Alberto Trentini racconta la prigionia in Venezuela: “In una cella di 2 metri per 4 per 423 giorni, ho avuto paura di morire”
Per la prima volta in televisione per raccontare l’incubo vissuto per 423 giorni, ovvero la durata della sua detenzione illegale in Venezuela.
Ospite del programma ‘Che Tempo Che Fa’ di Fabio Fazio sul Nove, il cooperante italiano Alberto Trentini ha parlato pubblicamente dei mesi trascorsi nel carcere El Rodeo di Caracas, dove è stato incarcerato dal regime di Nicolas Maduro.
Trentini è stato liberato il 12 gennaio scorso assieme ad un altro italiano detenuto a Caracas, l’imprenditore torinese Mario Burlò, dopo l’arresto del presidente Maduro da parte degli Stati Uniti a seguito di una operazione militare nel Paese sudamericano e la decisione della nuova presidente Delcy Rodriguez di liberare decine di prigionieri stranieri delle carceri venezuelane.
L’arresto di Trentini in Venezuela
In Venezuela Trentini era arrivato a ottobre del 2024 per conto della ong internazionale Humanity & Inclusion, che aiuta le persone con disabilità: era stato arrestato il 15 novembre del 2024 a un posto di blocco fisso vicino al confine con la Colombia, a Guasdualito.
Intervistato da Fazio, Trentini ha ricostruito i giorni successivi all’arresto e le modalità con cui è entrato nel carcere El Rodeo. Prima della prigione, il controspionaggio militare lo aveva infatti portato in una casa nel centro di Caracas: qui è stato interrogato e sottoposto alla macchina della verità, nel tentativo di fargli ammettere di aver commesso atti di spionaggio o terrorismo contro il governo.
“Due giorni dopo il fermo mi hanno trasportato in una bella casa di Caracas dove sono stato per ore incappucciato e ammanettato aspettando il mio ‘turno’. Mi hanno poi portato in una stanza molto calda, dove il funzionario che mi interrogava mi ha spiegato il funzionamento della… pic.twitter.com/HNFZWFJLQG
— Che Tempo Che Fa (@chetempochefa) February 1, 2026
Quindi, prima di esser trasferito in carcere, Trentini ha trascorso dieci giorni nella cosiddetta “pecera” (l’acquario, ndr): si tratta di una stanza dentro la sede del controspionaggio militare in cui è impossibile vedere cosa succede fuori, mentre per chi è all’esterno è possibile osservare chi sta al suo interno. Lì dentro Trentini era obbligato a stare seduto tutto il giorno su una sedia, dalle sei del mattino alle nove di sera, mentre gli sparavano addosso aria condizionata gelida.
La detenzione in carcere
Da lì il trasferimento in carcere. A El Rodeo, ha spiegato Trentini, non ha subito violenze o torture fisiche, bensì psicologiche.
Per mesi il cooperante italiano non ha avuto alcun contatto con l’esterno e non aveva idea di cosa stesse succedendo: solamente nel gennaio 2025 il direttore del carcere gli ha chiarito che era lì dentro perché “pedina di scambio” nell’ambito della cosiddetta “diplomazia degli ostaggi”, con cui il governo Maduro puntava ad ottenere dal governo italiano una sorta di riconoscimento politico.
“Le condizioni erano molto molto dure. Non c’era nessuna opportunità di svago, mi avevano sequestrato gli occhiali ed ero molto in difficoltà”
Alberto Trentini, detenuto 423 giorni in Venezuela, a #CTCF ci parla delle celle e della sua prigionia pic.twitter.com/BoJyyN3ejp
— Che Tempo Che Fa (@chetempochefa) February 1, 2026
Nel carcere di El Rodeo Trentini era detenuto in una cella di 2 metri per quattro, in compagnia di un altro detenuto: il bagno era una turca che serviva anche per fare la doccia, mentre l’acqua per lavarsi o per scaricare la latrina era disponibile solo due volte al giorno. Miope, a Trentini erano stati tolti gli occhiali: inoltre non gli è stato concesso l’uso di carta o penne, né qualsiasi opportunità di svago, salvo una scacchiera fatta di carta igienica, sapone e acqua regalatagli da due detenuti colombiani.
Nel suo racconto Trentini spiega di aver avuto paura di morire, di essere ucciso, quando è stato portato su una camionetta in una strada di campagna: “Lì ho pensato che sarebbe finita”.
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