I moralisti del sonno, l’internet permaloso, e la disperata solitudine degli altri

Gen 3, 2026 - 12:00
 0
I moralisti del sonno, l’internet permaloso, e la disperata solitudine degli altri

Il 30 dicembre “Nicola”, o comunque si chiami, con le sue brave bandierine di buone cause, è andato a chiedere all’intelligenza artificiale una frase per me. In inglese, vai a sapere perché (saranno le buone cause che lo rendono cosmopolita). Poi ha fatto il suo bravo screenshot, e me l’ha postata. Erano sei righe, ma lui ha sottolineato solo la prima: sì, dormire troppo poco aumenta significativamente il rischio di aumento di peso.

Non vorrei avervi tratto in inganno: lo scopo di questo articolo non è domandarvi se il mondo fosse meglio quando eravamo in grado di scrivere «taci, chiattona» senza richiedere il soccorso dell’intelligenza artificiale, soccorso che consuma più o meno l’acqua del lago di Como per dire a Soncini che rischia di ingrassare (rischio? Nico’, ma mi hai vista?).

Lo scopo di questo articolo è che ci facciamo tutti delle domande su cosa è successo quando è stato abolito il confine tra pubblico e privato, e di conseguenza si è terremotato il concetto di identità, e quindi l’umanità si è ritrovata così: che, se una sconosciuta il 12 dicembre scrive su un social che nessun adulto produttivo ha tempo di dormire otto ore, noi il 30 siamo ancora lì che le scriviamo tu a me improduttivo non me lo dici capitoooo.

Riassunto per gli archeologi, se un domani volessero studiare com’era l’umanità nell’epoca più imbecille della di essa presenza sul pianeta. L’11 dicembre un tizio (una tizia, una pianta di basilico, un bassotto: cosa volete che ne sappia, è l’internet) di quelli che ci tengono tantissimo ad avere interazioni scrive un tweet (o come si chiamano ora) che fa così: «“Non ho tempo”. In una settimana ci sono 168 ore: 40h Lavoro 56h Dormi 07h Allenamento 20h Altro 43h ne restano. Hai tempo. Sono le priorità che mancano».

L’aveva già scritto a settembre, e prima di allora nel 2024: ve l’ho detto che è in cerca di cuoricini, e questo meccanismo andrebbe in effetti studiato (cosa te ne fai dei cuoricini sull’unico social sul quale non guadagni? Sei troppo timido per accenderti la telecamera in faccia su TikTok?).

Ma della disperata solitudine del tizio parliamo un’altra volta, perché oggi dobbiamo parlare della disperata solitudine degli altri. Ovviamente, essendo l’internet piena di sfaccendati, l’attenzione che vuole gli viene servita, e il tweet è pieno di risposte di gente indignata perché nel conteggio delle ore il tizio non ha calcolato gli spostamenti per andare al lavoro.

A questo punto non abbiamo ancora stabilito cosa sia andato storto rispetto alla suscettibilità, ma possiamo già dire che solo un’epoca che ha risolto tutti ma proprio tutti i problemi veri può concedersi il lusso di problemi immaginari quali: tizio sconosciuto (forse pastore maremmano) e che ignora la mia esistenza ha fatto una divisione delle ore della giornata che non mi corrisponde precisamente.

Il giorno dopo, rispondo al tweet. Così: «Adoro che nessuno di quelli che contestano il conteggio abbia niente da dire sulle otto ore di sonno, il vero marchio dello sfaccendato». Le risposte le vedo in ritardo, perché nel frattempo ho fatto tre ore di pennica. Ma questo l’internet non può saperlo.

Un’altra questione di cui dovranno occuparsi gli archeologi è che, nonostante consumi inutili serie di Netflix sul grave dramma delle menzogne on line, la gente cronicamente on line è convinta di conoscere le vite degli altri. È convinta che gli altri, quando scrivono «io» sull’internet o su un giornale o in un libro, siano vincolati al dire la verità come quando testimoniano in tribunale.

Quindi, quando l’internet comincia a insultarmi dicendomi che è perché non dormo che sono scema, che dormire è una priorità della salute di ognuno, che non so gestire il mio tempo, che sono una schiavista che non vuole lasciar dormire la gente, che il mio cervello è rovinato dal non dormire, io penso, mentre mi stiracchio: ma chi?

Poi, siccome sono molto più perdigiorno di loro, e diversamente da loro sono riuscita a farmi retribuire per esserlo, rispondo a uno qualunque: «Otto ore sono standard se hai dodici anni e non hai mezza responsabilità né sei un membro produttivo della società. Poi ci sono gli italiani». Indovinate cosa succede a quel punto? Bravi, però era facile.

A quel punto diventa: Soncini si percepisce membro produttivo della società (che volgarità, santo cielo). Non sono tweet: sono macchie di Rorschach.

Ora, è tutto bellissimo e ci sono delle diramazioni ognuna delle quali meriterebbe un articolo suo. La più bella è l’idea che otto ore di sonno siano otto ore, punto. Cosa siete, bovini? Poggiate la testa e vi addormentate?

Il Corriere ha in homepage, come «articolo tra i più apprezzati del 2025», uno che promette “Il metodo militare per addormentarsi in due minuti”. Respiri profondi, contrazione e rilassamento dei muscoli, e tutto il cucuzzaro per cui ogni adulto sa che di sonno non bisogna mai parlare: non perché sui social poi si fanno venire le crisi isteriche, ma perché nella vita poi hanno tutti un metodo da suggerirti. Sonno e dieta, i due temi più noiosi del mondo di cui un’umanità inabile a fare conversazione più ama parlare.

