Amicale degli Africani, l’Odv pavese che supera i pregiudizi. Anche burocratici
Andiamo a conoscere questa associazione pavese perché la riteniamo un modello di cultura integrativa molto significativa. Ne parliamo con la presidente: Martin Gaba
Una realtà associativa del territorio pavese, Amicale degli Africani in Italia Odv, è fortemente impegnata nel supporto quotidiano a migranti, in particolare dell’area sub-sahariana.
Qui si offrono aiuti concreti nella facilitazione per tutte le pratiche burocratiche relative ai permessi di soggiorno e documenti, nei corsi di italiano per stranieri, collaborando con comunità già integrate e con le amministrazioni locali, le istituzioni, i sindacati e altre organizzazioni di volontariato, aiutando le persone straniere che hanno voglia di studiare, lavorare e mettersi in gioco nel nostro Paese.
L’associazione, presieduta da Martin Gaba, proveniente dalla Costa d’Avorio e residente in Italia da circa 10 anni, è nata nel 2020 ed è iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore.
Da Broni e Stradella, dove l’associazione ha sede, opera anche nei comuni e nelle province limitrofe, come per esempio quella di Lodi.
Nel corso degli anni l’Amicale ha sviluppato molte collaborazioni e ha realizzato incontri pubblici finalizzati alla conoscenza reciproca tra italiani e africani e di confronto e dialogo interculturale per rompere le barriere.
Ci ricorda Martin Gaba: “Ancora oggi, o forse ancora di più oggi, esistono tante discriminazioni legate ai pregiudizi. La parola straniero ha una radice – strano – che rende la percezione degli immigrati come una persona strana, malgrado la loro buona volontà.
Quindi, ci sono ancora tanti pregiudizi che vivono anche le donne immigrate, accusate a torto di non voler lavorare, di fare tanti bambini, di vivere solo del sociale, di rubare il lavoro ai cittadini italiani, di non pagare l’affitto e tanto altro ancora“.
Negli incontri organizzati dall’Associazione Amicale degli Africani in Italia vengono affrontate sia tematiche contingenti, come il problema della casa (un recente titolo emblematico è stato Chi affitta allo straniero?), ma anche tematiche più ampie come quella della conoscenza del Servizio Sanitario Nazionale, o dell’impatto del neocolonialismo sulle migrazioni dall’Africa.
Quest’ultimo incontro, tenuto a Mortara a fine gennaio, ha visto come relatore Patrick Peleu, ricercatore dell’Università di Pavia che ha illustrato, con dati alla mano, il ruolo deleterio della colonizzazione dell’Africa attraverso il processo di spartizione del continente tra le potenze europee, culminato nella Conferenza di Berlino (1884-85), guidato da motivazioni economiche (risorse, mercati), politiche (prestigio, competizione) e sociali (ideologia di civiltà) e tutt’ora attivo nonostante tutto.

La prossimità come aiuto alla conoscenza e all’integrazione
Essendo l’Amicale degli Africani molto vicina alle comunità degli immigrati e molto attiva, è sollecitata nel supporto per bisogni primari e problematiche vitali che riguardano molto spesso le donne, in particolare se sole, che ora vediamo più in dettaglio.
Le barriere linguistiche sono uno dei primi problemi concreti, perché in genere il loro livello di istruzione è piuttosto basso e spesso la conoscenza della lingua non viene considerata una priorità, rappresentata, invece, della ricerca di una sistemazione lavorativa e alloggiativa, il che fa si che queste donne subiscano ingiustizie sia sul lavoro sia nella vita quotidiana, per scarsa dimestichezza con il linguaggio e con gli strumenti a disposizione.
Ed è questo il motivo per cui l’associazione organizza incontri formativi e informativi con professionisti e specialisti (avvocati, medici anche nel campo di lavoro…) e di introduzione ai servizi di apprendimento della lingua italiana, anche gratuiti, disponibili sul territorio.
Il fatto che non ci siano quasi mai persone con background migratorio e cittadinanza italiana che lavorano nell’amministrazione pubblica, fa sì che tanti migranti non solo non si sentano rappresentati, ma sviluppino atteggiamenti di sfiducia, tanto che in generale troppo spesso gli immigrati non partecipano alle iniziative organizzate dagli enti locali.
