Trump è riuscito a intrappolare il mondo nelle sue allucinazioni

Gen 29, 2026 - 04:30
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Trump è riuscito a intrappolare il mondo nelle sue allucinazioni

Quando un’amica più attenta e diligente di me mi ha segnalato l’articolo del New York Magazine sulla salute di Trump, sostenendo che avrei potuto riempirci l’intera newsletter di oggi, per prima cosa mi sono domandato dove avessi già visto quel titolo («Il presidente sovrumano») e dunque perché non lo avessi già letto, e magari anche commentato qui sopra. La risposta alla seconda domanda ovviamente era che siamo sommersi dalle fregnacce, sempre più indistinguibili dalle importanti notizie di politica nazionale e internazionale, e quindi non è facile capire con la necessaria prontezza cosa meriti di essere letto e cosa no. Motivo per cui trovare risposta alla prima domanda mi è costato molto più tempo e fatica, ma alla fine ce l’ho fatta. Era un tweet di Garry Kasparov, il grande scacchista e storico oppositore di Vladimir Putin, che rilanciando l’articolo così lo commentava: «Il mito della prestanza fisica è una classica fissazione dei politici autoritari. Il Caro Leader non deve mai apparire malato o semplicemente umano. Putin scompare regolarmente dalla scena pubblica se è malato (o se si sottopone a trattamenti con il botox…). Naturalmente anche Roosevelt nascose la gravità della sua paralizzante poliomielite, ma questo è un altro livello». E così mi sono risparmiato pure il commento, e posso passare a scegliere semplicemente fior da fiore, di quella che appare al tempo stesso una tragedia shakespeariana e una commedia di terz’ordine, una via di mezzo tra Riccardo III e Scemo e Più Scemo.

Ecco per esempio Stephen Miller, il vicecapo di gabinetto, nonché uno dei più promettenti candidati al titolo del più nazista dell’amministrazione, secondo il quale Trump «può lavorare di più e ha una memoria migliore e più resistenza e più energia di un comune mortale», motivo per cui a suo giudizio il titolo dell’articolo avrebbe dovuto essere, per l’appunto, «Il presidente sovrumano».

Poi c’è Trump che a proposito di suo padre, morto a novantatré anni, ricorda che era una forza della natura, ma «aveva un solo problema. A una certa età, ottantasei, ottantasette, cominciò ad avere, come si chiama?». Si indica la fronte e guarda la sua portavoce per il termine che gli sfugge. «Alzheimer», dice Leavitt. «Tipo una specie di Alzheimer», ripete lui. «Beh, io non ce l’ho».

Poco dopo ecco ancora Trump che si vanta di essere in gran forma dal punto di vista «genetico», perché anche la madre è vissuta a lungo. Poi aggiunge: «Ho questo amico la cui madre è morta di infarto a quarantanove anni. Il padre è morto di infarto a cinquantuno. Lui ora ne ha sessanta. Gli ho detto: “Sei fottuto”».

Poi ci sono tutti gli infiniti atti di omaggio e autoumiliazione del resto dell’amministrazione, a cominciare da Marco Rubio, il segretario di Stato, ben lieto di raccontare di come sull’Air Force One si nasconda sotto una coperta per non farsi sorprendere appisolato da Trump, che ovviamente non dorme mai. Potrei continuare così per ore. Mi limito al finale, in cui il giornalista parla con il medico che segue il presidente, e ha fatto lo stesso con Barack Obama (un fanatico del fitness che al termine della presidenza aveva cinquantacinque anni, mentre oggi Trump ne ha settantanove, non fa il minimo esercizio e si nutre di junk food). «Chi è più in salute, Obama o il presidente Trump?», chiede il giornalista. Trump fissa il medico. Il medico non esita: «Il presidente Trump». Trump annuisce e dice all’autore dell’articolo: «Scrivilo». Sipario.

Per quanto mi riguarda, la conclusione politica di tutta questa lettura è che Trump, a suo modo, è del tutto sincero. Sempre. Insomma, ha ragione Claire Berlinski, la studiosa citata da Christian Rocca nell’editoriale di qualche giorno fa: «Crede a ogni singola parola che dice. Ciò che afferma, in qualsiasi momento, per quanto assurdo, anche se pochi giorni prima sosteneva l’esatto contrario, è realtà per lui in quell’istante, proprio come lo è per i malati di demenza che vivono eternamente nel 1956. La sua mente è un caleidoscopio di deliri vividi che deve credere per preservare la sua immagine grandiosa ma fragile come un guscio d’uovo. Quell’immagine è il suo falso sé. Da tempo ha perso ogni contatto con quello reale. Vi prego: rendetevene conto. Non sta mentendo. Ha le allucinazioni. I suoi tweet non sono “Trump che fa Trump”. Sono deliri psicotici». Il problema sono tutti quelli che gli stanno intorno, e tutti quelli che gli vanno dietro, non solo in America, che pazzi non sono per niente e sanno benissimo come stanno le cose.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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