Decreto bollette: 5 miliardi per famiglie e imprese, ma la vera partita resta la transizione energetica
Il Governo ha approvato il nuovo decreto bollette, un provvedimento da oltre 5 miliardi di euro che punta a ridurre il costo dell’energia per famiglie e imprese in una fase ancora caratterizzata da volatilità dei prezzi e tensioni geopolitiche
Il nuovo pacchetto sull’energia, discusso dal Governo nel CdM di ieri, include bonus rafforzati per i nuclei vulnerabili, misure per le imprese energivore e interventi strutturali sul mercato energetico, con un forte riferimento allo sviluppo delle rinnovabili.
Secondo quanto annunciato dall’esecutivo, le famiglie più fragili potranno contare su un bonus elettrico complessivo fino a 315 euro annui, risultato della somma tra i 200 euro già previsti e un ulteriore contributo di 115 euro destinato ai nuclei con Isee fino a 10mila euro.
Ma è soprattutto sul fronte delle imprese – come riferisce Ansa – che il decreto punta a incidere: la riduzione delle bollette potrebbe superare i 500 euro annui per piccoli esercizi come artigiani e ristoratori, arrivando fino a decine di migliaia di euro per aziende di dimensioni maggiori e oltre 200mila euro per le realtà più energivore.
Energia rinnovabile e contratti di lungo periodo: il nodo strutturale
Uno degli elementi più rilevanti, anche in chiave di sostenibilità, riguarda la promozione dei contratti di fornitura di lungo periodo da fonti rinnovabili (Ppa), considerati oggi tra le soluzioni più efficaci per stabilizzare i prezzi.
L’obiettivo è disaccoppiare il costo dell’energia pulita da quello del gas, che continua a influenzare il mercato elettrico europeo. In questa prospettiva il decreto interviene anche sulla cosiddetta saturazione virtuale della rete, con norme per accelerare lo sviluppo di nuovi impianti rinnovabili e semplificare alcune procedure autorizzative, oltre a facilitare la realizzazione di data center, infrastrutture energivore ma sempre più strategiche per l’economia digitale.
Il provvedimento prevede inoltre la vendita del gas stoccato durante la crisi energetica del 2022 per ridurre il differenziale di prezzo tra il mercato italiano e quello europeo, oltre a una gas release a prezzo calmierato per le industrie energivore.
Si tratta di misure che rispondono a esigenze immediate di competitività industriale, in particolare per settori ad alta intensità energetica che rappresentano una parte significativa del Made in Italy manifatturiero.
Come si finanzia il decreto: aumento Irap per le aziende energetiche
Per coprire parte degli interventi, il decreto introduce un aumento del 2% dell’Irap per le imprese del settore energetico, destinato a finanziare la riduzione degli oneri di sistema in bolletta.
Una scelta che ha già aperto un dibattito politico ed economico: da un lato il mondo produttivo accoglie positivamente le misure di sostegno, dall’altro associazioni ambientaliste temono che alcune decisioni possano indebolire il principio chi inquina paga.
La lettura GreenPlanner: emergenza prezzi o politica industriale?
Il decreto bollette si colloca in una fase cruciale per l’Italia e l’Europa, in cui il costo dell’energia rappresenta non solo un tema sociale ma anche una questione di competitività industriale e sicurezza energetica.
La vera sfida, tuttavia, resta strutturale: ridurre la dipendenza dal gas fossile attraverso investimenti in rinnovabili, efficienza energetica e contratti di lungo periodo.
In questo senso il provvedimento contiene elementi coerenti con la transizione energetica, ma conferma anche quanto il sistema economico sia ancora esposto alle dinamiche dei combustibili fossili.
Per imprese e territori – tema centrale anche per iniziative come la nostra rubrica Energie che cambiano il Made in Italy – la direzione è chiara: autonomia energetica, innovazione tecnologica e modelli di consumo più efficienti saranno i veri fattori competitivi dei prossimi anni.
Ma il decreto non piace a tutti. Ecco alcuni commenti a caldo
Ridurre il costo dell’energia per famiglie e imprese è un obiettivo necessario e condivisibile, ma il Decreto-legge Bollette approvato dal Consiglio dei ministri, se confermato nella formulazione attuale, scaricherà gran parte degli oneri sulle imprese agricole produttrici di biogas, mettendo concretamente a repentaglio la sostenibilità economica di un comparto strategico per la transizione energetica e per la tenuta dei territori rurali.
È quanto denuncia Cia-Agricoltori Italiani, che esprime forte preoccupazione per le misure contenute nel provvedimento. Le disposizioni previste per le imprese che producono biogas agricolo introducono elementi di forte incertezza.
L’unico riferimento, infatti, resta il Prezzo Minimo Garantito (Pmg), destinato però a cessare per gran parte degli impianti nel giro di pochi anni. Nel frattempo, il nuovo plafond ridotto e il montante di ore di produzione assegnato a ciascun impianto rischiano di comprimere ulteriormente i margini, rendendo sempre più difficile la sostenibilità economica e finanziaria delle imprese.
