Giudici amici dei migranti, la carta di Meloni per spingere il Sì al referendum
“Ho visto il post della Presidente del Consiglio e mi trovo pienamente d’accordo e la ringrazio per non aver avuto esitazione a denunciare un qualche cosa che ci sembra soprattutto assurda”: lo ha detto ieri il presidente del Senato, Ignazio La Russa, intervenendo sul tema della decisione che dispone un risarcimento di 75 mila euro a Sea Watch per aver bloccato ingiustamente Sea Watch 3 dopo il cosiddetto “caso Rackete”. “Non devo entrare nella polemica referendaria o cose del genere, ma credo che vada stigmatizzato un provvedimento che rende sempre più difficile fare rispettare le leggi in Italia”. Alla faccia del “rispetto vicendevole tra le istituzioni” invocato solo due giorni fa dal Presidente della Repubblica. In pratica, la seconda carica dello Stato ha dato il suo placet al video con cui la premier ha beffeggiato difatti l’appello che Mattarella solo qualche ora prima aveva condiviso in Csm. E a nulla vale se poi lo stesso La Russa invoca un confronto civile proprio come auspicato dal Capo dello Stato. Appare quasi come una doppia presa in giro.
La destra ormai ha deciso di usare il tema dell’immigrazione per stimolare la pancia dell’elettorato e portarli a votare Sì alla riforma Nordio il 22 e 23 marzo. Il messaggio chiave è: se vinciamo si metterà un freno alla magistratura politicizzata. In questi ultimi due giorni due casi giudiziari hanno scatenato appunto l’ira di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini: prima il risarcimento del Viminale, su decisione del Tribunale di Roma di 700 euro, ad un migrante algerino; poi il caso Sea Watch 3 a cui si è aggiunto ieri quello di Sea Watch 5. Il Tribunale di Catania ha infatti revocato il provvedimento di fermo della nave. L’ong era stata fermata per 15 giorni e multata. Il provvedimento di fermo era stato emesso dopo un’operazione di salvataggio di 18 persone, compresi due bambini, lo scorso 25 gennaio con l’assegnazione di Catania come porto sicuro. L’intervento, spiega la ong, era avvenuto in acque internazionali, nella zona Sar libica, e la sanzione sarebbe stata disposta dalle autorità italiane perché non avrebbe comunicato alle autorità libiche le posizioni di soccorso. Una scelta adottata dalla Sea Watch 5, spiega la lunga nota, per “le continue violazioni dei diritti umani”. Inequivocabili le parole del presidente dei senatori di Fratelli d’Italia al Senato, Lucio Malan: “è davvero inaccettabile questo uso politico delle sentenze fatto da alcuni magistrati. Ed è per questo che abbiamo fatto la riforma della giustizia, per dividere la giustizia dalla politica, liberando i giudici dalle correnti e dai condizionamenti ideologici. Più passano i giorni e più aumentano i motivi per votare Sì al referendum”.
Ma come ha ribadito il deputato di +Europa Riccardo Magi “sgombriamo il campo una volta per tutte: il caso Sea Watch, così come il risarcimento al migrante trasferito illegalmente in Albania, come la misura di cautelare degli arresti domiciliari a carico di chi è indagato per le violenze nel tribunale di Torino non c’entrano assolutamente nulla con l’oggetto del referendum sulla giustizia e da referendario convinto sono indignato per l’oscena strumentalizzazione che il governo sta facendo di questi casi giudiziari, destra con la bava alla bocca contro giudici, migranti e opposizioni”.
Siamo quasi dinanzi ad una frode elettorale se si vuol far passare quel tipo di messaggio a meno che non si voglia ammettere che la reale intenzione del Governo sia il controllo politico della magistratura e non un processo equo dinanzi ad un giudice terzo ed imparziale. E a nulla varrà per sedare gli animi la spiegazione del procuratore generale a Cagliari, ed ex procuratore di Agrigento, Luigi Patronaggio, in merito al caso della Sea Watch 3: “Le sentenze per essere legittimamente criticate vanno lette e vanno lette con onestà intellettuale e con corretti strumenti giuridici. Nella sentenza del giudice civile di Palermo non è svolto alcun tema che, anche lontanamente, si possa definire di carattere politico. Si tratta banalmente del riconoscimento di un risarcimento danno per un fermo illegittimo non giustificato da alcun valido provvedimento amministrativo”. “Per banalizzare – ha proseguito – il caso non è differente da chi si vede sequestrata una automobile dai vigili urbani senza un valido verbale e ne chiede la restituzione e i danni. L’unica differenza è che il ricorrente si chiama Sea Watch e non Paolo Rossi”.
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