La guerra civile che sta dilaniando la destra trumpiana

Dicembre 30, 2025 - 07:00
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La guerra civile che sta dilaniando la destra trumpiana

Il movimento Make America Great Again ha smesso di fingere unità e ha iniziato a dilaniarsi sotto i riflettori. È accaduto a Phoenix, durante AmericaFest, la più grande conferenza politica annuale del trumpismo. Un evento che mescola comizio, convention mediatica e raduno identitario della destra americana, organizzato da Turning Point USA, l’associazione fondata da Charlie Kirk, l’attivista politico assassinato il 10 settembre. 

Sul palco si sono alternati alcuni dei nomi più influenti dell’universo trumpiano, ma invece di attaccare il Partito democratico hanno passato gran parte del tempo a colpirsi a vicenda. Ben Shapiro, fondatore del gruppo Daily Wire e punto di riferimento del conservatorismo tradizionale e filo-israeliano, ha accusato Tucker Carlson, ex volto di Fox News e portavoce di una linea populista e anti-establishment, di aver legittimato razzismo e antisemitismo dando spazio a figure come Nick Fuentes, attivista dell’estrema destra americana, noto per posizioni suprematiste, per l’ammirazione dichiarata per Adolf Hitler e per la diffusione di teorie antisemite, a lungo tenuto ai margini del conservatorismo tradizionale. 

Carlson ha risposto deridendo ogni tentativo di porre confini morali, sostenendo che la richiesta di prendere le distanze da Fuentes e da altri estremisti rappresenti una forma di censura interna, negando che la responsabilità di un conduttore si estenda alle idee dei suoi ospiti. L’ex consigliere di Trump Steve Bannon, Megyn Kelly e altri protagonisti del circuito mediatico conservatore hanno rilanciato gli attacchi, difendendo la necessità di un movimento senza scomuniche preventive e trasformando il confronto in uno scontro frontale sul controllo del movimento.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, che avrebbe dovuto ricomporre le fratture, le ha invece rese visibili. L’assassinio di Charlie Kirk, le accuse di antisemitismo, lo scontro su Israele e sull’idea stessa di “America First” hanno fatto emergere ambiguità coltivate per anni. Le liti tra influencer conservatori non sono dunque semplici schermaglie mediatiche, ma il sintomo di una battaglia più ampia per stabilire chi abbia oggi il diritto di definire i confini del trumpismo.

La crisi nasce dalla natura stessa del MAGA, coalizione costruita sulla fedeltà cieca al presidente degli Stati Uniti. Finché il movimento era all’opposizione, questa ambiguità era una forza. Al potere, e con un leader che per ragioni costituzionali non potrà ripresentarsi per un terzo mandato presidenziale, diventa una debolezza strutturale. Nessuno al momento sa rispondere a questa domanda chi erediterà il movimento e a quali condizioni? 

La risposta più scontata dovrebbe essere JD Vance, il vice presidente degli Stati Uniti, considerato da molti il più indicato a trasformare il trumpismo in una dottrina politica duratura, capace di sopravvivere al suo fondatore. Durante l’AmericaFest però non si è esposto troppo nella faida, scegliendo una linea di ambiguità calcolata. Ha evitato di condannare apertamente razzismo e antisemitismo sul palco, sostenendo di non voler sottoporre il movimento a “test di purezza”. Ma ha anche affermato che l’odio etnico non ha posto nel conservatorismo. Questa doppiezza democristiana riflette la difficoltà di tenere insieme una coalizione che non condivide più nemmeno la definizione di appartenenza nazionale. 

Il processo di disgregazione del Make America Great Again è stato accelerato dall’assassinio di Charlie Kirk perché era una figura centrale nel trumpismo giovanile, cerniera tra le diverse anime della destra trumpiana. La sua morte ha creato un vuoto comunicativo e organizzativo che nessuno è riuscito a colmare. La sua vedova, Erika Kirk ha assunto la guida dell’organizzazione Turning Point USA, ma finora ha mostrato più attitudine alla predicazione morale e religiosa che alla mediazione politica. E il suo appello a fermare la diffusione di teorie cospirative sull’omicidio del marito, alimentate in particolare da Candace Owens, è caduto nel vuoto, dimostrando quanto il controllo della narrazione sia ormai sfuggito a qualsiasi controllo interno al movimento MAGA. 

Ma il tema che più di ogni altro ha fatto esplodere le contraddizioni interne è Israele. Il sostegno a Gerusalemme è stato per decenni un elemento identitario del conservatorismo americano, legato sia alla politica estera repubblicana sia all’elettorato evangelico. Nel mondo MAGA, però, questo consenso si sta incrinando, soprattutto tra i più giovani. 

Come spiega bene un approfondimento dell’Economist, le dispute su Israele, sull’antisemitismo e sulla libertà di parola hanno rivelato una spaccatura profonda tra chi vuole mantenere una linea tradizionale, radicata nel sostegno storico del Partito Repubblicano a Israele come alleato strategico in Medio Oriente e come riferimento ideologico per l’elettorato evangelico, e chi, in nome di un isolazionismo radicale, considera il sostegno politico, militare e finanziario a Israele una contraddizione dell’America First, perché percepito come subordinazione degli interessi americani a quelli di un altro Paese.

In questo secondo campo convivono critiche alla guerra a Gaza, diffidenza verso l’influenza delle lobby filo-israeliane e una retorica che, in alcuni casi, scivola apertamente nell’antisemitismo. Non è un caso che figure come Nick Fuentes, a lungo tenute ai margini, abbiano guadagnato spazio proprio mentre il movimento adottava retoriche come quella della “Great Replacement”, una teoria complottista secondo cui le élite favorirebbero l’immigrazione per ridurre il peso demografico dei bianchi, normalizzando linguaggi e idee un tempo impresentabili.

Questa radicalizzazione non è solo ideologica, ma anche mediatica. Il trumpismo si è sviluppato all’interno di un ecosistema informativo parallelo, fatto di podcast, canali YouTube, social network e piattaforme alternative ai media tradizionali. In questo sistema l’attenzione è la risorsa principale. Molti protagonisti di questa guerra interna sono prima di tutto intrattenitori, spinti a essere sempre più estremi perché è ciò che genera visibilità. E il conflitto diventa un prodotto da monetizzare.

La Heritage Foundation, uno dei più influenti think tank conservatori americani, storicamente incaricato di trasformare l’ideologia repubblicana in politiche pubbliche, leggi e nomine giudiziarie, è stata travolta da una fuga di quadri senza precedenti. Più di una dozzina di dirigenti e ricercatori, provenienti dai centri legali ed economici, hanno lasciato l’organizzazione per trasferirsi in Advancing American Freedom, il think tank fondato da Mike Pence. Heritage ha svolto per decenni una funzione di argine, stabilendo quali idee fossero compatibili con una destra di governo e quali rischiassero di renderla impresentabile. La rottura è maturata dopo le tensioni legate alla difesa, da parte della dirigenza, dell’intervista concessa da Tucker Carlson a Nick Fuentes. Per una parte del conservatorismo tradizionale, quel passaggio ha segnato la rinuncia definitiva a ogni linea di demarcazione.

Advancing American Freedom si propone di ricostruire un conservatorismo alternativo al MAGA, fondato su costituzionalismo, libero mercato e stato di diritto, in aperto contrasto con il populismo identitario e personalistico del trumpismo. In poche settimane l’organizzazione ha raccolto decine di milioni di dollari per finanziare il passaggio di interi team di ricerca, ampliando rapidamente il proprio peso politico, ma l’impresa sembra faticosa quanto svuotare l’oceano con un cucchiaio.

Per ora Trump resta una figura intoccabile, chiamata in causa da tutti come simbolo di unità e mai come possibile responsabile delle divisioni. Il presidente degli Stati Uniti è ancora il collante simbolico, ma complici anche i pessimi risultati politici non è in grado di indirizzare e disciplinare la base. L’era della disciplina carismatica è finita. Al suo posto c’è un’arena affollata, rumorosa e instabile che si contende a colpi di podcast e teorie del complotto ciò che resta della destra americana. 

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Redazione Redazione Eventi e News