Cosa si sa di Abdul Qadir Mumin, l’invisibile che per molti è il nuovo capo dell’Isis

Gen 29, 2026 - 04:30
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Cosa si sa di Abdul Qadir Mumin, l’invisibile che per molti è il nuovo capo dell’Isis

Abdul Qadir Mumin è una delle figure più opache e sottovalutate del jihadismo contemporaneo. Leader dello Stato Islamico in Somalia, la sua traiettoria personale attraversa l’Europa, il Medio Oriente e il Corno d’Africa, fino a intrecciarsi con una delle ipotesi più sensibili che circolano oggi negli ambienti di intelligence: che dietro il volto invisibile dell’attuale guida dell’Isis possa celarsi proprio lui.

Prima di emergere come comandante jihadista, Mumin vive a lungo in Europa. Trascorre un periodo significativo a Londra, dove si muove negli ambienti della diaspora somala e si fa conoscere come predicatore itinerante, capace di attrarre seguaci con un linguaggio religioso incendiario. È in questa fase che consolida un profilo ideologico più che militare, affinando capacità comunicative e una visione transnazionale del jihad. Successivamente si sposta in Svezia, dove rafforza i contatti con reti della diaspora e approfondisce un impianto salafita-jihadista che, secondo diversi osservatori, anticipa la futura adesione allo Stato Islamico. L’esperienza europea non è marginale: gli fornisce competenze linguistiche, dimestichezza con i circuiti della propaganda e una comprensione delle comunità migranti che torneranno utili negli anni successivi per quanto riguarda arruolamento e finanziamento.

Di quella fase europea resta oggi soprattutto la testimonianza indiretta della sua famiglia. Sua moglie, la 43enne britannico-somala Muna Abdule, è rimasta nel Regno Unito e vive in un appartamento popolare a Slough con i loro tre figli, oggi di 20, 18 e 17 anni. Parlando pubblicamente per la prima volta, la donna ha affermato che il marito è scomparso più di dieci anni fa senza alcuna spiegazione. «Ci ha abbandonati. Non lo vediamo né sentiamo da più di dieci anni. Non abbiamo niente a che fare con lui», ha dichiarato ai giornalisti, prendendo le distanze dal suo percorso successivo.

Rientrato in Somalia, Mumin entra nelle fila di al-Shabaab, allora principale organizzazione jihadista del Paese. Ma non diventa un comandante militare di primo piano, si afferma come figura ideologica. La frattura matura con l’ascesa dello Stato Islamico in Siria e Iraq e con la proclamazione del “califfato”, che offre a Mumin un riferimento più radicale e globalista rispetto all’orbita di al-Qaeda. Nel 2015 si mette a capo di una scissione e giura fedeltà allo Stato Islamico, portando per la prima volta il marchio dell’Isis in Somalia. La reazione di al-Shabaab è immediata e brutale: molti dissidenti vengono eliminati. Mumin e il suo nucleo riescono a sopravvivere rifugiandosi nelle aree montuose del Puntland, dove prende forma IS-Somalia, una filiale numericamente ridotta ma molto resiliente, costruita su cellule mobili, estorsioni, traffici locali e una forte legittimazione ideologica.

Sotto la sua guida, IS-Somalia non ha mai raggiunto le dimensioni di al-Shabaab tuttavia mantiene una capacità operativa sufficiente a condurre attentati mirati, omicidi selettivi e intimidazioni contro funzionari e clan ostili. E i collegamenti con il comando centrale dello Stato Islamico? Appaiono più politici e simbolici che operativi, ma abbastanza solidi da garantire riconoscimento e continuità. Gli Stati Uniti lo hanno designato terrorista globale e lo hanno inserito tra gli obiettivi prioritari: negli anni, raid aerei statunitensi hanno colpito ripetutamente basi e comandanti di IS-Somalia. In più occasioni sono emerse notizie sulla sua possibile eliminazione, mai confermate in modo definitivo, circostanza che alimenta l’immagine di un leader sfuggente. È proprio questa combinazione di esperienza, ideologia e capacità di sopravvivenza che alimenta oggi un’ipotesi delicata: che Abdul Qadir Mumin possa essere più centrale di quanto dichiarato nella catena di comando dello Stato Islamico.

Dal 2023, l’Isis ha annunciato come suo quinto “califfo” Abu Hafs al-Hashimi al-Qurashi, un iracheno di cui si sa pochissimo. Non esistono fotografie o video, le informazioni biografiche sono minime e i messaggi attribuiti a lui sono rari e impersonali. Questa opacità ha alimentato sospetti: per alcuni analisti, il nome potrebbe rappresentare una figura di copertura, utile a proteggere il vero centro decisionale dell’organizzazione. In questo scenario, Mumin emerge come un candidato credibile a esercitare una leadership di fatto: veterano, ideologo, con un passato europeo, sopravvissuto alle purghe interne e alla pressione militare occidentale. La sua collocazione geografica periferica, in Somalia, lo renderebbe meno esposto rispetto ai leader mediorientali tradizionali, offrendo allo Stato Islamico una guida decentrata ma più sicura, coerente con l’evoluzione dell’organizzazione dopo la sconfitta territoriale in Siria e Iraq. Non esistono prove definitive che Mumin sia il vero capo dell’Isis, ma la sua biografia – dalla predicazione a Londra e in Svezia alle montagne del Puntland – riflette con precisione la trasformazione dello Stato Islamico: meno Stato, più rete; meno visibilità, più mimetismo.

Che sia o meno il califfo invisibile, Abdul Qadir Mumin resta una delle figure più pericolose del jihad globale proprio perché continua a operare nell’ombra, dove oggi l’Isis sembra aver scelto di sopravvivere in attesa di poter colpire in grande stile in Occidente.

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