In Ucraina una partita di calcio non è mai solo una partita di calcio

Febbraio 18, 2026 - 18:30
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In Ucraina una partita di calcio non è mai solo una partita di calcio

Prima che scoppiassero le proteste avevo chiesto a Ivan di accompagnarmi a una partita di calcio della Champions League. Quella non la potevo proprio saltare, perché contro la Dynamo Kyiv, la squadra che tifavamo fin da bambini, giocava una squadra italiana, la Roma, che arrivava direttamente dalla capitale italiana, dove forse non servivano il caffè con la fetta di limone sul piattino. Ivan chiese a Vitalii se volesse unirsi e, da tifoso di lunga data della Dynamo come noi, Vitalii non ci pensò due volte. Hanna, anche se lontana dal mondo del calcio, non voleva restare esclusa e si unì anche lei. Alla fine di ottobre alle casse dello stadio Olimpico di Kyiv acquistammo quattro biglietti per la partita di fine novembre.

Quel mese sembrò durare un quarto di secolo. Andammo alle urne due volte, nel paese scoppiò la rivoluzione, la corte costituzionale iniziò a lavorare d’urgenza sul caso di frode elettorale. Nessuno di noi, alla cassa dello stadio, avrebbe immaginato una simile cornice storica per una semplice partita della Champions League.

Sin dal mattino il cielo fu preso in ostaggio dalle nuvole, che minacciavano di seppellire lo stadio verde sotto una coperta bianca. Ogni dieci minuti guardavamo quel cielo come se ci aspettassimo un segnale di Dio, che dall’alto avrebbe potuto arbitrare la partita a fiocchi di neve e tempesta.

Facemmo le nostre ore in piazza con la solita divisa arancione: le fasce arancioni avvolte intorno alle braccia, alle mani e al cappotto e il mal di collo a forza di guardare in alto.

“Prima di andare allo stadio possiamo prenderci una birra nei bar lungo la strada,” disse Vitalii introducendoci a una vecchia tradizione dei fan della Dynamo Kyiv. “E poi raggiungiamo il corteo dei tifosi che presumo partiranno dal Maidan.”

“Più che una birra, prenderei un tè caldo,” gli risposi con il naso rosso che spuntava dalla sciarpa.

Ognuno prese il proprio carburante al bar, pieno di tifosi arancioni nonostante i colori della Dynamo fossero il bianco e il blu, come quelli della campagna di Yanukovych, anche se il blu della Dynamo aveva una sfumatura un po’ diversa. I canti a sostegno della nostra squadra del cuore si mischiarono a quelli della rivoluzione, facendo ridere ed esultare tutti i clienti. Con quello spirito arancione e bianco e blu, riscaldato dall’alcol e dal tè caldo, e ricoperti dai simboli del Maidan, proseguimmo per lo stadio come se fosse un compito fra gli altri, dopo le proteste sotto la corte costituzionale e la sede della commissione elettorale.

All’ingresso dello stadio si ammassava una folla di gente bloccata dalla polizia, che chiedeva a tutti gli spettatori di togliere i simboli arancioni. Facevano aprire gli zaini, alla ricerca di qualche ribelle nascosto, come se i simboli del Maidan fossero un esplosivo pericoloso, che poteva essere portato di nascosto sugli spalti e poi apparire nelle dirette di tutto il mondo. A detta loro, il regolamento della UEFA non permetteva l’esposizione di simboli politici sugli spalti. Noi invece pensavamo che la polizia fosse così cauta perché la corte costituzionale non si era ancora pronunciata, e i poliziotti non sapevano a chi avrebbero dovuto rispondere il giorno dopo.

Eravamo disposti a togliere le fasce arancioni per vedere la nostra squadra preferita, ma non a buttarle a terra. Anche se erano di semplice plastica, di quella dei sacchetti del supermercato, per la gente che scendeva in piazza ogni giorno erano piene di significato.

“Non posso buttarla per terra e farla calpestare dalla folla. Non posso buttare a terra i miei principi!” dissi al poliziotto che mi guardava calmo sotto la sua visiera.

“Legala alla recinzione, allora,” si arrese lui.

In pochi minuti lo stallo all’ingresso si sbloccò e la recinzione si riempì di strisce, bandiere e sciarpe arancioni, dando un po’ di colore alla serata incupita dalla neve in arrivo. Le intenzioni dell’arbitro celeste furono confermate dallo schermo dello stadio, che segnava una temperatura di tre gradi sottozero. Hanna continuava a far passare tra noi quattro il caffè caldo nel suo termos per farci arrivare alla fine della partita. Per riscaldarci la guardavamo in piedi, saltellando anche senza che i calciatori sul campo ci dessero un motivo valido per farlo.

“Sarebbe stato meglio guardarla a casa al caldo,” disse Ivan con una nuvoletta di aria calda che gli usciva dalla bocca. Sembravamo i personaggi di un fumetto.

“Ivan, vedo che hai dimenticato in fretta il nostro anno da militari,” sorrise Vitalii dall’alto dei suoi due metri, e ci fece ridere tutti. Chissà se sentiva più freddo o più caldo di noi, alto com’era.

E i calciatori della Roma, che probabilmente non avevano mai giocato con temperature sottozero, in una capitale in preda alla rivoluzione? Dopo i primi venti minuti della partita, il cielo scuro ci travolse con una neve insistente e fitta, che in pochi minuti ricoprì il campo verde, facendo diventare invisibile la palla bianca e nera. La sostituirono, secondo le regole della UEFA, con quella arancione, che spiccava come una fiamma accesa sul prato bianco. Tutto lo stadio applaudì.

Quella partita la Dynamo la vinse 2 a 0, e noi quattro, anche Hanna, saltammo ancora più in alto di prima, abbracciandoci per festeggiare prima l’autogol della Roma e poi la rete segnata dalla Dynamo. Non captai nessuna parola italiana distinguibile fra le urla sul campo, tranne la voce che annunciava le sostituzioni, ma uscii fuori dallo stadio felice per il risultato e per la striscia arancione che ritrovai al suo posto: la tredicesima sbarra dopo il terzo palo della recinzione. Tutte quelle strisce arancioni, ricoperte dalla neve candida che determinò l’andamento della partita, sembravano le gocce del sangue che in quella rivoluzione non fu versato.

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Tratto da “L’album blu” (Bompiani), di Yaryna Grusha, 19 euro, 400 pagine.

L’autrice presenterà il libro il prossimo 26 febbraio a Milano, alla Libreria Rizzoli alle ore 18:30; il 28 febbraio a Palermo, in Sala Bonocore alle 17; il 12 marzo al Circolo dei Lettori di Torino, nella Sala Biblioteca, alle 18:30; il 22 marzo all’Auditorium Parco della Musica durante il festival Libri Come.

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