Delpini: «Sembra che l’umanità sia più esperta di guerra che di pace»
Mons. DelpiniL’economia può essere una via per realizzare la pace? Si, ma solo a patto di cambiare alcune delle sue consolidate prassi. Su questo complesso e attualissimo tema si sono confrontati i relatori del convegno svoltosi nei nuovi e modernissimi locali dell’Università Cattolica, presso quella che fu parte della caserma “Garibaldi”, sita di fronte all’Ateneo. Tra loro l’Arcivescovo che, nel mese dedicato tradizionalmente alla pace, non ha voluto mancare a questo significativo appuntamento promosso dal Servizio diocesano per la Pastorale sociale e del Lavoro.
I saluti istituzionali
Presenti studenti, docenti – tra cui Antonella Occhino, preside della Facoltà di Economia -, il Moderator Curiae mons. Carlo Azzimonti ed economisti molto noti come Annamaria Tarantola, l’incontro è stato aperto dai saluti istituzionali della pro rettore vicario della “Cattolica”, Annamaria Fellegara, in rappresentanza del rettore, Elena Beccalli, che subito ha centrato il cuore della questione. «Occorre sostare – ha, infatti, detto – sulle parole “vie della pace” e “tempo della pace”, per comprendere cosa significhino nella vita personale e comunitaria. Ci sono giorni di apparente normalità con una vita assorbita dalla vita quotidiana finché cresce l’ingiustizia fino al punto di rottura. La pace non può essere costruita senza un cambiamento profondo del modo di intendere l’economia, capace di trasformare l’interesse individuale in vista del bene comune. La pace è frutto di scelte consapevoli per promuovere la dignità di tutti».

«A volte è facile pensare alla pace come a una meta da raggiungere, quasi che il fine possa giustificare i mezzi e che tutto dipenda dal risultato finale», ha chiosato don Nazario Costante, responsabile del Servizio diocesano. «Il messaggio della Giornata della Pace di papa Leone XIV ci ricorda che non è così: la pace non è solo un punto d’arrivo, è anche, e soprattutto, la via attraverso cui si arriva alla pace stessa. È un cammino fatto di scelte quotidiane, di relazioni vissute nella cura e nella responsabilità, di politiche e decisioni economiche orientate al bene comune. Non un ideale astratto, dunque, ma un processo vivo, che chiede creatività, coraggio e gesti concreti. L’ampliarsi delle disuguaglianze è, del resto, uno dei fattori che più minacciano la stabilità sociale e la pace tra i popoli. Dove il divario tra chi ha molto e chi ha poco si allarga, crescono sfiducia, tensioni e frustrazioni, si sgretola il senso di appartenenza, si indebolisce il tessuto sociale. Non è quindi possibile parlare di pace senza affrontare le ferite economiche che segnano le nostre società. Ma per questo occorre rimettere al centro la persona, cioè adottare un modello economico che non misuri il successo solo in termini di crescita o rendimenti, ma in termini di partecipazione, equità, inclusione».
L’esempio delle istituzioni centrali europee
A prendere, poi, la parola è stato Giorgio Gobbi direttore della sede della Banca d’Italia a Milano che, partendo dal caso concreto della Banca centrale, ha parlato di organismi di pace come le istituzioni europee. «L’economia in sé non ha necessariamente bisogno di istituzioni, un’economia di pace sì. Costruire un’economia di pace significa avere regole con procedure condivise e vincolanti. Con la comunità europea, nel 1957, veniva creato il Mercato comune e l’Euratom, eliminando le barriere che dividono, come si legge nel Prologo dei Trattati di Roma del 25 marzo 1957. Su questo programma l’Europa ha costruito un percorso di pace e di progresso con un’architettura istituzionale precisa. Dopo diversi episodi di crisi agli inizi degli anni ‘90 emerse anche la necessità di un’unica moneta comune. Con un percorso breve di soli 5 anni si arrivò all’euro a cui oggi aderiscono 21 Paesi dagli 11 iniziali».
Simile la vicenda che, nel 2024, ha portato al “Meccanismo di vigilanza unico”, come oggi si chiama l’organismo che centralizza la supervisione delle banche dell’area euro, affidando alla Banca Centrale Europea, in stretta collaborazione con le autorità nazionali, il compito di garantire la sicurezza e la stabilità del sistema.
«Condividere la sovranità richiede tempo, ma l’economia continuerà a essere una via per la pace se manterremo questi presupposti. L’alternativa che non ha mai favorito la pace è il potere nelle mani di pochi», ha concluso Gobbi tra gli applausi.
La follia della guerra
Chiarissimo e senza facili “buonismi”, l’atteso intervento dell’Arcivescovo. «Sembra che l’umanità sia più esperta di guerra che di pace, ma la guerra rimane un enigma incomprensibile che ha molti volti e assurde ragioni. La guerra è un disastro economico, l’investimento sugli armamenti con l’argomento della deterrenza è una devastazione. Eppure con quanta frequenza e accanimento si fanno le guerre: questo forse induce a disperare sul futuro dell’umanità. Il paese ricco che vuole derubare il paese povero; il paese piccolo che vuole ingrandirsi; la nazione che vuole recuperare territori nazionali inseriti in altri paesi; il paese civile che vuole esportare la civiltà per il bene di altri paesi. Sono giustificazioni folli. C’è, certo, un diritto di difesa del paese aggredito contro l’oppressore, ma anche questo è un disastro. Si deve dire che la guerra è solo guerra e nient’altro».
