appare estremamente frammentata. Nel 2022 solo 81 comuni italiani superavano il 40% di residenti laureati tra i 25 e i 49 anni, meno dell’1% del totale. Si tratta spesso di centri universitari, capoluoghi o aree con un’elevata concentrazione di servizi e opportunità lavorative qualificate.
All’opposto, in oltre duemila comuni meno di una persona su cinque aveva completato un percorso universitario. In molti territori, soprattutto piccoli centri o aree periferiche, l’accesso all’istruzione terziaria resta limitato, contribuendo a rafforzare fenomeni di spopolamento e impoverimento sociale.
L’analisi nel tempo mostra anche dinamiche contrastanti: mentre nella maggior parte dei comuni la quota di laureati è aumentata, in alcune centinaia di realtà si è osservata una riduzione o una sostanziale stagnazione. In altri casi, soprattutto nei centri più piccoli, si sono registrati incrementi molto elevati, spesso legati a variazioni demografiche più che a trasformazioni strutturali.
Una sfida decisiva per il futuro
Il ritardo italiano, in conclusione, sul fronte dell’istruzione universitaria non è soltanto una questione statistica. Riguarda la capacità del Paese di innovare, competere e garantire coesione sociale. Senza un investimento stabile e diffuso nell’educazione, dalla scuola all’università, sarà difficile ridurre le disuguaglianze territoriali e sociali che ancora oggi segnano profondamente l’Italia.
Colmare il divario con l’Europa richiede politiche mirate, sostegni economici efficaci e una visione di lungo periodo. Perché l’istruzione non è solo un diritto individuale, ma una leva fondamentale per il futuro collettivo.
Il dossier di Openpolis
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