Nel Golfo Persico potrebbe affacciarsi lo Smda, trascinando il Pakistan nel conflitto Usa-Iran

Febbraio 22, 2026 - 00:30
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Nel Golfo Persico potrebbe affacciarsi lo Smda, trascinando il Pakistan nel conflitto Usa-Iran

Mentre The Donald ha concesso all'Iran una nuova scadenza (10-15 giorni) per una soluzione diplomatica, dall’altra parte dell’Atlantico molti media americani proiettano sull’opinione pubblica statunitense la possibile e concreta attuazione di interventi militari Usa sull’Iran. Lo stesso Trump ha precisato che l'attacco potrebbe iniziare con un'operazione militare limitata. Testualmente il presidente degli Usa ha detto ai giornalisti: “Stiamo considerando un attacco limitato”, come riporta il Wall street journal, per costringere l'Iran ad accettare i termini dell'accordo nucleare proposto dagli Usa stessi.

Nel “Palazzo di Vetro”, mentre i tamburi di guerra assordano i cittadini statunitensi, il rappresentante permanente dell'Iran presso l’Onu, Amir Saeed Irawani, ha annunciato che l'Iran risponderà in modo deciso e proporzionato, usando il proprio diritto all'autodifesa in conformità con l'articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite nel caso in cui venga soggetto ad attacchi militari; non poteva essere più chiaro di così.

Nel mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha minacciato gli Ayatollah di Teheran, asserendo che l’Idf scatenerebbe “una risposta inimmaginabile” se solo l’Iran provasse a reagire; riportiamo, per completezza di cronaca, che l’US Army ha già provveduto ad evacuare centinaia propri soldati stanziati nella base aerea di Al Udeid a Doha (capitale del Qatar) e questo segnale lascia intravedere quanto sia elevato il rischio di conflitto armato.

In questa poco rassicurante cornice, osservatori geopolitici stanno anche analizzando le possibili complicazioni causate da un conflitto nell’area del Golfo Persico e non soltanto per gli immediati e prevedibili riflessi sui traffici marittimi ma anche (e soprattutto) per la sicurezza e la stabilità politica dei Paesi di quell’area: Iran, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Oman. 

A complicare ulteriormente le cose in quell’area già di per sé molto complessa sotto il profilo geopolitico, va ad aggiungersi il fatto che nel settembre scorso (2025), a Riad, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif e il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, hanno sottoscritto un Patto, conosciuto come “Strategic mutual defence agreement” (Smda) che, in linea di principio, stabilisce la mutua difesa in caso di attacco contro uno dei due Stati contraenti, e che l’attacco dell’uno debba essere considerato un’aggressione anche nei confronti dell’altro.

Quest’accordo, nelle sue linee generali, “mira a sviluppare la cooperazione in materia di difesa e a rafforzare la deterrenza congiunta contro qualsiasi minaccia esterna”. Il testo fa riferimento a “tutti i mezzi militari”, proprio tutti; tuttavia, da parte pakistana è stata chiarita l’esclusione della dimensione nucleare, ribadendo che tale capacità resta circoscritta alla deterrenza nei confronti dell’India. Rimane però l’assoluta certezza che il Pakistan risulta essere una potenza nucleare (si stima possieda circa 200 ordigni nei propri arsenali) a tutti gli effetti.

La portata dello Smda, tuttavia, assume un profilo che trascende dal tecnico-militare e, sottolineiamo, ha consentito al Pakistan di inserirsi nella cornice della sicurezza dell’area del Medio Oriente e consente all’Arabia Saudita di far capolino nelle dinamiche asiatiche, delineando in tal modo nuovi spazi di collaborazione strategica tra i Paesi del Golfo Persico e quelli dell’Asia. Sul piano geopolitico, infatti, la risposta delle monarchie del Golfo Persico va letta come quella necessaria a controbilanciare il progressivo disimpegno statunitense.

L’amministrazione statunitense – a guida Trump – non sembra più disposta a garantire la sicurezza in quella regione, nonostante si percepisca come minacciata dall’allargamento della proiezione militare israeliana. Ricordiamo, per dovere di cronaca, che la firma del Patto arabo-pakistano è avvenuta pochi giorni dopo l’attacco israeliano a Doha (del 9 settembre 2025); per inciso, l’Arabia Saudita e le altre monarchie del Golfo interpretarono l’attacco israeliano come la prova provata della progressiva ritirata statunitense, che fece emergere come l’amministrazione trumpiana fosse incapace o, più semplicemente, non intenzionata a contenere la proiezione di potenza dimostrata in quell’occasione dalle forze aeree con la “Stella di Davide” sulla carlinga.

Naturalmente, quest’accadimento riportò in primissimo piano la questione della sicurezza in quell’area unitamente alla necessità – per tutti gli Stati dell’area del Golfo Persico –, di dotarsi di nuove garanzie militari e ampliare la propria deterrenza militare, allo scopo di garantire la sicurezza nazionale.

Le condizioni richieste da Riad e considerate imprescindibili sono la cessazione del conflitto a Gaza e il riconoscimento formale di uno Stato palestinese, ma entrambe restano, purtroppo, ancora insolute. L’attacco a Doha venne allora percepito come una linea di demarcazione irreversibile, e ha contribuito a rafforzare la consapevolezza degli Stati del Golfo Persico che Israele costituisce una minaccia diretta e permanente a minare la stabilità regionale, peraltro recentemente aggravata dall’assenza di controllo e da eccesso di tolleranza da parte dell’amministrazione statunitense.

Resta un fatto inequivocabile: Israele viene percepito come fattore destabilizzante e potenzialmente aggressore, da cui occorre difendersi. In questo contesto, il ricorso di Riad al sostegno di Islamabad appare consequenziale e per certi versi dovuto. Richiamiamo alla memoria, inoltre, che la partnership tra i due Paesi islamici affonda le sue radici in oltre ottant’anni di relazioni che si rafforzarono con la nascita della Repubblica islamica del Pakistan.

Il Trattato di Amicizia del 1952 e il sostegno saudita al programma nucleare pakistano (finanziato fin dalle origini, anche da re Faisal) hanno consolidato un legame strategico, ulteriormente rafforzato, dopo la rivoluzione iraniana del 1979.

Tra Regno saudita e Islamabad sussiste un’antica e solida alleanza che si consolida da motivazioni religiose quali la protezione dei luoghi sacri dell’Islam – la Mecca e Medina – offerta da Pakistan mentre, parallelamente, Riad ha mantenuto e continuerebbe a sostenere ancora (finanziariamente) il programma nucleare pakistano anche durante i periodi in cui vennero inflitte dure sanzioni internazionali.

Insomma, un intervento militare statunitense al quale seguirebbe quasi contemporaneamente quello israeliano in un’area sovraffollata di unità aeronavali Usa e che vede la presenza delle Marine militari russe e cinesi non ci fa restare sereni. Nell’assenza più totale dell’Unione europea non resta che appellarci all’Onu o, meglio, a ciò che ne rimane.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia