Il no della Lega al Mercosur e la farsa del populismo di governo

«Un accordo che non voterei nemmeno se lo chiedesse il Papa». La reazione scomposta della Lega, affidata alle parole dell’esponente di spicco Gian Marco Centinaio, all’accordo tra Unione Europea e Sudamerica per il Mercosur, è l’ennesima dimostrazione di un partito che, pur stando al governo, continua a comportarsi come se fosse permanentemente all’opposizione.
Le dichiarazioni indignate, che parlano di «tradimento» degli agricoltori italiani e di un’Europa pronta a sacrificare la qualità dei nostri prodotti, sono un copione già visto, in un gioco delle parti che riguarda l’intera maggioranza, a dire il vero. Parole dure, toni allarmistici, ricerca del nemico. Peccato che, stavolta, quel nemico porti il nome di Giorgia Meloni, il cui governo si regge grazie al sostegno della stessa Lega.
L’accordo sul Mercosur viene dipinto dal Carroccio come una sciagura annunciata, una svendita dell’agricoltura italiana in nome della globalizzazione selvaggia. Intendiamoci, siamo abituati alle rappresentazioni semplicistiche. Tuttavia, da figlio di agricoltori della pianura padana, ammetto che sta diventando stucchevole questo tentativo di rappresentare gli imprenditori agricoli come una massa ignorante, amica del protezionismo e legata a «mamma Stato», sempre pronta a difenderli anche a scapito di interessi sociali maggiori.
Proviamo a smontare questa mistificazione. Per l’Italia, grande Paese esportatore, si tratta di un’opportunità concreta. Il testo negoziato prevede la progressiva riduzione di dazi su oltre il 90 per cento degli scambi tra i due blocchi, con significativi benefici per l’industria e le esportazioni europee: dalle automobili ai macchinari, dai prodotti chimici ai beni di consumo, le imprese italiane ed europee potranno competere in un mercato di oltre 260 milioni di potenziali consumatori.
Inoltre, l’accordo riconosce indicazioni geografiche protette e mantiene gli standard sanitari e fitosanitari dell’Unione Europea: i prodotti importati dovranno rispettare le stesse norme rigide in materia di sicurezza alimentare e tutela dei consumatori che valgono per l’agricoltura europea. Senza dimenticare che le quote di importazione per prodotti «sensibili», come la carne bovina, sono calibrate e che i meccanismi di salvaguardia previsti permettono di intervenire qualora determinate condizioni di mercato siano violate.
Non è il «liberi tutti» evocato nei comizi, ma un compromesso che rafforza il peso negoziale europeo e offre strumenti di difesa alle filiere più esposte. Fingere il contrario significa fare disinformazione politica. L’incoerenza è ancora più evidente se si considera il ruolo istituzionale della Lega.
Il partito di Matteo Salvini è forza di governo, esprime ministri e sottosegretari, contribuisce a definire la linea italiana in Europa. Protestare contro una decisione condivisa dall’esecutivo significa, di fatto, protestare contro sé stessi. Lo schema può anche funzionare all’inizio: il Governo prende una decisione, la si contesta per qualche giorno sui giornali, in modo da difendere i propri voti, e dopo una settimana, tutto dimenticato. Peccato che uno schema troppo usato, alla lunga, diventi leggibile.
Sul dossier ucraino, la Lega ha criticato pubblicamente l’invio di armi, mandando avanti la coppia Borghi-Vannacci, strizzando l’occhio, talvolta, a un pacifismo di facciata e, talvolta, a un filoputinismo tutto italiano, salvo poi non assumere mai una posizione realmente alternativa quando si tratta di votare. Nel caso del Mercosur, l’ipocrisia è ancora più grave perché danneggia l’interesse strategico dell’Europa.
In un contesto globale segnato da competizione economica, ritorno dei dazi e tensioni geopolitiche, rafforzare legami commerciali regolati dovrebbe essere un obbligo. Rinchiudersi in un protezionismo urlato, come propone la Lega, significherebbe isolare l’Italia e indebolire le sue imprese, non proteggerle.
La Lega continua a giocare sul doppio tavolo: partito di governo nei fatti, forza di lotta nella retorica. Ma questa doppiezza, questo schema, si sgretola di fronte a una domanda: se ogni volta che vi schierate contro una decisione del vostro governo tale decisione non viene modificata, a cosa servite esattamente? Allora, la recente svolta sul Mercosur ha forse messo in luce il vero tallone d’Achille di populisti e sovranisti: l’inconsistenza politica. Perché, in politica come nella vita, le contraddizioni non spariscono perché le si ignora, ma aspettano di emergere alla prova dei fatti.
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