Altro elemento di sfiducia sono i lunghissimi tempi di attesa per ottenere i documenti: il permesso di soggiorno è uno degli elementi più importanti nell’integrazione degli immigrati in generale e delle donne immigrate in particolare.
Però, purtroppo, le tempistiche sono lunghissime e senza il permesso di soggiorno non si può firmare un contratto di lavoro (non tutte le agenzie e/o cooperative accettano l’assicurata postale o la ricevuta della questura per firmare un contratto di lavoro). E questa situazione mantiene tante donne in uno stato di precarietà.
Altro aspetto della vita quotidiana particolarmente significativo è quello del trasporto, non particolarmente sviluppato nei piccoli paesi dell’Oltrepò pavese, dove si trovano grandi poli logistici, come per esempio il polo di Broni-Stradella che fornisce 6.000 posti di lavoro e che occupa molte delle persone immigrate che si trovano a fronteggiare disagi e difficoltà di rispetto degli orari, anche a causa dei ritardi dei mezzi pubblici.
Sono state fatte alcune proposte, come per esempio quella di creare una linea di bus vicino al polo logistico di Broni-Stradella, che potrebbe trasportare persone provenienti da Pavia e Voghera, oppure quella di creare servizi navetta ad hoc.
Un lavoro dignitoso e un alloggio adeguato al centro delle aspirazioni e della resistenza quotidiana
Al centro delle attività di supporto dell’Amicale degli africani in Italia c’è naturalmente quella di permettere un buon inserimento lavorativo, con l’aiuto gratuito nella compilazione e nell’invio del curriculum vitae alle agenzie e cooperative di lavoro: nell’anno 2025, per esempio, sul 20 richieste 10 erano di donne e 10 di uomini e otto delle donne hanno avuto un posto di lavoro.
Purtroppo, però, in questi ultimi anni non si assume più a tempo indeterminato e i contratti di lavoro sono a chiamata, cosa che rende la situazione di queste donne più precaria.
Inoltre, è difficile di assumere una donna con bambini, perché diventa problematico per queste donne, generalmente sole, lavorare sui diversi turni e occuparsi dei bambini.
Il problema del lavoro con contratti ridotti e/o a tempo determinato incide in maniera sostanziale sia sul rinnovo del permesso di soggiorno sia sul problema dell’alloggio e del caro-affitti, tanto che 9 donne su 10 che si rivolgono all’associazione sollecitano un aiuto per affrontare le difficoltà in questo ambito.
“Tra le vicende di cui ci siamo occupati – sottolinea Martin Gaba – posso segnalare il caso di una donna arrivata dal sud con una figlia di cinque anni che andava a scuola, che abitava con amici che dopo un anno le hanno chiesto di andarsene, ma il Comune non è stato in grado di fare nulla perché non aveva la residenza“.
Altro caso delicato è quello di due donne con bambini, che rientravano in un progetto finanziato che, arrivato poi a scadenza, non ha offerto alcuna alternativa. Oppure c’è il caso di due donne senza bambini, che cercavano casa o almeno un posto letto perché assunte nel polo logistico di Broni-Stradella, ma che provenivano da Lodi e Alessandria.
Il supporto dell’associazione passa anche attraverso la tutela dei diritti delle persone immigrate, come nel caso di una donna con origini migratorie, ma con cittadinanza italiana, madre di tre bambini, alla quale era stato fatto firmare un contratto di affitto di sei mesi senza rinnovo (quando i contratti normalmente sono di 4+4 anni).
Tuttavia, il proprietario ha continuato a percepire l’affitto e quando l’inquilina ha chiesto il rinnovo del contratto, lui le ha comunicato che intendeva vendere l’appartamento e ha iniziato la pratica di sfratto, che è stato naturalmente impugnato e, grazie al supporto dell’associazione, per questa donna è stata possibile entrare in contatto con i servizi sociali comunali e avere la necessaria assistenza presso il Tribunale di Pavia.
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