La bocciatura dei dazi di Trump e le sue conseguenze sull’economia italiana e globale

Febbraio 21, 2026 - 15:30
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La bocciatura dei dazi di Trump e le sue conseguenze sull’economia italiana e globale

lentepubblica.it

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una decisione destinata a segnare la politica commerciale globale dei prossimi anni: ha dichiarato illegittimi i dazi imposti dall’amministrazione Trump utilizzando una legge sulle emergenze economiche. Quali saranno le conseguenze?


Una sentenza che, di fatto, apre scenari nuovi e incerti per le relazioni commerciali internazionali. Il cuore della decisione ruota attorno a un principio fondamentale della Costituzione americana: la potestà di imporre dazi doganali spetta al Congresso, non al presidente. Nel caso in esame, la maggioranza dei giudici – sei contro tre – ha stabilito che l’uso dell’International Emergency Economic Powers Act (una legge pensata nel 1977 per emergenze nazionali) non autorizza un presidente a stabilire tariffe commerciali generalizzate.

La reazione del tycoon non si è fatta attendere: ha definito la sentenza “una vergogna” e ha annunciato che, malgrado la bocciatura, firmerà nuovi dazi globali del 10 % basandosi su un’altra legge commerciale più limitata nel tempo. I nuovi dazi, secondo la Casa Bianca, entreranno in vigore il 24 febbraio e resteranno attivi per 150 giorni.

Un colpo ai dazi “globali” ma non alla guerra commerciale

La sentenza non elimina del tutto la possibilità che gli Stati Uniti continuino a imporre tariffe. Trump ha infatti annunciato che userà la Section 122 del Trade Act del 1974, che consente di applicare tariffe fino al 15 % per periodi limitati, qualora scattino indagini su pratiche commerciali ritenute sleali.

Dal punto di vista pratico, questo crea un quadro giuridico più complesso ma non necessariamente più prevedibile: gli Stati Uniti potrebbero continuare a regolare gli scambi con strumenti diversi dai dazi globali che avevano caratterizzato la politica commerciale dell’ultimo anno.

Le ricadute sull’economia reale: tra incertezze e opportunità

L’impatto della decisione americana si misura anzitutto nei numeri. Secondo un’analisi diffusa da Reuters, nel 2025 le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono cresciute del 7,2%, arrivando a sfiorare i 70 miliardi di euro. Un dato che colpisce se si considera che nello stesso periodo erano in vigore tariffe doganali fino al 15% su diversi prodotti europei.

Il mercato statunitense, dunque, ha continuato a rappresentare uno sbocco strategico per il sistema produttivo italiano. Settori come vino, moda, farmaceutica e meccanica di precisione hanno dimostrato una notevole capacità di tenuta, sostenuti dalla qualità riconosciuta del made in Italy e da una domanda americana rimasta robusta.

Tuttavia, la crescita dell’export non equivale automaticamente a un miglioramento dei conti aziendali. Come evidenziato in diversi studi del Centro Studi di Confindustria, l’introduzione di dazi incide direttamente sui margini delle imprese esportatrici. Le aziende si trovano spesso davanti a un bivio: trasferire il costo aggiuntivo sui consumatori finali, con il rischio di ridurre la competitività, oppure assorbire parte dell’aumento comprimendo la redditività.

In un contesto già segnato da inflazione e aumento dei costi energetici, la pressione tariffaria si traduce quindi in una variabile che pesa sulle strategie industriali e sugli investimenti futuri.

Mercati finanziari: sollievo immediato, ma resta l’incertezza

La reazione delle Borse è stata immediata. Nelle ore successive alla decisione della Corte Suprema, i principali listini europei hanno registrato rialzi diffusi. Piazza Affari ha chiuso in territorio positivo, così come Francoforte e Parigi. Anche Wall Street ha mostrato segnali di recupero. La dinamica è stata raccontata in modo dettagliato da Il Sole 24 Ore e ripresa dalle principali agenzie finanziarie.

