Le cause della frana a Niscemi e perché si poteva evitare
lentepubblica.it
Niscemi, comune dell’entroterra nisseno, dopo la disastrosa frana di questi giorni, torna ciclicamente a confrontarsi con un problema che in Sicilia è tutt’altro che episodico e che ha cause naturali ma anche umane: il dissesto idrogeologico.
L’evento estremo e catastrofico che ha colpito il territorio — riaccendendo l’attenzione su cause, responsabilità e prevenzione — non è un evento isolato, ma l’esito di una storia lunga decenni, fatta di scelte urbanistiche, manutenzioni mancate e conoscenze scientifiche spesso ignorate o sottovalutate.
E intanto, come vediamo in questo video diffuso da RaiNews, la frana continua ad avanzare:
Per capire se quanto accaduto si poteva evitare, occorre tornare indietro nel tempo, ricostruire i precedenti e analizzare l’evoluzione delle politiche locali e regionali dalla fine degli anni Novanta a oggi.
Il precedente del 1997: un campanello d’allarme
Nel 1997 il territorio di Niscemi fu interessato da un importante episodio franoso che colpì aree urbane e periurbane, causando danni significativi a infrastrutture e abitazioni. Le cronache dell’epoca e i rapporti tecnici successivi parlarono chiaramente di instabilità dei versanti, legata a una combinazione di fattori geologici e antropici: terreni argillosi soggetti a scorrimento, pendenze accentuate e un sistema di drenaggio insufficiente.
Già allora emerse un dato destinato a ripetersi: le piogge intense agirono da innesco, ma non furono l’unica causa. Le relazioni tecniche prodotte negli anni successivi — consultabili negli archivi della Protezione Civile regionale e dell’Autorità di Bacino della Regione Siciliana — indicarono come determinanti anche l’espansione edilizia non sempre coerente con la morfologia del territorio e l’assenza di opere strutturali di consolidamento.
Dal 1997 a oggi: cosa è cambiato (e cosa no)
Il 1997 avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta. In molti casi, però, rimase un episodio archiviato come emergenza, più che come lezione strutturale sulla materia del dissesto idrogeologico.
Pianificazione urbanistica e vincoli
Negli anni successivi, Niscemi — come molti comuni siciliani — ha aggiornato i propri strumenti urbanistici, recependo progressivamente i Piani di Assetto Idrogeologico (PAI), introdotti su scala nazionale dopo le grandi emergenze degli anni Novanta. Questi strumenti hanno classificato le aree a rischio frana, imponendo vincoli all’edificazione.
Tuttavia, secondo analisi condotte da ISPRA e dall’Autorità di Bacino, l’applicazione concreta dei vincoli non è sempre stata uniforme. In alcune zone, edificazioni precedenti ai PAI sono rimaste senza interventi di messa in sicurezza; in altre, le deroghe e le sanatorie hanno mantenuto alta la pressione antropica su aree fragili.
Manutenzione del territorio
Un altro nodo critico riguarda la manutenzione ordinaria e straordinaria. Canali di scolo ostruiti, opere di regimazione delle acque incomplete o mai ultimate, assenza di monitoraggi costanti: elementi che, sommati nel tempo, aumentano la probabilità di cedimenti improvvisi.
Rapporti pubblici dell’ISPRA sottolineano come la Sicilia sia tra le regioni italiane con la più alta percentuale di popolazione esposta a frane, e come la prevenzione strutturale proceda spesso più lentamente rispetto alla mappatura del rischio.
Le cause del nuovo disastro: oltre l’emergenza meteo
Attribuire una frana esclusivamente al “maltempo” è una semplificazione che non regge all’analisi tecnica. Anche nel caso di Niscemi, le precipitazioni intense — sempre più frequenti secondo i dati climatici — rappresentano un fattore scatenante, non l’origine profonda del problema.
Fattori naturali
- Geologia locale, caratterizzata da terreni argillosi e facilmente saturabili
- Morfologia collinare, con versanti soggetti a movimenti lenti e progressivi
- Regime pluviometrico irregolare, con piogge concentrate in brevi periodi
Fattori umani
- Urbanizzazione in aree storicamente instabili
- Alterazione del deflusso naturale delle acque
- Carenza di opere di consolidamento e drenaggio
- Ritardi nell’attuazione degli interventi previsti dai piani di rischio
Questa combinazione, ben documentata nella letteratura scientifica e nei dossier di Protezione Civile, rende il disastro prevedibile, se non nelle tempistiche esatte, almeno nelle sue modalità.
Responsabilità: una catena precisa, non astratta
Quando si parla di dissesto idrogeologico, il concetto di “responsabilità diffusa” viene spesso usato come un alibi collettivo. In realtà, nel caso di Niscemi — come in molti altri comuni italiani — le responsabilità sono individuabili per competenza, atti dovuti e decisioni mancate. Non tutte hanno lo stesso peso, ma nessun livello istituzionale può dirsi completamente estraneo.
Il livello comunale: tra atti dovuti e scelte mancate
Il Comune rappresenta il primo presidio di tutela del territorio, non solo sul piano politico ma anche tecnico-amministrativo. Le responsabilità non riguardano genericamente “la vigilanza”, bensì obblighi precisi sanciti dalla normativa urbanistica e ambientale.