Da questa premessa emergono, così, alcune indicazioni per realizzare un’economia autenticamente «pacifica», anche perché – come nota ancora il vescovo Mario Delpini – «non ogni economia o crescita economica è via per la pace».
«Infatti un’economia fondata sulla proprietà di risorse conduce a incrementare il divario tra chi le possiede e chi no, a propiziare la ricerca di risorse a scapito delle buone relazioni tra coloro che sono proprietari e coloro che ne hanno bisogno. Questo, come europei, ci rende tormentati da un senso di colpa: bisogna dire che abbiamo fatto danni, ma che ora vogliamo costruire percorsi di pace».
Il richiamo è al discorso tenuto, nel 2023, da papa Francesco ai dirigenti d’impresa, quando disse: «Voi siete un motore essenziale della ricchezza, della prosperità, della felicità di tutti. Il primo capitale della vostra azienda siete voi: il vostro cuore, la vostra coscienza. Questi capitali umani, etici e spirituali valgono più dei capitali economici e finanziari».
Un’economia giusta fondata sul lavoro
Da qui la sottolineatura del fattore umano che deve essere oggetto di una speciale attenzione in specifico in un’Università come la “Cattolica” «per unire alla scientificità e professionalità l’ispirazione ideale, la formazione di persone capaci di porsi costruttivamente nella società, di costruire l’alleanza con l’umano, fondata sulla cura, sul dono, sulla fiducia».
E, poi, l’importanza di strumenti come la remissione dei debiti, quale «atto di giustizia», perché «il debito dei paesi poveri ha raggiunto livelli incompatibili con la possibilità di una vita dignitosa e con uno sviluppo inclusivo e senza questo non c’è pace e non c’è sicurezza per nessuno, in un mondo che si frammenta ma che rimane profondamente interconnesso».
Insomma, a fronte di una «asimmetria iniqua dell’architettura finanziaria internazionale per cui proprio i più poveri pagano i tassi più alti», è necessaria «un’economia che deve ricercare la giustizia». Secondo alcuni modelli che già esistono come l’economia cooperativistica di cui la Lombardia è stata esempio fin dal XIX secolo. «Un’economia che non sia solo un luogo di profitto, ma fondata sul lavoro come fattore di crescita economica condivisa tra i lavoratori, può delinearsi come non statica, non ispirata dall’intenzione dei privilegiati di mantenere i privilegi».
Infine, è Raul Caruso, docente di Politica Economica presso l’Ateneo e direttore del Centro Europeo di Scienza della Pace, Integrazione e Cooperazione, a spiegare. «L’economia della pace nasce con i teologi francescani nel XIII secolo, perché si sancisce il principio che non tutte le attività economiche siano uguali. Oggi noi abbiamo ridotto l’economia alla somma dei profitti, mentre vi è anche una moltiplicazione data al valore monetario dal valore sociale. Vi sono delle attività produttrici di valore e altre che non lo sono: la guerra non lo è. Averne consapevolezza è un cardine dell’economia della pace così come misurarsi non sui tempi brevi. Inoltre, c’è un terzo punto che sta nel comprendere che la fonte del valore è prima di tutto un concetto razionale. L’Italia esemplifica con la sua fiscalità il contrario di quanto ci dicono i teologi del Medioevo. Questi tre aspetti devono essere applicati a livello macro, dove si muovono gli Stati, uno di mezzo, quello della politica all’interno dei Paesi, e uno “mini” che riguarda le imprese. C’è ancora un lungo percorso da compiere, perché sappiamo molto della guerra ma siamo indietro nello studio della pace positiva, che non è solo l’assenza della guerra».
Che fare, dunque? Proporre, a livello macro – secondo Caruso -, di limitare le armi, magari anche attraverso un fondo internazionale che preveda la cancellazione del debito in cambio delle armi detenute da paesi più poveri. «Immaginare che un’azienda che produce armi sia considerata sostenibile, è inaccettabile e, quindi, bisogna togliere dalle Borse chi produce armi. Fare in modo che ciò che produce valore ecceda ciò che lo distrugge. Se per ogni euro che mettiamo nella difesa ne mettessimo 3 sull’istruzione, avremo già fatto un passo avanti».
A chiudere il convegno sono le esperienze e le riflessioni di alcuni responsabili di enti e associazioni come Massimiliano Riva, referente della fondazione Centesimus Annus di Milano, Andrea Dellabianca presidente della Compagnia delle Opere, Sabino Illuzzi, presidente di Prospera Progetto Speranza, Aldo Fumagalli presidente Ucid Lombardia e padre Gonzalo Monzón referente dei circuiti culturali Giovanni Paolo II.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