Gli investitori hanno interpretato la bocciatura dei dazi come un possibile allentamento delle tensioni commerciali, almeno sul piano giuridico. L’idea che le tariffe “straordinarie” potessero essere ridimensionate ha alimentato una temporanea fiducia nei mercati.

Ma l’ottimismo iniziale non cancella le incognite. Analisi pubblicate dal Financial Times sottolineano come l’incertezza normativa resti un fattore di rischio strutturale. La possibilità che l’amministrazione americana utilizzi strumenti alternativi per introdurre nuove misure protezionistiche mantiene elevato il livello di volatilità.

Per imprese e investitori il problema principale non è soltanto l’esistenza dei dazi, ma la loro imprevedibilità. In un ambiente regolatorio mutevole, pianificare investimenti, contratti di lungo periodo e strategie di espansione diventa più complesso.

In altre parole, la sentenza ha ridotto una tensione immediata, ma non ha eliminato il nodo centrale: la competizione commerciale tra Stati Uniti ed Europa resta aperta e continua a influenzare scelte industriali, flussi finanziari e prospettive di crescita.

Settori specifici sotto la lente

Alcuni settori economici europei, incluso quello vinicolo italiano, hanno accolto la decisione con cautela. I produttori di vino, ad esempio, temono che questa sentenza non rappresenti un sollievo duraturo, perché il contesto normativo per nuove tariffe resta aperto e l’azione americana può tornare a colpire gli stessi comparti tramite altre clausole legislative.

Anche settori come chimica, farmaceutica e componentistica auto, che avevano già subito aumenti di costo legati alle tariffe, rimangono in una posizione vulnerabile, soprattutto se si considerano le catene di approvvigionamento globali e la natura interconnessa di molti processi produttivi.

La linea italiana: prudenza strategica e timore di una spirale protezionistica

Già nell’autunno del 2025 il governo italiano aveva scelto di smarcarsi da ogni ipotesi di escalation commerciale. In più occasioni pubbliche, il ministro dell’Economia aveva espresso contrarietà a eventuali contromisure tariffarie nei confronti degli Stati Uniti, avvertendo che una risposta speculare ai dazi americani avrebbe rischiato di trasformarsi in un boomerang per l’intero sistema produttivo europeo.

Secondo quanto riportato da The Brussels Times, la posizione italiana si fondava su un principio molto chiaro: una guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico non produrrebbe vincitori netti, ma soltanto un aumento generalizzato dei costi, con effetti negativi su imprese, lavoratori e consumatori.

Perché Roma teme l’escalation

L’Italia è tra i Paesi europei con il più alto livello di interdipendenza economica con gli Stati Uniti. Il mercato americano rappresenta uno sbocco fondamentale per comparti chiave: agroalimentare di qualità, meccanica strumentale, farmaceutica, automotive e moda.

Un inasprimento reciproco delle barriere doganali non si limiterebbe a colpire le esportazioni verso gli USA, ma rischierebbe di destabilizzare le catene globali del valore. Molte aziende italiane, infatti, non esportano solo prodotti finiti, ma componenti che entrano in filiere produttive internazionali. In questo quadro, una spirale di ritorsioni tariffarie potrebbe tradursi in:

  • aumento dei costi di approvvigionamento
  • perdita di competitività rispetto ai concorrenti asiatici
  • rallentamento degli investimenti esteri
  • contrazione dei margini industriali

In altre parole, l’impatto non sarebbe confinato al commercio estero, ma si propagherebbe all’intero tessuto economico.

Il nodo europeo: unità politica e limiti strutturali

La prudenza italiana si inserisce anche nel contesto più ampio dell’Unione europea. Le politiche commerciali sono competenza della Commissione, ma gli effetti economici ricadono sui singoli Stati membri in modo differenziato.

Paesi fortemente esportatori come Germania e Italia avrebbero probabilmente più da perdere da un’escalation prolungata rispetto ad economie meno esposte al mercato statunitense. Da qui la cautela nel sostenere misure di rappresaglia generalizzate.