Pianificazione urbanistica e conoscenza del rischio
Dopo il 1997, il rischio idrogeologico a Niscemi non era ignoto. Le aree instabili erano già state oggetto di studi geologici, relazioni tecniche e successivamente di perimetrazione all’interno del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI). A partire da quel momento, il Comune aveva il dovere di:
- Adeguare il Piano Regolatore Generale alle nuove classificazioni di rischio
- Evitare nuove edificazioni o trasformazioni del suolo in aree classificate a pericolosità elevata
- Segnalare formalmente alla Regione la necessità di interventi strutturali
In molti casi, però, l’adeguamento degli strumenti urbanistici è avvenuto con ritardi significativi o in modo parziale. Dove non si è costruito ex novo, si è mantenuto l’esistente senza opere di mitigazione, lasciando abitazioni, strade e sottoservizi esposti a un rischio noto.
Manutenzione ordinaria: il punto più critico
Un aspetto spesso sottovalutato, ma centrale nell’innesco delle frane, è la gestione delle acque superficiali. Il Comune è responsabile di:
- Pulizia e manutenzione di fossi, cunette e canali di scolo
- Controllo delle acque meteoriche in ambito urbano
- Verifica dello stato di muri di contenimento e opere minori
Nel tempo, la carenza cronica di risorse e personale tecnico ha prodotto un effetto cumulativo: piccole criticità mai risolte che, sotto eventi piovosi intensi, diventano fattori determinanti. In un territorio fragile come quello di Niscemi, la mancata manutenzione non è una colpa marginale, ma una concausa diretta.
Il livello regionale: programmazione incompleta e interventi a rilento
Se il Comune rappresenta il fronte operativo, la Regione Siciliana è il soggetto che detiene la regia strategica degli interventi contro il dissesto idrogeologico.
Autorità di Bacino e PAI: conoscenza senza esecuzione
L’Autorità di Bacino della Regione Siciliana ha correttamente mappato nel tempo le aree a rischio, producendo documenti tecnici dettagliati. Tuttavia, come rilevato anche in diverse relazioni della Corte dei Conti, la distanza tra pianificazione e realizzazione degli interventi resta ampia.
Nel caso di territori come Niscemi, questo si traduce in:
- Interventi inseriti in programmazione ma mai finanziati
- Opere progettate e rimaste allo stadio preliminare
- Fondi disponibili redistribuiti su altre emergenze
Il problema non è l’assenza di studi, ma la lentezza strutturale nell’attuazione.
Frammentazione delle competenze
Un ulteriore elemento critico è la suddivisione delle responsabilità tra assessorati (Territorio, Infrastrutture, Protezione Civile). Questa frammentazione genera spesso:
- Rimpalli di competenze
- Ritardi nell’approvazione dei progetti
- Difficoltà nel coordinamento con i Comuni
In un contesto simile, il rischio è che nessuno sia formalmente inadempiente, ma che il territorio resti comunque esposto.
Il livello nazionale: prevenzione sacrificata all’emergenza
A livello statale, le responsabilità sono meno visibili ma non meno rilevanti. Da anni, i principali enti di ricerca — ISPRA in primis — segnalano una sproporzione strutturale tra risorse destinate alla prevenzione e fondi stanziati dopo i disastri.
Un modello reattivo, non preventivo
I dati contenuti nei rapporti sul dissesto idrogeologico mostrano un andamento costante:
- miliardi spesi per riparare danni
- una quota minore per evitarli
Questo approccio ha conseguenze dirette sui territori già fragili, come Niscemi, dove gli interventi arrivano solo dopo il collasso, quando il costo economico e sociale è ormai massimo.
Norme esistenti, applicazione discontinua
Le leggi per la tutela del suolo esistono, così come i piani nazionali. Ciò che spesso manca è:
- Continuità nei finanziamenti
- Monitoraggio sull’effettiva realizzazione delle opere
- Controllo sull’uso dei fondi assegnati
In questo quadro, lo Stato non è assente, ma non riesce a incidere in modo strutturale sui contesti locali più esposti.
Si poteva evitare?
Alla luce delle informazioni disponibili, la risposta più onesta è: forse non del tutto, ma si potevano ridurre gli effetti. La scienza del rischio idrogeologico non promette l’azzeramento degli eventi naturali, bensì la loro mitigazione.
Interventi di consolidamento tempestivi, controlli più stringenti sull’edificazione, manutenzione costante e sistemi di monitoraggio avrebbero potuto limitare i danni, come dimostrano casi analoghi in altre regioni italiane.
L’elemento più inquietante che emerge dall’analisi del caso Niscemi è la prevedibilità del disastro. Non si è trattato di un evento imprevedibile, bensì dell’esito di:
- Segnalazioni tecniche note da anni
- Vincoli spesso ignorati o aggirati
- Interventi rinviati fino all’emergenza
Più che una singola colpa, si delinea una responsabilità sistemica, dove ogni livello istituzionale ha contribuito, per azione o omissione, a lasciare il territorio esposto.
Una lezione ancora aperta
La frana di Niscemi non è solo un fatto di cronaca, ma uno specchio delle fragilità strutturali che attraversano ampie aree del Paese. Dal 1997 a oggi, le conoscenze tecniche sono cresciute, così come gli strumenti normativi. Ciò che spesso manca è la continuità politica e amministrativa necessaria a trasformare i piani in cantieri e la prevenzione in priorità concreta.
Finché il dissesto verrà affrontato solo dopo l’emergenza, Niscemi — come molti altri territori — resterà sospesa tra memoria e rischio, in attesa della prossima pioggia intensa a ricordare ciò che già si sapeva.
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