A questo punto avrei tantissima voglia di dire la verità, ovvero che, a parte il tempo per addormentarsi, alle ore di sonno per me ne vanno aggiunte due in uscita: quando mi sveglio (cioè quando il mio corpo naturalmente si desta: l’idea di mettere la sveglia mi sembra infernale; se non siete riusciti a organizzarvi una vita in cui svegliarvi senza fretta, vi compiango), ho bisogno di due ore per leggere i giornali, rispondere ai messaggi, fare tutti i giochini enigmistici, non avere i coglioni rotti. E non sono neanche la più lenta: conosco gente che al mattino fa le morning pages (una truffa da creativi californiani), o yoga, o ascolta la rassegna stampa.

Non la dico, la verità, perché poi i già isterici difensori del diritto alle otto ore di sonno mi vengono ad aspettare sotto casa coi forconi. Potevano ritenere sufficienti le contumelie finché mi reputavano una privilegiata depressa, ma se gli viene il dubbio che sia una privilegiata contenta non ci sarà foto di Google che confermi la mia pinguedine che possa bastare a chetarli.

Non farò neanche notare che degli altri non sapete niente, perché decidono loro cosa raccontarvi: non sapete quanto dormono, sapete solo quanto vi dicono che dormono. E non dico gli altri sull’internet: dico anche quelli che vivono in casa vostra. Prima vi fate passare l’illusione di conoscere gli altri, prima vi passano le crisi isteriche quando qualcun altro dice una cosa che non vi somiglia.

«Otto ore sono il minimo per chi non tira su bamba come un’aspirapolvere. Poi c’è gente come te», scrive “Vindef”, che entra in un altro fascicolo per gli archeologi: quello di chi, nel 2025, ancora non aveva capito come funzionava il codice penale, e pensava fosse opportuno dare delle cocainomani alle sconosciute. (Però mi ha fatto molto ridere perché mi ha ricordato Julie Burchill che dice d’essere stata l’unica cocainomane grassa della storia del mondo).

Erano passati giorni, e – tra risposte e retweet e screenshot commentati e cazzi e mazzi – centinaia di persone che si sentivano offese da una sconosciuta che aveva opinato che otto ore le si dormisse al liceo erano ancora lì che si risentivano pubblicamente. Dicendomi che non sapevo neanche fare ragebait (cioè: scrivere una cosa che facesse incazzare i passanti), che è un’accusa che fa già molto ridere in sé, ma diventa un’opera d’arte se la formuli commentando iracondo uno screenshot di due righe mie d’una settimana prima in mezzo ad altri cento commenti.

Passavano settimane, e loro sempre lì, a dire che non avrebbero sacrificato al capitalismo la loro salute, e che il medico diceva che sarebbero state male se, dopo aver lavorato dieci ore, non ne avessero dormite otto (sempre magnifico questo vezzo degli italiani di percepirsi di produttività giapponese).

E quindi io ho due domande che lascerò qui per gli archeologi, magari qualche mio pronipote potrà leggere le risposte.

La prima è: ma lo sanno, sì?, che dire che con meno di otto ore di sonno non si funziona è una balla tale e quale a «se non faccio colazione svengo», sì? Qualcuno ha mai indagato l’intersezione dell’insieme di chi millanta bisogno di sonno da neonato e quello di chi millanta pressione bassa? Ve lo testimonio io che tra penniche e sonno notturno ne dormo anche undici o dodici: non è un bisogno, è un lusso.

(Fastidiosa indecisione dell’internet: dice che dorme molto, ma ha appena detto che tutti mentono. Che facciamo, continuiamo a insultarla perché non dorme un cazzo, o passiamo a insolentirla perché dorme troppo? Queste contumelie le digito perché è un’emissaria del capitalismo che vuole sfinirci, o perché è Oblomov, che non so chi sia ma ora chiedo all’intelligenza artificiale?).

La seconda nota per gli archeologi è: nel conteggio del tizio secondo cui si dorme otto ore e si lavora altre otto, ci sono solo venti ore a settimana di «altro». Fanno meno di tre ore al giorno per ristabilire con impeto le grandi verità violate sull’internet. Siamo sicuri che bastino? Mi sembrano un po’ pochine, per soddisfare ogni impellente bisogno di ricordare al mondo, in orario d’ufficio, che lavoriamo duramente e il capitalismo non ci arrubberà le ore di sonno.

Ogni otto ore di sonno, ce ne vogliono almeno quattro a scandagliare l’internet per reperire ogni rigo in cui sia stata detta una cosa che non ci somiglia, trattarla come fosse non una roba a caso detta da gente a caso ma come un disegno di legge contro il quale schierarsi, e poi chiedere aiuto all’intelligenza artificiale, cercare foto dell’estensore della proposta di legge per dimostrarne l’inadeguatezza estetica (e quindi etica, qui mi raccomando di citare Keats), e infine digitare il proprio sdegno acciocché il pubblico non pagante sappia che noi non ne lasciamo passare una: solo oggi abbiamo ristabilito la verità su quali siano le merendine migliori, la data giusta in cui smontare l’albero di Natale, e l’appropriata quantità di latte con cui macchiare il caffè.

Gli archeologi si chiederanno quando diavolo lavorassimo, in questa epoca, e io vorrei lasciare qui per loro la risposta: negli intervalli tra una ronda e l’altra nei vicoli bui dell’internet, nei quali i malviventi tentavano di affermare il falso, ignari della nostra vigilanza.

L'articolo I moralisti del sonno, l’internet permaloso, e la disperata solitudine degli altri proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Furioso Furioso 0
Triste Triste 0
Wow Wow 0
Redazione Redazione Eventi e News