Le accise sulle sigarette alimentano il mercato nero

In Australia un pacchetto di sigarette può costare quasi quaranta dollari americani. È il prezzo più alto al mondo. La scelta è il risultato di una strategia fiscale precisa: aumentare le accise per ridurre il consumo di tabacco. Solo negli ultimi dieci anni i governi hanno alzato i prezzi otto volte. Il risultato è che il tasso di fumatori è effettivamente diminuito, ma l’altra faccia della medaglia è l’espansione di un mercato nero che oggi rappresenta fino alla metà delle vendite di sigarette nel Paese.
Un’inchiesta del New York Times documenta la diffusione capillare del fenomeno. Le sigarette illegali sono vendute sotto banco in minimarket, negozi di dolciumi e tabaccherie. Un pacchetto può costare dai dieci ai quattordici dollari australiani contro i circa cinquantacinque dollari del circuito legale. A settembre 2025 l’accisa su ogni singola sigaretta aveva raggiunto circa 1,50 dollari australiani, tre volte il livello del 2015. La differenza di prezzo è tale da rendere il mercato nero una scelta diffusa anche tra consumatori non marginali.
Quando si mettono in atto politiche di questo tipo, l’obiettivo prioritario dichiarato è sempre quello sanitario: l’Organizzazione Mondiale della Sanità indica la leva fiscale come lo strumento più efficace per ridurre il consumo di tabacco.
L’aumento dei prezzi, tuttavia, ha portato come conseguenza nascosta un nuovo margine di profitto per le reti illegali: le sigarette vengono importate di contrabbando da aree dove il prezzo è molto più basso, in particolare Medio Oriente e Cina. Marchi come Manchester (prodotte negli Emirati Arabi Uniti) o Double Happiness sono diventati sempre più comuni nel mercato parallelo. Secondo le autorità australiane, il commercio illecito vale miliardi di dollari e comporta una perdita significativa di gettito fiscale.
Il fenomeno ha assunto dimensioni tali da essere definito dal New York Times una crisi del tabacco illegale. A Melbourne si sono registrati oltre cento incendi dolosi collegati alla competizione tra gruppi criminali per il controllo dei punti vendita. Un gruppo sarebbe coinvolto in più di duecentocinquanta attacchi. Spesso le conseguenze hanno un impatto diretto anche sui comuni cittadini: a gennaio 2025 una donna di ventisette anni è morta in un incendio appiccato per errore durante uno scontro tra bande criminali.
Le forze dell’ordine parlano anche di estorsioni ai danni dei commercianti. In alcuni casi i negozianti sarebbero stati costretti a vendere sigarette illegali o a cedere la gestione dell’attività a dei prestanome di questi gruppi criminali. E le misure di contrasto sono sempre costrette a inseguire: chiusure e sequestri dei punti vendita vengono seguiti da nuove aperture.
Secondo alcuni criminologi, l’elevata tassazione avrebbe creato condizioni simili a una proibizione parziale, generando un mercato altamente remunerativo per le organizzazioni criminali.
Le testimonianze raccolte mostrano una motivazione principalmente economica. Chi continua a fumare non accetta di pagare quattro volte di più rispetto al mercato nero. Il differenziale di prezzo pesa in particolare sui redditi medi e bassi. In un contesto di aumento del costo della vita, il risparmio mensile diventa rilevante.
Non tutti reagiscono allo stesso modo. Alcuni smettono o passano allo svapo. Altri alternano acquisti legali e illegali. Ma la disponibilità diffusa del prodotto illecito riduce l’efficacia dissuasiva del prezzo.
Il caso australiano si inserisce in una dinamica più ampia. Secondo un report Kpmg, con dati relativi a giugno 2025, nell’Unione europea sono state consumate 38,9 miliardi di sigarette illecite, pari al 9,2 per cento del totale. È il livello più alto dal 2015. La perdita stimata di entrate fiscali raggiunge 14,9 miliardi di euro.
Il fenomeno è trainato dalle sigarette di contrabbando, salite a 15,3 miliardi di unità (+20,2 per cento in un anno), e dalle cosiddette illicit whites, prodotte legalmente ma destinate a mercati diversi da quelli di vendita effettiva.
Alcuni Paesi registrano incrementi significativi. In Francia il consumo illecito ha raggiunto 8,7 miliardi di sigarette. Nei Paesi Bassi la quota è salita al 17,9 per cento del totale, più che raddoppiata in un anno. In entrambi i casi, il mancato gettito fiscale supera complessivamente i dieci miliardi di euro.
Al contrario, l’Italia mantiene una quota di consumi illeciti pari all’1,8 per cento, indicata come esempio di efficacia nei controlli e nella tracciabilità della filiera. Un risultato raggiunto grazie all’attività delle forze dell’ordine e alla collaborazione tra il settore pubblico e quello privato, oltre agli elevati standard di sicurezza e tracciabilità che caratterizzano la filiera del tabacco italiana.
Altri Paesi come Bulgaria, Grecia, e Portogallo – e l’Ucraina, al di fuori dell’Unione europea – hanno compiuto progressi significativi nel contenere il mercato del tabacco illecito. In particolare, la Grecia ha registrato il calo più forte dell’ultimo decennio: 6,2 punti percentuali, attestandosi al 17,5 per cento.
Ad ogni modo, l’esperienza australiana dimostra che l’aumento delle accise riduce il consumo legale e contribuisce agli obiettivi di salute pubblica. Ma una tassazione eccessiva può avere effetti controproducenti, e il mercato nero può assorbire una quota rilevante della domanda residua.
Il problema non è solo fiscale. L’emersione di reti criminali, la violenza tra gruppi rivali e l’estorsione ai commercianti trasformano una misura sanitaria in una questione di sicurezza pubblica.
La questione centrale resta l’equilibrio tra livello di tassazione, capacità di controllo e comportamento dei consumatori. L’Australia rappresenta oggi il caso studio più significativo di questa dinamica. L’Europa osserva un fenomeno minore, ma in crescita. In entrambi i contesti, la leva fiscale si conferma potente, ma non neutra: non modifica solo i consumi, incide anche sulla struttura del mercato.
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