Fico e Schifani, la Campania e la Sicilia, e le miserie del bipopulismo degli uguali e contrari

La sostanza morale del bipopulismo italiano è rispecchiata dalla sostanziale coincidenza di due vicende – quella delle giunte regionali siciliana e campana – che illuminano fasti e miserie del «o di qua o di là» secondo-repubblicano e ragguagliano perfettamente gli stili di quegli indifferenziati politici – la destra e la sinistra – cui la vulgata giornalistica continua, per convenzione e pigrizia, a riconoscere caratteri alternativi, che però la realtà si incarica pressoché quotidianamente di smentire.
Che si parli delle tragedie della storia o delle sceneggiate del potere nazionale e locale, quelli che per abitudine si continuano a definire come i poli della politica italiana mostrano una comune attitudine a eludere i problemi e ad acconciare soluzioni, finalizzate unicamente a perpetuare la loro rendita di potere (o di opposizione), nell’attesa che passi la nottata, come se la crisi di reputazione e di risultati del sistema democratico nazionale fosse un lungo inverno destinato a sbocciare in una nuova primavera e ai partiti toccasse solo di tenere le posizioni, per raccoglierne i migliori e più abbondanti frutti.
Guardando ai travagli che accompagnano da mesi la giunta della Regione Siciliana, guidata da Renato Schifani, e a quelli che hanno portato al faticosissimo parto della giunta della Regione Campania del neo-eletto Roberto Fico, è difficile vedere differenze significative, a meno di non ritenere, sbagliando, come si fa in Italia da circa un quarto di secolo, che un’esperienza di governo si valuti unicamente o principalmente in base al numero delle notizie di reato e che il casellario giudiziario sia l’unica misura, per così dire, oggettiva di rispettabilità politica.
Peraltro, la giunta siciliana ha tre anni di vita e di potere alle spalle e quella campana è solo agli esordi di un esperimento di continuità trasformistica, che i suoi protagonisti potranno, a seconda delle circostanze, rivendicare come un provvidenziale regime change o un’acrobatica garanzia di stabilità, ma che si appoggia, esattamente come avviene in Sicilia, a reti di sicurezza familiari o familistiche e a sistemi di solidarietà non ideologico-culturali, ma clanico-tribali, fondati sull’istituzionalizzazione e universalizzazione del voto di scambio.
Basterebbe guardare a qualunque indicatore socio-economico e civile per concludere che la formidabile inamovibilità dei viceré meridionali e la loro successione para-dinastica è stata negli anni non un premio al buongoverno, ma una prova del sottosviluppo democratico del Sud e insieme la causa e l’effetto della sua irredimibilità politica.
Sarebbe sufficiente vedere come anche le spinte più eversive e nichilistiche – massimamente quella pentastellata – siano diventate una retorica da gattopardi di antico mestiere e abbiano finito per rimpannucciare, in retoriche nuoviste, operazioni di riciclaggio e autoriciclaggio politico grottescamente monumentali.
La morale della favola è in ogni caso che gli assolutamente contrari, nella politica italiana, sono uguali come gocce d’acqua e che la questione meridionale è realmente diventata, ma in negativo, la vera questione nazionale, anzi il vero specchio – direbbe Giorgia Meloni – «di questa Nazione».
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