La legge elettorale oggi, il premierato domani, e la liquidazione della democrazia liberale

L’introduzione del premierato e di una legge elettorale modellata su quella regionale sarà il più importante impegno di Fratelli d’Italia nel 2026, ha detto a La Stampa il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Luca Ciriani: «La sfida che abbiamo davanti è decidere se vogliamo continuare con una legge costruita per rendere ingovernabile il Parlamento e favorire inciuci post-voto, oppure una legge come quelle dei Comuni e delle Regioni, che stabilisca prima del voto chi sono gli alleati, chi guida la coalizione e che tipo di governo si propone. Serve stabilità, coerenza e credibilità». Lo stesso obiettivo aveva annunciato il capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia, Arianna Meloni, qualche giorno fa al Corriere della Sera: «Siamo già il partito della Nazione… lavoriamo per il premierato accompagnato da una legge elettorale che garantisca a chi vince di poter governare per tutta la legislatura».
Ciriani si è anche rivolto a Elly Schlein, invitandola a cooperare alla nuova riforma costituzionale. Mentre oggi su Il Messaggero il presidente del Senato, Ignazio La Russa, propone del premierato una sua versione assai sdolcinata: non una necessità per la premier Giorgia Meloni («Sta già governando benissimo senza»), ma «un atto d’amore per l’Italia del futuro». Come dubitarne.
Piccolo problema: il premierato, come la legge elettorale che dovrebbe accompagnarlo, non rafforza la democrazia. La sostituisce. Chi non lo capisce – ad esempio il Partito democratico (Pd), che continua a enfatizzare il rischio, già presente dalla fondazione della Repubblica, di un Presidente eletto dalla maggioranza – e quelli che fingono di non capirlo contribuiscono a una delle più gravi operazioni di svuotamento istituzionale della storia repubblicana, condotta non contro la Costituzione, ma attraverso di essa.
Il lavoro preliminare è stato fatto da tempo. Le leggi elettorali con premio di maggioranza, introdotte dopo la liquidazione del Mattarellum (tre quarti uninominale secco a un turno, un quarto proporzionale), hanno già compromesso il cuore della democrazia rappresentativa: il rapporto tra eletto ed elettore.
Il voto non è più lo strumento attraverso cui la pluralità sociale entra nelle istituzioni, ma il meccanismo con cui si costruisce artificialmente una maggioranza di governo. Il Parlamento, di conseguenza, ha smesso di essere un’assemblea legislativa autonoma ed è stato progressivamente ridotto a un luogo di ratifica.
Non si è trattato di una degenerazione accidentale, ma di una scelta politica precisa, giustificata in nome della governabilità. Leopoldo Elia aveva avvertito: «Il Parlamento non è un ostacolo all’efficienza del governo: è il luogo in cui il potere viene reso responsabile». Il premierato nasce esattamente dall’assunto contrario.
Ora, rinviato a quanto pare il premierato alla prossima legislatura, si cerca di realizzare per vie traverse l’ultimo miglio che ci separa da esso, applicando il Tatarellum, su cui si basano le leggi elettorali regionali, alle elezioni politiche nazionali. Ma ciò che funziona per gli enti regionali o per i Comuni non può essere trasposto al governo del Paese.
Elezione diretta o quasi diretta del capo dell’esecutivo, premio di maggioranza e simul stabunt simul cadent non sono strumenti tecnici neutrali, ma l’architettura istituzionale di una democrazia che rinuncia al conflitto regolato per sostituirlo con la stabilità del comando.
La rappresentanza diventa un problema da contenere, il Parlamento un costo istituzionale, l’opposizione un intralcio. Il premierato non è una riforma innovativa: è l’atto conclusivo di un percorso che ha progressivamente svuotato di senso, da un lato, la scelta degli eletti e, dall’altro, il loro ruolo. Si trasferisce allo Stato centrale una logica già sperimentata, ma con una differenza decisiva: qui vengono colpite le istituzioni che definiscono la democrazia liberale.
Con il premierato il voto è definitivamente ridotto ad atto di investitura personale di un leader; il Parlamento perde la funzione di controllo e di legislazione effettiva; l’equilibrio tra i poteri è sostituito dalla stabilità del comando. Chi nella maggioranza – e forse in qualche ala dell’opposizione – sostiene questa riforma lo fa per convenienza politica immediata. Ma chi la osserva con prudenza, o con un malinteso senso di realismo, dovrebbe fermarsi un istante.
Una democrazia in cui il voto non rappresenta e il Parlamento non controlla non è una democrazia più efficiente. È una democrazia svuotata. Quando le istituzioni che rendono il potere responsabile vengono neutralizzate, resta solo l’obbedienza elettorale. E quando il consenso diventa obbedienza, la democrazia è già finita, anche se continua a celebrarsi nei rituali. Il premierato non chiude una crisi. La rende irreversibile.
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