Diversi economisti, citati da Financial Times, hanno evidenziato come l’UE, pur essendo un gigante commerciale, non disponga dello stesso margine di manovra politica degli Stati Uniti. Washington può contare su un vasto mercato interno relativamente omogeneo e su una valuta di riferimento globale; l’Europa, invece, deve mediare tra interessi nazionali differenti e mantenere coesione interna.

Il costo potenziale in termini di crescita e occupazione

Le simulazioni econometriche diffuse negli ultimi mesi da centri studi europei indicano che una guerra commerciale strutturata tra Stati Uniti e Unione europea potrebbe ridurre il PIL europeo di alcuni decimi di punto percentuale annuo nel breve periodo. A prima vista può sembrare un impatto limitato, ma tradotto in valore assoluto significherebbe miliardi di euro in meno di produzione e migliaia di posti di lavoro a rischio, soprattutto nei settori orientati all’export.

Il timore espresso dal ministro italiano non riguarda soltanto la perdita immediata di quote di mercato, ma anche l’effetto di lungo periodo sulla fiducia degli investitori. In un contesto caratterizzato da tensioni geopolitiche, inflazione persistente e transizione energetica, aggiungere un conflitto commerciale con il principale partner occidentale significherebbe introdurre un ulteriore elemento di instabilità.

Il quadro geopolitico, oltre l’economia

L’analisi di natura economica non può prescindere da quella geopolitica: su questo fronte l’analista Dario Fabbri offre una chiave di lettura più ampia. Secondo Fabbri, i dazi non devono essere interpretati soltanto come strumenti economici, ma come espressione di un contesto geopolitico più ampio, dove gli Stati Uniti cercano di ridefinire i rapporti di potere e di influenza con Europa e Cina.

Fabbri sottolinea come il protezionismo commerciale sia parte di una strategia volta a ridefinire gli equilibri globali, rompendo schemi tradizionali di cooperazione multilaterale e favorendo politiche di competizione diretta tra grandi potenze.

In questo senso, la decisione della Corte Suprema può essere vista non solo come un atto giuridico, ma come un elemento di una tensione più ampia: l’Europa e l’Italia sono chiamate a rispondere non con ritorsioni immediate, ma con strategie di lungo termine volte a rafforzare la coesione interna e la capacità di negoziazione all’interno della scena internazionale.

Scenari futuri: tra previsioni e incertezze

Guardando avanti, le prospettive sono molteplici e in parte contraddittorie:

  • Scenario di de-escalation: la bocciatura dei dazi potrebbe spingere a una nuova fase di negoziazioni tra Stati Uniti ed Europa, con un possibile accordo commerciale più strutturato e prevedibile. Questo richiederebbe però compromessi significativi da entrambe le parti.
  • Scenario di “dazi riformulati”: come suggerisce l’annuncio di Trump di usare strumenti alternativi, è possibile che gli Stati Uniti continuino a imporre misure protezionistiche sotto altre forme, mantenendo elevate le barriere tariffarie in modi più mirati ma sempre pressanti.
  • Scenario di tensione prolungata: se la politica commerciale americana si radicalizza ulteriormente, l’Europa potrebbe essere costretta a rispondere con strumenti propri – non necessariamente tariffari – ma con incentivi, politiche di sostegno all’export o nuove alleanze economiche globali.

Un bivio per l’Italia e l’Europa?

La bocciatura dei dazi di Trump da parte della Corte Suprema non è la fine della storia, ma piuttosto un capitolo critico in una narrazione più ampia di tensioni commerciali e rivalità geopolitiche. Per l’Italia, che ha già visto crescere le esportazioni verso gli Stati Uniti nonostante le tariffe, il compito sarà saper navigare tra opportunità di mercato e rischi sistemici, mantenendo una visione strategica che vada oltre i riflessi immediati delle decisioni giudiziarie o presidenziali.

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