Il Mediterraneo come nuova frontiera della sicurezza energetica europea

La transizione energetica europea corre lungo una linea sottile: ridurre le emissioni senza compromettere sicurezza degli approvvigionamenti e competitività economica. È il nodo centrale del 7° Med & Italian Energy Report, presentato al Parlamento europeo di Bruxelles da Srm (Intesa Sanpaolo) ed ESL@energycenter del Politecnico di Torino, che mette a fuoco il Mediterraneo come spazio decisivo – e fragile – della nuova geografia energetica.
Il dato di partenza è noto ma resta cruciale, e cioè che l’Unione europea continua a dipendere dall’estero per il 56,9 per cento dei propri consumi energetici, una quota che in Italia sale al settantaquattro per cento nonostante un trend in miglioramento. Francia e Germania seguono traiettorie diverse: Parigi beneficia del nucleare (dipendenza al 40,1 per cento), Berlino resta sopra la media Ue, al 66,8 per cento. In questo contesto, la competizione globale si gioca sempre più sulla sicurezza delle catene di fornitura, non solo di petrolio e gas, ma anche delle tecnologie e delle materie prime necessarie alla transizione.
Il mix elettrico europeo sta cambiando rapidamente. Dal 2000 a oggi il carbone è crollato dall’undici per cento, mentre le rinnovabili sono salite fino al quarantasette della generazione elettrica, contribuendo a ridurre la dipendenza dall’estero. L’Italia, con il quarantanove per cento di rinnovabili nel mix, è sopra la media europea. Ma l’elettrificazione ha un prezzo: un’esplosione della domanda di materie prime critiche, stimata fino a sei volte i livelli del 2022. Ed è qui che emergono nuove vulnerabilità.
Litio, nichel, cobalto, rame, grafite e terre rare sono essenziali per batterie, reti e tecnologie green, ma produzione e raffinazione sono fortemente concentrate. La Cina domina il mercato, con quote quasi monopolistiche nella raffinazione di cobalto, grafite e terre rare. La Repubblica Democratica del Congo controlla il settanta per cento del cobalto estratto, il Brasile il novantatré per cento del niobio. Nel Mediterraneo, la capacità estrattiva e industriale è marginale: nel 2023 il saldo commerciale dell’Area Med sui CRMs ha registrato un deficit superiore ai ventotto miliardi di dollari.
Il report usa indicatori quantitativi per misurare il Trilemma energetico – sostenibilità, sicurezza e accessibilità – mostrando come il fattore sicurezza resti il più critico. Per molti materiali strategici l’Unione europea è totalmente dipendente dalle importazioni extra-Ue, spesso da un singolo fornitore. Non a caso il Critical Raw Materials Act fissa un limite del sessantacinque per cento per le importazioni da una sola fonte e obiettivi (non vincolanti) di estrazione, trasformazione e riciclo domestici.
Sul fronte geografico, il Mediterraneo resta un crocevia imprescindibile. I suoi chokepoint – Gibilterra, Bosforo e Canale di Suez – concentrano oltre un quarto del traffico globale di greggio e più del venti per cento di quello di Gnl. Suez, in particolare, ha recuperato centralità: oggi vi transita il 7,6 per cento dei flussi mondiali di prodotti petroliferi raffinati e il 2,2 per cento del Gnl, in gran parte diretti verso l’Europa. Allo stesso tempo, cresce il peso dello Stretto di Gibilterra, soprattutto per il gas liquefatto proveniente dagli Stati Uniti.
La sponda Sud del Mediterraneo concentra il novantacinque per cento delle riserve di petrolio e l’ottantasette per cento di quelle di gas dell’area, ma resta sottodimensionata sulle rinnovabili: solo l’1,2 per cento della capacità fotovoltaica ed eolica del bacino mediterraneo. Un paradosso, considerando l’elevata intensità solare ed eolica. Il dialogo euro-mediterraneo sulle rinnovabili diventa quindi un passaggio obbligato, anche alla luce del Nuovo Patto per il Mediterraneo lanciato dalla Commissione europea nell’ottobre 2025, che punta su cooperazione, infrastrutture e interconnessioni strategiche come Elmed, Gregy e il Great Sea Interconnector.
In questo quadro si inserisce anche il ritorno del dibattito sul nucleare. Oggi copre il ventiquattro per cento della generazione elettrica Ue, con una forte concentrazione in Francia. Ma la filiera del combustibile è dominata da pochi attori: la Russia da sola controlla circa il quaranta per cento della capacità globale di arricchimento dell’uranio. Gli Small Modular Reactors emergono come possibile opzione futura, più flessibile e meno costosa, ma ancora in fase sperimentale.
Il messaggio di fondo del report è chiaro, la transizione energetica non è solo una questione ambientale, ma un problema di sicurezza strategica. Accanto ai rischi tradizionali legati a petrolio e gas, si affacciano nuove vulnerabilità nelle catene di approvvigionamento dei minerali critici e nella logistica marittima. Diversificazione delle fonti, investimenti in riciclo e infrastrutture, cooperazione euro-mediterranea: senza una visione di lungo periodo, il rischio è sostituire vecchie dipendenze con nuove, forse ancora più difficili da governare.
L'articolo Il Mediterraneo come nuova frontiera della sicurezza energetica europea proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




