Usa, la Corte suprema boccia i dazi imposti da Trump: «Non ha il potere di imporli». La replica: «Una vergogna»

I giudici degli Stati Uniti hanno inflitto una nuova, pesantissima bocciatura alle politiche di Donald Trump, la più clamorosa tra quelle già tutt’altro che leggere decise nelle ultime settimane. Se in altri casi i tribunali americani avevano giudicato illegittimi singoli dispositivi decisi dall’amministrazione trumpiana, tra l’altro per il più delle volte relativamente a tematiche connesse con la transizione energetica, in questo caso a venir colpito è il cuore della politica economica, commerciale e anche energetica a cui ha lavorato la Casa Bianca da aprile 2025 in poi: la Corte suprema americana ha bocciato i massicci dazi doganali imposti da Trump a suon di ordini esecutivi. Benché la Corte sia a maggioranza conservatrice (di fatto è composta in prevalenza da giudici nominati dal tycoon) ha dichiarato che tali misure hanno ecceduto i poteri conferiti dalla Costituzione al ramo esecutivo. Con un pronunciamento che non lascia spazio a dubbi, 6 dei 9 giudici della Corte suprema Usa hanno confermato che il potere di regolare il commercio con le nazioni straniere spetta in via primaria al Congresso americano e non può essere esercitato in modo così discrezionale dal presidente, neanche nel caso in cui la Casa Bianca adduca motivi di sicurezza nazionale che comunque non stati sufficientemente provati.
Come ricorda il Wall Street Journal, la Casa Bianca aveva invocato l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 (una legge americana sui poteri di emergenza) per giustificare i dazi, sostenendo che il deficit commerciale e l’ingresso di fentanyl fossero «emergenze nazionali». La Corte ha respinto questa tesi, affermando che tale legge non conferisce il potere automatico di tassare le merci. Sono stati annullati i dazi del 10% applicati a quasi tutto il mondo dal giorno del cosiddetto (da Trump) “Liberation day” e quelli specifici contro Messico, Canada e Cina legati alla questione del fentanyl (il tycoon aveva sostenuto che le tariffe doganali erano anche funzionali a evitare l’ingresso negli Usa del devastante oppioide sintetico che da molti mesi si è diffuso in America). Restano in piedi solo dazi minori basati su altre leggi. Il presidente della più alta corte della magistratura federale, John Roberts, ha scritto che «il presidente deve “indicare una chiara autorizzazione del Congresso” per giustificare la sua straordinaria affermazione del potere di imporre dazi», aggiungendo, lapidario, «non può farlo».
Per Trump è un colpo micidiale. Giusto per dare un’idea dell’impatto che questa sentenza ha sulle casse federali, il ricercatore dell’Ispi Matteo Villa fa notare che la corte ha appena dichiarato nulli circa 180 miliardi di dazi dei 260 riscossi dagli Stati Uniti nel 2025, una cifra che vale lo 0,6% del Pil americano e il 2,5% della spesa pubblica federale. Secondo altri economisti interpellati dal Wsj, i dazi annullati rappresentavano il 70% del piano tariffario di Trump, con un valore stimato di 1.500 miliardi di dollari in dieci anni.
Ma oltre al dato economico, certo molto rilevante, c’è poi da considerare lo smacco subito dal tycoon, che non a caso sta reagendo rabbiosamente, definendo «una vergogna» questo pronunciamento delle Corte suprema. Per bypassare quella che ha definito una minaccia alla sicurezza nazionale, Trump ora prepara quello che ha annunciato come «un piano di riserva». È probabile che la Casa Bianca cerchi di reintrodurre i dazi usando percorsi legali che comunque sarebbero più complessi e lenti, o chiedendo un voto al Congresso. Ma si tratta di ipotesi politicamente e anche concretamente più difficili da realizzare. Soprattutto dopo questo pronunciamento della Corte suprema. E intanto c’è ora un precedente giuridico che limita drasticamente la capacità d’azione unilaterale di Trump nelle future trattative commerciali con gli altri paesi.
Cantano vittoria le associazioni di consumatori e le grandi catene di distribuzione che contrariamente a quanto ipotizzato dalla Casa Bianca hanno pagato il prezzo più salato per la forzatura di Trump, ma cantano vittoria anche i Paesi maggiormente colpiti dalle nuove tariffe doganali. A cominciare dal Canada, che con più forza di altri aveva denunciato la strategia del tycoon. Per quanto riguarda l’Ue, che oltre all’aumento dei dazi era stata costretta a siglare anche un accordo commerciale per l’acquisto di gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti energetici nucleari dagli Usa per un valore di 750 miliardi di dollari entro il 2028, si volta ora pagina: il portavoce della Commissione Ue Olof Gill ha fatto sapere che a Bruxelles attendono «chiarimenti» dall’amministrazione americana «sulle misure che intende adottare in risposta a questa decisione» della Corte. «Le imprese di entrambe le sponde dell’Atlantico dipendono dalla stabilità e dalla prevedibilità delle relazioni commerciali. Per questo continuiamo a sostenere la necessità di dazi doganali bassi e a lavorare per la loro riduzione». Intanto, le Borse del Vecchio continente hanno reagito alla notizia arrivata da Washington facendo registrare ampi movimenti al rialzo e nuovi livelli record.
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