Secondo Cia, senza una revisione sostanziale del testo nel corso dell’iter parlamentare, il rischio concreto è la chiusura di numerose aziende agricole impegnate nella produzione di biogas.
Un esito con conseguenze importanti non solo sul piano energetico, ma anche su quello sociale ed economico: le imprese del biogas rappresentano, di fatto, un presidio fondamentale nelle aree rurali e interne, contribuendo alla valorizzazione degli scarti agricoli, all’economia circolare, alla tutela ambientale e al mantenimento dell’occupazione.
Per questo, Cia chiede al Parlamento di intervenire con modifiche significative, affinché la riduzione delle bollette non si traduca in un colpo mortale per il biogas agricolo e per le imprese che hanno investito nella transizione energetica del Paese.
Secondo Giorgio Tomassetti, Ceo di Octopus Energy Italia: “Il dl Bollette gestisce il presente, ma non costruisce il futuro. Stiamo spostando costi, non abbassando il prezzo.
Con questo decreto non si abbassa quindi il costo dell’energia in modo strutturale. Si riorganizza chi lo paga – afferma il manager, che continua – :Il decreto nasce per rispondere alle proteste degli industriali. Ed è comprensibile: pagare energia più cara rispetto ad altri Paesi europei è un problema reale di competitività.
Ma se interveniamo con misure temporanee e redistribuzioni interne, possiamo offrire un sollievo nell’immediato. Non stiamo però risolvendo il problema strutturale.
Le imprese e le famiglie non hanno bisogno di correttivi annuali. Hanno bisogno di sapere che tra cinque o dieci anni il prezzo dell’energia sarà affidabile e competitivo. Gli investimenti si fanno sulla stabilità, non sugli annunci.
Oggi il nodo è semplice: finché il sistema elettrico dipende in modo decisivo dal gas nelle ore chiave, il prezzo resterà legato a una materia prima che non controlliamo. Possiamo intervenire con meccanismi tecnici, compensazioni, allineamenti tra mercati. Ma basta una tensione internazionale per riportarci al punto di partenza. Se guardiamo già solo a gennaio 2026, il prezzo del gas all’ingrosso è salito di circa il 25% rispetto a dicembre. A poco serve qualche centesimo di sconto finanziato dai contribuenti.
È come cercare di calmare il termometro invece di curare la febbre. Penso anche allo scorporo degli oneri di sistema per i produttori di gas, che sposta solo il problema nel tempo e rischia di creare una voce extra delle nostre bollette.
Anche la riduzione dello spread tra prezzo all’ingrosso europeo (Ttf) e prezzo italiano (Psv), sebbene possa generare un risparmio per gli energivori, è un meccanismo artificiale che ci lascia in balia delle tensioni geopolitiche: il gas è una materia prima che non controlliamo, e basta una crisi internazionale per far saltare qualsiasi beneficio temporaneo.
Ci sono però elementi positivi: favorire contratti di lungo termine da rinnovabili e semplificare le connessioni alla rete è la direzione giusta. Perché ogni ora in cui il sistema riesce a fare a meno del gas è un’ora in cui il prezzo scende in modo naturale.
Le rinnovabili sono tecnologia, e la tecnologia nel tempo costa meno. I costi dei moduli fotovoltaici oggi sono circa il 90% più bassi rispetto a dieci anni fa, e continueranno a scendere perché sono tecnologia, non materia prima. Stessa cosa per le batterie.
In questo senso alcuni provvedimenti vanno nella giusta direzione, come lo snellimento dell’iter burocratico per allacciare nuovi impianti produttori di energia rinnovabile alla rete elettrica.
È qui che dovremmo puntare davvero per ridurre strutturalmente il costo dell’energia: poiché il prezzo dell’energia in Italia è stabilito dall’ultima fonte necessaria a coprire la domanda, ogni ora in cui le rinnovabili ci permettono di fare a meno del gas è un’ora in cui il prezzo dell’energia si abbassa. Ma poiché oggi serve ancora il gas per coprire tutta la domanda, il prezzo lo fa il gas. Anche chi produce a costi bassi viene pagato a prezzo alto.
La vera competitività industriale e la tutela dei consumatori si ottengono con energia strutturalmente più economica e stabile; con più rinnovabili, più batterie, meno burocrazia e regole certe.
Non è un caso che in Paesi come la Spagna, dove questo punto è stato recepito con più forza e dove il prezzo è determinato dalle rinnovabili per molte più ore, si è assistito a una riduzione dei costi significativa.
Finché non interveniamo sulla formazione del prezzo alla radice, continueremo a spostare costi invece di ridurli. Questo decreto gestisce il presente. La sfida vera è costruire il futuro. Finché non affrontiamo il nodo del prezzo alla radice, continueremo a spostare costi invece di ridurli“.
Crediti immagine: Depositphotos
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