TFS, la dignità non si rateizza

Febbraio 19, 2026 - 03:30
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TFS, la dignità non si rateizza

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Alla Corte costituzionale tre ricorsi contro il pagamento differito e senza rivalutazione del TFS: per i lavoratori pubblici non è un problema tecnico di cassa, ma un diritto maturato in anni di servizio


C’è una questione che riguarda centinaia di migliaia di lavoratori pubblici e che, nonostante la sua portata, continua a essere trattata come un problema tecnico di finanza pubblica quando in realtà si tratta prima di tutto di un tema di diritti, di rispetto e di dignità.​ Stiamo parlando del TFS, il trattamento di fine servizio per i dipendenti pubblici.

Il 10 febbraio la Corte costituzionale ha tenuto l’udienza pubblica su tre ricorsi che contestano il pagamento differito e rateale del Trattamento di fine servizio. Oggi, chi va in pensione nel pubblico impiego, può attendere fino a sette anni per ricevere quanto gli spetta e, per di più, in rate annuali, senza interessi né rivalutazione. Una situazione che diversi TAR hanno ritenuto potenzialmente in contrasto con la Costituzione, rimettendo la questione alla Consulta.​

Nel corso dell’udienza, la difesa dell’INPS ha sostenuto che un eventuale superamento del sistema attuale comporterebbe costi rilevanti per le finanze pubbliche: fino a 15,6 miliardi di euro nell’ipotesi di eliminazione sia del differimento sia della rateizzazione. Numeri importanti, ma che appaiono difficilmente conciliabili con altre stime ufficiali, come quelle della Ragioneria generale dello Stato relative alla recente riduzione dei tempi di pagamento che indicano oneri di ben altra entità.​

Ciò che ha colpito maggiormente, tuttavia, non sono state le cifre bensì l’argomento di fondo utilizzato a sostegno dello status quo: pagare il TFS tutto e subito esporrebbe i pensionati al rischio di spendere in modo “irrazionale” perché – secondo studi di economia comportamentale citati in udienza – la disponibilità di somme elevate favorirebbe scelte poco ponderate.​

Un’affermazione che merita una riflessione seria. Non solo perché rischia di apparire paternalistica, ma perché introduce un principio discutibile: limitare un diritto non per ragioni giuridiche o organizzative, ma per una presunta incapacità dei cittadini di gestire le proprie risorse. Se questo fosse il criterio, dovremmo mettere in discussione qualunque forma di liquidazione, di risparmio o di patrimonio.​

Il TFS non è un bonus, né una concessione dello Stato. È salario differito, maturato nel corso di una vita lavorativa. Trattenerlo per anni significa, nei fatti, utilizzare risorse dei lavoratori per esigenze di cassa, senza riconoscere alcuna compensazione per il tempo trascorso. È difficile immaginare un meccanismo analogo nel settore privato.​

C’è poi un altro elemento da considerare. Il differimento del TFS colpisce una fase particolarmente delicata della vita: il passaggio alla pensione. Proprio quando si affrontano spese importanti – sanitarie, familiari, abitative – lo Stato chiede di attendere. E di attendere a lungo.​

La decisione della Corte costituzionale attesa nelle prossime settimane sarà, quindi, cruciale non solo sul piano giuridico, ma anche su quello del rapporto di fiducia tra amministrazione e lavoratori pubblici. Dopo le sentenze del 2019 e del 2023, che avevano già evidenziato criticità del sistema, è il momento di una risposta definitiva.​

Il punto, in fondo, è semplice. La sostenibilità finanziaria è un’esigenza reale e va affrontata con serietà. Ma non può trasformarsi in una giustificazione permanente per comprimere diritti maturati. E soprattutto non può essere accompagnata da narrazioni che mettono in dubbio la responsabilità e l’autonomia di chi ha lavorato per decenni al servizio dello Stato.​

I lavoratori pubblici non chiedono privilegi. Chiedono solo che quanto è loro venga riconosciuto nei tempi e nei modi dovuti. Perché la fiducia nelle istituzioni si costruisce così: mantenendo gli impegni. E la dignità del lavoro, anche alla fine della carriera, non si rateizza.

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Redazione Redazione Eventi e News