È l’ora del CoffeeTech
Sostenibilità, pressione sui prezzi e filiere ancora attraversate da ampie zone grigie stanno accelerando l’innovazione tecnologica nel mondo del caffè. Ma sarà sufficiente? Ne parliamo con Carlotta Trombetta di Costadoro
L’industria del caffè, italiana in primis, sta facendo di necessità virtù. L’adagio – forse abusato – oggi descrive con sorprendente precisione quello che sta succedendo a un settore storico, globale, profondamente radicato nei consumi quotidiani, che si trova improvvisamente schiacciato tra tensioni economiche, fragilità ambientali e nuove aspettative di sostenibilità.
E qui arriva in aiuto la tecnologia. O meglio il CoffeeTech. Che ha a che fare, in primis, con un processo di trasformazione ben più profondo di quanto possa sembrare.
Causa ed effetto
Negli ultimi anni il prezzo del caffè ha registrato un’impennata significativa: mentre scriviamo, i contratti future viaggiano attorno ai 345 dollari, contro i 127 dollari di appena cinque anni fa.
Una dinamica, alimentata da speculazione, impennata della domanda sopratutto dai Paesi orientali e cambiamento climatico, che mette sotto pressione l’intera filiera, dai produttori ai torrefattori, fino al consumatore finale.
Sempre più rilevante, è anche il rapporto di causa-effetto che lega il caffè al cambiamento climatico. Da un lato, l’aumento delle temperature e l’instabilità climatica minacciano sempre più le aree di coltivazione.
Dall’altro, il caffè stesso contribuisce in modo non trascurabile all’impatto ambientale globale: è il quarto alimento al mondo per emissioni di CO2 e il secondo per impronta idrica.
Un paradosso sistemico che rende evidente come il problema non sia solo agricolo, ma strutturale.
CoffeeTech
Negli ecosistemi dell’innovazione, ogni crisi diventa un’occasione di riprogettazione. Ed è in questo contesto che stanno emergendo soluzioni radicali.
Negli Stati Uniti, per esempio, l’azienda Atomo ha sviluppato quello che il suo fondatore definisce beanless coffee: un’alternativa al caffè tradizionale ottenuta senza l’uso dei chicchi, attraverso una formulazione che combina noccioli di dattero, ramón, fieno greco e semi di girasole, miglio e cereali minori, oltre a limone, guava, carota, fragola, fibre di patata, bacche di aronia nera, banane verdi e fruttosio.
Spingendosi ancora oltre, si parla sempre più spesso di caffè da plant-cell culture, dove il chicco non cresce più sugli alberi, ma viene sviluppato in bioreattori, attraverso processi simili a quelli della carne coltivata.
Un approccio che promette di ridurre l’esposizione climatica e l’impronta ambientale, ma che solleva interrogativi su costi, scalabilità e accettazione da parte del mercato.
Fase di trasformazione
Ma al di là delle soluzioni di frontiera, come sta realmente evolvendo oggi il mondo del caffè? Per capirlo, abbiamo parlato con Carlotta Trombetta, head of quality and Impact di Costadoro, per esplorare come una realtà storica sta affrontando questa fase di profonda transizione.
“Il caffè sta vivendo una fase di trasformazione che va ben oltre la volatilità dei prezzi. È un settore storicamente resiliente, ma oggi si trova a confrontarsi simultaneamente con pressioni climatiche, sociali ed economiche che mettono in discussione modelli consolidati di approvvigionamento e produzione“.
Per un torrefattore, oggi, parlare di qualità “significa parlare di tracciabilità, di relazioni durature con i fornitori, di riduzione degli sprechi e di processi più efficienti. È una visione sistemica: il caffè non è più solo una commodity, ma un ecosistema complesso che richiede responsabilità e innovazione continua“.
Caffè e tecnologia
Rispetto alle alternative tecnologie, Carlotta è dell’opinione che “rappresentano un segnale interessante e che personalmente mi affascina: indicano che il settore sta cercando nuove strade per rispondere a sfide reali. Soluzioni come il beanless coffee o la coltura cellulare mostrano quanto l’innovazione possa spingersi oltre i confini tradizionali dell’agroalimentare“.
Detto ciò, “crediamo che il futuro del caffè non sia necessariamente una sostituzione del prodotto originario, ma una diversificazione delle soluzioni. Il caffè è profondamente legato a territori, culture e ritualità: elementi che non si replicano facilmente in laboratorio“.
Progresso tecnologico visto come un vulnus?
Assolutamente no in quanto, “le consideriamo parte di un ecosistema di sperimentazione che può stimolare anche il settore tradizionale a migliorare efficienza e sostenibilità. Bisognerà trovare l’equilibrio tra innovazione tecnologica, accettazione del consumatore e mantenimento di valore lungo la filiera“.
Costadoro, tecnologia e sostenibilità
Costadoro “ambisce a combinare la storia e il futuro del caffè, dove la tecnologia diventa uno strumento imprescindibile. Il nostro focus è applicarla per migliorare qualità e sostenibilità. Investiamo in sistemi di controllo qualità sempre più avanzati, analisi sensoriali e digitalizzazione dei processi per garantire standard elevati e costanti.
Parallelamente, stiamo lavorando sull’ottimizzazione energetica e sulla valorizzazione dei sottoprodotti (cascara, juta e pellicola argentea, imballi)“.
Inoltre, “stiamo esplorando soluzioni che rafforzino la trasparenza verso il consumatore, perché la fiducia passa sempre più dalla capacità di raccontare in modo verificabile ciò che c’è dietro una tazza di caffè“.
Chiosa finale: il mercato del caffè italiano, tradizionalmente letto come un dupolio Trieste–Napoli, rivela in realtà una struttura più articolata: un tripolio, in cui la capitale sabauda si affianca stabilmente alle due piazze storicamente dominanti.
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Antonio Iannone: giornalista appassionato di cibo e innovazione. Punto di riferimento per il foodtech italiano, fornisce consulenze nel campo del digital marketing e servizi di advisory. Content creator e docente di innovazione agroalimentare presso la business school Escp di Parigi | LinkedinL'articolo È l’ora del CoffeeTech è stato pubblicato su GreenPlanner Magazine.
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