Come prima, più di prima

«Come prima, più di prima» è un’espressione che torna puntuale a inizio anno, quando più che cambiare direzione si riprende velocità. Anche questa prima rassegna del 2026 non racconta rivoluzioni improvvise, ma una serie di aggiustamenti: settori che provano a rafforzare posizioni già avviate, filiere che reagiscono a pressioni note, mercati che spingono un po’ più in là dinamiche già in corso. Le cinque notizie della settimana attraversano produzioni agricole che inseguono nuovi consumi globali, comparti storici alle prese con problemi strutturali, ridefinizioni silenziose del valore del cibo e rituali che, nonostante tutto, restano sorprendentemente stabili. Più che un nuovo inizio, una continuazione osservata da più angolazioni.
Il viaggio comincia dall’Argentina, dove secondo Reuters il pistacchio sta diventando una nuova scommessa agricola nazionale. A spingere non è una politica alimentare strutturata, ma una moda: il successo globale delle barrette di cioccolato ripiene di crema di pistacchio, rese virali dai social e rilanciate dal cosiddetto “Dubai chocolate”. Il Paese, oggi unico produttore rilevante di pistacchi in Sud America, punta sul vantaggio della contro-stagionalità rispetto all’emisfero nord e su condizioni climatiche favorevoli nelle province occidentali. Ma l’operazione resta un investimento lungo e fragile: servono anni prima che le piante entrino a regime, e l’instabilità economica rende la scommessa tutt’altro che priva di rischi. Un esempio chiaro di come un trend di consumo globale possa trasformarsi in opportunità agricola — ma solo per chi può permettersi di aspettare.
Dall’America Latina all’Europa, il tono cambia ma il problema resta strutturale. The Guardian racconta la preoccupazione crescente dell’industria vinicola spagnola, alle prese con un nodo che va oltre il mercato: il ricambio generazionale. In uno dei principali Paesi produttori di vino al mondo, sempre meno giovani sono disposti a raccogliere l’eredità familiare. Lavoro fisicamente impegnativo, margini ridotti, incertezza climatica e volatilità dei mercati rendono la viticoltura poco attrattiva. Le istituzioni rispondono con programmi di formazione, incentivi all’accesso alla terra e innovazione tecnologica, ma resta il dubbio che non basti.
Lo sguardo si sposta poi in Cina, dove il Financial Times descrive un cambiamento silenzioso ma profondo: il Paese non è più soltanto un esportatore di prodotti alimentari di base, ma una vera e propria potenza nel luxury food. Già leader mondiale nella produzione di caviale, la Cina sta consolidando filiere interne anche per foie gras e altri alimenti ad alto valore aggiunto, sostenute da investimenti tecnologici e integrazione industriale. Il risultato è una produzione competitiva nei prezzi e sempre più presente sui mercati internazionali. Più che una moda passeggera, è un segnale di riposizionamento: il lusso gastronomico non è più solo europeo o nordamericano, e i confini simbolici del gourmet si stanno ridefinendo.
Dalle dinamiche di mercato alle basi biologiche del cibo, The Guardian porta l’attenzione su un effetto meno visibile del cambiamento climatico. Un nuovo studio mostra che l’aumento della concentrazione di CO₂ nell’atmosfera rende molti alimenti di base più calorici ma meno nutrienti. Cereali e legumi coltivati in queste condizioni tendono ad accumulare più carboidrati, ma meno proteine e micronutrienti essenziali come ferro e zinco. Il rischio non riguarda la quantità di cibo disponibile, ma la sua qualità nutrizionale, con possibili conseguenze sulla salute pubblica, soprattutto nei Paesi che dipendono da poche colture di base. Anche qui, il sistema continua a produrre “come prima”, ma con un valore nutrizionale potenzialmente inferiore.
La rassegna si chiude in Italia, con un dato che parla di continuità più che di rottura. Secondo Coldiretti, oltre 400.000 persone hanno scelto di trascorrere il Capodanno a tavola in agriturismo. Un numero che conferma il successo del turismo rurale e della cucina del territorio come risposta a feste urbane sempre più standardizzate. Menu locali, filiere corte, convivialità e paesaggio diventano elementi centrali dell’esperienza. È una forma di ritorno alle origini che, però, è ormai parte integrante dell’offerta turistica strutturata.
Messe insieme, queste cinque storie raccontano un inizio d’anno che non stravolge gli equilibri, ma li rende più evidenti. Il cibo continua a muoversi lungo traiettorie già tracciate – globalizzazione, concentrazione, adattamento — spingendole un po’ più in là. Come prima, appunto. Solo, forse, un po’ di più.
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