Il caso Eternit, la sinistra contro i giudici e le ragioni del non votare al referendum

Gen 12, 2026 - 13:00
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Il caso Eternit, la sinistra contro i giudici e le ragioni del non votare al referendum

Uno dei punti salienti della messa cantata di Giorgia Meloni a una stampa per lo più compiacente, a partire dallo zelante moderatore, è stato l’ennesimo attacco alla magistratura «che rema contro». In sostanza, il governo vara ottime leggi per garantire la sicurezza, ma i giudici malvagi le disapplicano, con specifica attenzione alle leggi sull’immigrazione.

La cronaca recente dimostra che, in molti casi, gli stranieri responsabili di reati erano stati regolarmente espulsi, ma che si erano sottratti ai provvedimenti puntualmente emessi dai magistrati semplicemente perché nessuno li aveva eseguiti, compito che spetta alle forze di polizia. C’è da dire, però, che sul punto l’atteggiamento di una parte della sinistra verso i magistrati non è molto diverso da quello della destra, e un eloquente esempio è stato la puntata di Report dedicata alla storia giudiziaria della fabbrica Eternit di Casale Monferrato.

Eternit fu oggetto di una serie di processi condotti dall’allora procuratore di Torino Raffaele Guariniello, che contestavano ai responsabili dell’azienda, e in particolare al proprietario, lo svizzero Stephan Schmidheiny, di aver causato un disastro ambientale diffondendo polveri d’amianto che, secondo l’accusa, avrebbero causato la morte di circa tremila persone malate di asbestosi (fibrosi polmonare), mesotelioma (tumore raro della pleura / peritoneo) e cancro ai polmoni.

Dopo due consecutive e pesanti condanne a 18 anni di reclusione nei primi due gradi di giudizio, la Corte di Cassazione, dodici anni fa, le ha annullate per prescrizione del reato, annullando contemporaneamente i risarcimenti ai familiari delle vittime. Tale evento è stato ricostruito da Sigfrido Ranucci e dai suoi collaboratori come il frutto di un articolato complotto organizzato da Stephan Schmidheiny assieme all’ex premier israeliano Ehud Barak e ai servizi segreti d’Israele.

Le uniche prove, piuttosto debolucce, sono le mail con cui l’imprenditore svizzero, di origine ebraica, chiedeva aiuto al suo amico Barak in vista del giudizio di Cassazione. Non vi è alcun elemento da cui desumere che Barak sia arrivato ai giudici di Cassazione e che abbia influito sull’esito, ma questo a Ranucci deve essere sembrato un particolare ininfluente.

Così come, irrilevante, gli è sembrato omettere di leggere le mail per intero, dalle quali si desume che l’unico consiglio dato dall’ex premier all’amico sia stato quello di risarcire il danno e provvedere alle bonifiche. Molto meglio insinuare a carico dei magistrati della Cassazione – colpevoli di aver assunto conclusioni difformi da quelle della procura e dei giudici di Torino.

Molto meglio tacere sulle motivazioni della sentenza della Cassazione che hanno portato alla dichiarazione di prescrizione. Esse sono gravi, ma non per colpa della Cassazione, piuttosto perché indicano che l’esito infausto è la diretta conseguenza delle temerarie scelte inquisitorie e di errori giuridici evidenti dei giudici torinesi.

Sono conclusioni che si traggono dalla lettura delle sentenze, nonché da puntuali commenti dell’epoca di giuristi come l’ex presidente della Corte costituzionale Cesare Mirabelli e Gianluigi Gatta, ordinario di diritto penale all’Università di Milano, uno degli animatori della campagna per il No alla riforma Nordio, che ha puntato il dito contro «una strategia processuale ad alto rischio suicida» della procura torinese. Questa, all’atto di avviare le indagini, si era trovata di fronte alla duplice scelta di contestare il reato di omicidio per ciascuna delle singole morti oppure il più eclatante reato di disastro ambientale, che garantiva pene esemplari.

La prima opzione avrebbe comportato l’improba fatica di dimostrare il nesso causale tra la diffusione delle polveri e ogni singolo decesso; la seconda era molto più agevole da configurare (bastava provare la tossicità delle lavorazioni e l’inquinamento ambientale), ma presentava un rischio che Guariniello doveva avere ben chiaro, a norma di legge: il reato era prescritto addirittura dal 1986, data in cui l’impianto era stato dismesso e l’attività criminosa era dunque cessata. Per costante orientamento sia dottrinario sia giurisprudenziale, il reato di disastro si consuma nel momento in cui cessa la condotta che lo ha originato.

Guariniello, invece, aveva deciso di sostenere una tesi del tutto minoritaria, secondo cui il reato permane sino al decesso delle vittime, con conseguente allungamento dei termini di prescrizione. Sul punto, però, già diversi anni prima delle sentenze di merito era intervenuta una pronuncia della Corte costituzionale (sentenza 327/2008), la quale aveva sottolineato che un disastro è configurabile «senza che sia richiesta anche l’effettiva verificazione della morte o delle lesioni di uno o più soggetti».

Dunque, il rischio della prescrizione e dello spreco di mezzi per un risultato gravemente a rischio doveva essere ben chiaro agli inquirenti sabaudi e, probabilmente, altrove, in altri Paesi, qualcuno avrebbe chiesto conto ai magistrati di tali scelte «ad alto rischio suicida», costate milioni in perizie e spese processuali che nessuno rifonderà all’erario. La Cassazione ha seguito l’orientamento maggioritario e quello della Consulta.

Sarebbe stato preferibile suggerire alle famiglie delle vittime di perseguire la via di un’azione di risarcimento del danno in sede civile, dove i criteri di prova sono più favorevoli, bastando la mera probabilità del nesso causale invece dell’«oltre ogni ragionevole dubbio». Si è invece preferito, nel Paese del populismo giudiziario, seguire la scelta etica ed esemplare del processo penale, con gli esiti prevedibili.

Come da copione, c’è sempre qualcuno che resterà col cerino in mano: qualche mite giurista indipendente e solitario da additare alla pubblica gogna, alla cui porta andare a scampanellare, per aver osato dire che lui, inaudito, tra giustizia e diritto sceglie sempre la legge, come suo dovere. Vuoi mettere coi magistrati amici che passano i verbali e costruiscono processi fantasiosi?

Tace anche l’Associazione Nazionale Magistrati, sull’attacco ai colleghi della Cassazione, presumibilmente perché non conviene inimicarsi una certa stampa militante complottista in vista del referendum. La logica degli amici stretti vale anche per le toghe amiche della Costituzione.

Questa squallida e triste storia racconta benissimo la desolante condizione della giustizia italiana, sulle cui misere spoglie si stanno azzuffando governo (con fiancheggiatori assortiti, riformisti e no) e magistratura, in una squallida campagna propagandistica infarcita di reciproche bugie.

Non c’è da stupirsi, perché ciò che accomuna destra e sinistra, nonché le associazioni degli avvocati e dei magistrati, è il sistematico ricorso alla più sfrenata demagogia, con il solo legittimo interrogativo se la causa sia la malafede o l’ignoranza. Ecco perché, come predica Francesco Cundari su questo giornale, il 22 marzo, «Noi non ci saremo» (almeno Cundari e io). Tra Sì e No si può anche semplicemente dire: né con gli uni né con gli altri.

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Redazione Redazione Eventi e News